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Il mito di Er

Interpretazione

Introduzione
Il giudizio dei morti
Il cosmo di Er
La scelta di una nuova vita
Una interpretazione del mito
Altre letture
Il mito di Er, come il giudizio dei morti del Gorgia, ci narra innanzi tutto di un giudizio. Nel Gorgia, questo giudizio è dato una volta per tutte, sebbene soltanto i tiranni siano condannati a pene eterne. Qui, invece, la metempsicosi rende quasi tutte le sentenze temporanee: le anime, dopo mille anni di espiazione o di ricompensa nel mondo ultraterreno, ritornano a vivere e hanno la possibilità di saggiarsi indefinitamente. La posizione e il carattere del mito di Er ci permettono di rifarci ad esso per corroborare la tesi interpretativa secondo la quale, nella Repubblica, la physis di una creatura non è qualcosa di dato in anticipo e una volta per tutte, ma quel che si può osservare dopo averla messa alla prova. E il tempo della prova - racconta Er - dura indefinitamente.

Come nel giudizio dei morti del Gorgia, solo ai tiranni e agli animi tirannici sono riservate punizioni definitive e irreversibili. Solo i tiranni, infatti, bloccano completamente la discussione e l'apprendimento con la loro violenza e la loro sete di potere. Essi, rifiutando di imparare e di confrontarsi con gli altri, sono gli unici che si cristallizzano in una pena eterna - una pena connessa alla monotonia della loro anima. Il principio supremo del reale è, per Platone, il Bene come superiore potenzialità: il tiranno, con la sua rigidezza e la sua dipendenza dal potere in atto è il suo esatto opposto. La tirannide, per dirla alla maniera di Gentile, è atto puro, proprio perché esiste solo nella misura in cui il suo potere funziona e agisce. Per questo la punizione che si merita, in un mondo ove tutto il resto è potenziale e sempre in evoluzione, è definitiva. Non hai voluto metterti alla prova? Non hai saputo sostenere una discussione? Bene: non ti sarà offerta nessuna possibilità, perché tu non l'hai offerta agli altri.
Le punizioni e le ricompense che vengono assegnate alle altre anime non sono definitive: questo testimonia il loro carattere educativo. La disposizione ad imparare è ciò che distingue chi non è tiranno di chi lo è.

Un'altra differenza fra il racconto di Er e il giudizio dei morti è il fatto che, mentre il secondo viene narrato come un mito, che rielabora esplicitamente materiali omerici, il primo è riportato come il resoconto dell'esperienza di una singola persona, di quello che ha visto e ricorda. La storia della libertà non è una favola ripetuta dai poeti, ma la storia di un protagonista che ha visto le vicende che narra.
Er, addirittura, è tornato dai morti per riferirci il suo racconto. Questo risveglio può essere interpretato in un più di un senso.
  • Sul piano biografico, Platone, scrivendo i suoi dialoghi, fa letteralmente tornare Socrate dal regno dei morti, per farlo continuare a discutere con noi.
  • Dal punto di vista letterario, un dialogo scritto, se riesce a stimolare il pensiero in prima persona del lettore, è metaforicamente un ritorno dal regno dei morti. Idee nate in un contesto temporalmente e spazialmente delimitato possono ritornare vive nel rapporto con chi legge, e addirittura dire qualcosa di nuovo e di creativo. In questo modo hanno, oltre alla prima, infinite vite successive. Socrate, per così dire, è vivo e parla con noi, o, meglio, leggendo i testi platonici, si fanno rivivere infiniti Socrati, in connessione con ciò che noi pensiamo per conto nostro.
  • Dal punto di vista morale, una scelta libera può essere pensata come una morte, cioè come una cesura col passato. Nello stesso tempo, però, è anche un ritorno alla vita, se si sa ricordare come e perché si è scelto.

