Perché le Storie sono state scritte?
Erodoto lo spiega chiaramente all'inizio del primo libro delle Storie:
Questa è l'esposizione dell'indagine ( histories] di Erodoto di Alicarnasso, così che gli avvenimenti degli uomini non svaniscano col tempo e opere grandi e mirabili, di cui greci e barbari hanno dato prova, non restino senza gloria [1.1.0]
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Historia o historie (ionico) significa indagine, ricerca: una ricerca che produce conoscenza in quanto è fatta in prima persona, con i propri occhi. Il sapere storico di Erodoto si legittima come sapere dell'esperienza, e non della tradizione.
In 1.30.1 ss. Erodoto racconta che a Solone, in visita da Creso - re di Lidia favolosamente ricco e potente - furono mostrati tutti i suoi tesori.
[1.30.1] Creso aspettò che Solone avesse osservato e considerato tutto per bene e poi, al momento giusto, gli chiese: Ospite ateniese, ai nostri orecchi è giunta la tua fama, che è grande sia a causa della tua sapienza sia per i tuoi viaggi, dato che per amore di conoscenza [os philosopheon] hai visitato molta parte del mondo: perciò ora m'ha preso un grande desiderio di chiederti se tu hai mai conosciuto qualcuno che fosse veramente il più felice di tutti. Faceva questa domanda perché riteneva di essere lui l'uomo più ricco, ma Solone, evitando l'adulazione e badando alla verità, rispose: Certamente, signore, Tello di Atene. Creso rimase sbalordito da questa risposta e lo incalzò con un'altra domanda: E in base a quale criterio giudichi Tello l'uomo più felice? E Solone spiegò: Tello in un periodo di prosperità per la sua patria ebbe dei figli sani e intelligenti e tutti questi figli gli diedero dei nipoti che crebbero tutti; lui stesso poi, secondo il nostro giudizio già così fortunato in vita, ha avuto la fine più splendida: durante una battaglia combattuta a Eleusi dagli Ateniesi contro una città confinante, accorso in aiuto, mise in fuga i nemici e morì gloriosamente; e gli Ateniesi gli celebrarono un funerale di stato nel punto esatto in cui era caduto e gli resero grandissimi onori.
[1.31.1]
Quando Solone gli ebbe presentato la storia di Tello, così ricca di
eventi fortunati, Creso gli domandò chi avesse conosciuto come secondo dopo
Tello, convinto di avere almeno il secondo posto. Ma Solone disse: Cleobi e
Bitone, entrambi di Argo, i quali ebbero sempre di che vivere e oltre a ciò
una notevole forza fisica, sicché tutti e due riportarono vittorie nelle gare
atletiche; di loro tra l'altro si racconta il seguente episodio: ad Argo c'era
una festa dedicata a Era e i due dovevano assolutamente portare la madre al
tempio con un carro, ma i buoi non giungevano in tempo dai campi; allora, per
non arrivare in ritardo, i due giovani sistemarono i gioghi sulle proprie
spalle, tirarono il carro, sul quale viaggiava la madre, e arrivarono fino al
tempio dopo un tragitto di 45 stadi. Al loro gesto, ammirato da tutta la
popolazione riunita per la festa, seguì una fine nobilissima: con loro il dio
volle mostrare quanto, per un uomo, essere morto sia meglio che vivere.
Intorno ai due giovani gli uomini di Argo ne lodavano la forza, mentre le
donne si complimentavano con la madre che aveva avuto due figli come quelli; e
la madre, oltremodo felice dell'impresa e della grande reputazione derivatane,
si fermò in piedi di fronte all'immagine della dea e la pregò di concedere a
Cleobi e a Bitone, i suoi due figli che l'avevano tanto onorata, la sorte
migliore che possa toccare a un essere umano. Dopo questa preghiera i giovani
celebrarono i sacrifici e il banchetto e poi si fermarono a dormire lì nel
tempio; e l'indomani non si svegliarono più: furono colti così dalla morte.
Gli Argivi li ritrassero in due statue che consacrarono a Delfi, come si fa
con gli uomini più illustri.
[1.32.1]
A quei due dunque Solone assegnava il secondo posto nella graduatoria
della felicità [eudaimonia]; Creso si irritò e gli disse: Ospite ateniese, la nostra
felicità l'hai svalutata al punto da non ritenerci neppure pari a cittadini
privati? E Solone rispose: Creso tu interroghi sulla condizione umana un
uomo che sa quanto l'atteggiamento divino sia pieno di invidia e pronto a
sconvolgere ogni cosa. In un lungo arco di tempo si ha occasione di vedere
molte cose che nessuno desidera e molte bisogna subirle. Supponiamo che la
vita di un uomo duri settanta anni; settanta anni da soli, senza considerare
il mese intercalare, fanno 25.200 giorni; se poi vuoi che un anno ogni due si
allunghi di un mese per evitare che le stagioni risultino sfasate, visto che
in settanta anni i mesi intercalari sono 35, i giorni da aggiungere risultano
1050. Ebbene, di tutti i giorni che formano quei settanta anni, cioè di ben
26.250 giorni, non uno solo vede lo stesso evento di un altro. E così, Creso,
l'uomo è interamente accidentalità. Vedo bene che tu sei ricchissimo e re di molte
genti, ma ciò che mi hai chiesto io non posso attribuirlo a te prima di aver
saputo se hai compiuto felicemente la tua vita. Chi è molto ricco non è
affatto più felice di chi vive alla giornata, se il suo destino non lo
accompagna a morire serenamente ancora nella sua prosperità. Infatti molti
uomini, pur essendo straricchi, non sono felici, molti invece, che vivono una
vita modesta, possono dirsi davvero fortunati. Chi è molto ricco ma infelice è
superiore soltanto in due cose a chi è fortunato, ma quest'ultimo rispetto a
chi è ricco è superiore da molti punti di vista. Il primo può realizzare un
proprio desiderio e sopportare una grave sciagura più facilmente, ma il
secondo gli è superiore perché, anche se non è in grado come lui di sopportare
sciagure e soddisfare desideri, da questi però la sua buona sorte lo tiene
lontano; e non ha imperfezioni fisiche, non ha malattie e non subisce
disgrazie, ha bei figli e un aspetto sempre sereno. E se oltre a tutto questo
avrà anche una buona morte, allora è proprio lui quello che tu cerchi, quello
degno di essere chiamato felice. Ma prima che sia morto bisogna sempre evitare
di dirlo felice, soltanto "fortunato". Certo, che un uomo riunisca tutte le
suddette fortune, non è possibile, così come nessun paese provvede da solo a
tutti i suoi fabbisogni: se qualcosa produce, di altro è carente, cosicché
migliore è il paese che produce più beni. Allo stesso modo non c'è essere
umano che sia sufficiente a se stesso: possiede qualcosa ma altro gli manca;
chi viva, continuamente avendo più beni, e poi concluda la sua vita
dolcemente, ecco, signore, per me costui ha diritto di portare quel nome. Di
ogni cosa bisogna indagare la fine. A molti il dio ha fatto intravedere la
felicità e poi ne ha capovolto i destini, radicalmente.
[1.33.1]
Creso non rimase per niente soddisfatto di questa spiegazione; non tenne
Solone nella minima considerazione e lo congedò; considerava senz'altro un
ignorante chi trascurava i beni presenti e di ogni cosa esortava a osservare
la fine.
[1.34.1]
Dopo la partenza di Solone la retribuzione [nemesis] del dio cadde pesantemente su Creso: la subì, per
quanto sembra, perché aveva creduto di essere l'uomo più felice del
mondo.
[trad. di F. Barberis, con alcune modifiche]
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La nemesis divina si manifestò con la sconfitta di Creso da parte dei Persiani guidati da Ciro. Questi lo fecero prigioniero e lo condussero davanti a Ciro, il quale lo fece mettere su una pira per bruciarlo vivo.
[1.86.1]
... a Creso,
ormai in piedi sopra la pira, nonostante fosse in tale brutta situazione, venne in
mente che Solone aveva parlato con l'aiuto di un dio, quando aveva detto che nessuno dei vivi è felice. Con questo in mente, sospirando e gemendo, dopo un lungo
silenzio, chiamò tre volte il nome di Solone. Ciro lo udì e ordinò agli
interpreti di chiedere a Creso chi stesse invocando; essi gli si avvicinarono
e lo interrogarono. Creso dapprima evitò di rispondere alle domande, poi,
cedendo alle insistenze rispose: "Quello che avrei preferito, anche pagando, avesse avuto la possibilità di parlare con tutti i sovrani". Ma poiché queste parole suonavano
senza senso, gli chiesero ulteriori spiegazioni. Visto che continuavano a
infastidirlo con le loro insistenze, raccontò come una volta si fosse recato
da lui Solone di Atene e dopo aver visto le sue ricchezze le avesse
disprezzate; ne riferì anche le affermazioni e narrò come poi tutto si fosse
svolto secondo le parole che Solone aveva rivolto non soltanto a lui, Creso,
ma a tutto il genere umano e specialmente a quanti a loro proprio giudizio si
ritengono felici. Mentre Creso raccontava questi fatti, la pira, a cui era
stato appiccato il fuoco, bruciava ormai tutto intorno. Ciro udì dagli
interpreti il racconto di Creso e cambiò parere: pensò che lui, semplice
essere umano, stava mandando al rogo, ancora vivo, un altro essere umano, che
non gli era stato inferiore per fortune terrene; inoltre gli venne timore di
una retribuzione, al pensiero che nella condizione dell'uomo non vi è nulla
di stabile, e ordinò di spegnere al più presto il fuoco ormai
divampante e di far scendere Creso e i suoi compagni.
[trad. di F. Barberis, con alcune modifiche]
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Questa è un racconto sulla condizione umana e sulla sua finitezza e accidentalità: non si può capire il senso di una vita se non quando è finita ed è, solo per questo, al riparo dal caso. Questa constatazione è però inserita entro la prospettiva naturalistico-morale della moira, propria della cultura mitico-poetica: chi non riconosce i suoi limiti va incontro alla retribuzione della nemesis - in virtù di una legge della natura che è allo stesso tempo legge storica e legge religiosa.
Platone, quando nel mito di Er invita a pensare l'esistenza come indefinita - e dunque aperta al cambiamento perché non determinata, una volta per tutte, dalla sua conclusione - si sta contrapponendo alla saggezza tradizionale: solo se l'esistenza è indefinita è pensabile la storia, come regno della novità e non della ripetizione.
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