La cosmologia del racconto di Er è arcaica, naturalistica e deterministica: il fuso della necessità è l'asse delle sfere celesti e fila, nello stesso tempo, i destini degli uomini. La necessità del cosmo e quella del mondo umano sembrano, arcaicamente, una sola. Ma Platone, anche qui, mette del vino nuovo in otri vecchi, nel senso che rielabora il materiale del mito per trasmettere, tramite suo, idee nuove ed inusitate.

Il daimon è la creatura divina che presiede al destino di ciascuno. Nel racconto di Er, il daimon non capita in sorte, ma è oggetto di una scelta. La libertà di scelta rende la virtù "senza padrone", a differenza di quanto avveniva nella morale tradizionale, ove questa era appannaggio di una figura sociale ben determinata, l'aristos, o comunque di un gruppo estremamente ristretto.
La scelta, e dunque la libertà, è qualcosa di indipendente dalla nostra immagine corporea e sociale: sono offerti alla scelta paradigmi di vita di tutti i tipi, di uomini, donne e perfino animali. La metempsicosi, in Platone, è un elemento assieme liberatorio e responsabilizzante; il caso che determina l'ordine della scelta non è decisivo, perché i paradigmi di vita sono più numerosi delle anime.
Il fatto che questi paradigmi siano dei modelli offerti dalla Moira che canta il passato, Lachesi, non incide sulla libertà di scelta. Scegliere, nella prospettiva platonica, significa prendere possesso criticamente del proprio passato per migliorare il presente.
La morte era tradizionalmente un compimento, che dava garanzia di fissità e definitività all'esistenza umana. Per questo si pensava che l'eudaimonia fosse qualcosa di certo solo una volta terminato felicemente l'esistenza mortale. Nel racconto di Er, invece, la morte è un elemento di indeterminazione, che mette in dubbio la fissità delle immagini sociali del mondo dei vivi. Per la tradizione solo la morte poteva dirci chi era veramente padrone dell'eccellenza e aveva (avuto) un felice rapporto col mondo; per Er, la morte ci dice che la virtù non ha padrone.

Le anime compiono scelte molto differenti fra loro: ciascuno si procaccia la felicità, nel senso moderno di soddisfazione personale, a modo proprio. Ma Socrate sottolinea che la questione dello scegliere, e dello scegliere giustamente, in modo da massimizzare l'eudaimonia, è un problema capitale.
Questa eudaimonia esiste non tanto perché un buon daimon presiede al nostro destino, quanto perché noi stessi abbiamo scelto un buon daimon. Elemento essenziale dell'eudaimonia, dunque, non è più il daimon, ma il carattere della nostra scelta. Non ci può essere eudaimonia senza autonomia. Se lo scegliere è essenziale, la felicità non può essere ridotta a un modello, in base al quale coltivare le persone. Anche per questo, i paradigmi di vita offerti in opzione sono numerosi e differenti fra loro.

Solo la trascuratezza ci fa dimenticare che noi, avendo scelto, siamo liberi, e che possiamo renderci migliori. La nostra libertà è "mitica", nel senso che possiamo esserne consapevoli solo ricordando criticamente la nostra storia - come non potevano fare i poeti, i quali sono condannati alla ripetizione e all'immersione acritica in un flusso non concettuale, incontenibile e indefinibile, proprio come l'acqua del fiume Amelete.

Se le nostre scelte sono importanti, e se sappiamo tenerlo a mente, ci risulterà chiaro che il mondo può essere migliore di quello che è. Siamo nel mondo di Ananke, ma cambiare è possibile, perché noi stessi possiamo trasformarci e migliorarci.

Il ritorno di Er dal regno dei morti è un'immagine forte dello spirito che ispira la metafisica di Platone: la realtà esiste solo nella misura in cui è viva e in tensione verso il meglio. Noi esistiamo in maniera piena solo se sappiamo fare le nostre scelte - se sappiamo, cioè, valorosamente morire e consapevolmente rinascere, senza dimenticare nulla, come nel racconto straordinario che mette fine alla Repubblica.

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Maria Chiara Pievatolo © 1998  Torna all'inizio di questo documento