|
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo in primo luogo capire che cosa significa storia. Dal momento che ci accingiamo a studiare il pensiero politico antico,
dobbiamo chiederci anche se la storia secondo gli antichi sia differente o no dalla storia secondo i moderni.
In secondo luogo, dobbiamo chiederci se la storia sia o no pensabile come un carattere fondamentale degli esseri umani dei quali si parla. Da risposte diverse a questa domanda seguono concezioni diverse della storia. In terzo luogo, dobbiamo provare a metterci nei panni degli "spettatori" della storia, cioè di coloro a cui la storia viene raccontata, e degli "oggetti" della storia, cioè di coloro di cui si narra la storia. Perché si racconta la storia? Per chi si racconta la storia? E soprattutto, con quale diritto qualcuno racconta la "nostra" storia? La storia è anche un esercizio di potere: qualcuno sceglie chi merita di essere ricordato e che cosa, invece, conviene dimenticare, e ci dice anche che questa storia, che egli ha scelto per noi, non è semplicemente una sua storia, ma è anche la "nostra." Qui sotto ci sono le mie risposte. Ma chi legge, se lo desidera, può capire come sia possibile - o, forse, non sia possibile - pervenire ad esse seguendo i links che portano ai vari itinerari di ragionamento di cui sono la conclusione. |
|
|
|
La storia è la narrazione delle esperienze di una
collettività, della quale ci riconosciamo partecipi. Può essere circolare, di tipo naturalistico, come era per gli antichi, oppure lineare, come è a partire dalla rivoluzione cristiana.
L'uomo può scoprire se stesso solo nella partecipazione alla storia, se la ragione è intesa come storica; o può intendere la storia come deplorevole distrazione, se la ragione è posta fuori dalla sua storia o se pensa - come Nietzsche - che la ragione non esista affatto e la storia sia solo un suo manchevole surrogato. Le due tesi sopra esposte sono dogmatiche, nel senso che espongono una dottrina sulla natura della ragione (umana) in rapporto alla storia. é pensabile una prospettiva critica, che ci permetta di porre il problema del senso e del metodo della storia del pensiero senza abbracciare una dottrina sulla natura umana? Questa prospettiva critica, se é possibile, implica che, proprio perché facciamo esperienza di noi stessi attraverso la storia, cioé attraverso una esperienza temporale, contingente, soggetta all'oblio e alla reinterpretazione, non siamo in grado di dire né che siamo storici per essenza, né che non lo siamo. Ma, ogni volta che studiamo la storia, e, meglio, una storia, dobbiamo chiederci: "che cosa si vuol qui sapere?" Non é ovvio né che la storia ci interessi sempre, né che la storia non ci interessi mai. Tutto dipende dalle nostre domande, che é nostra responsabilità proporre. Raccontando la storia, esercitiamo un potere: un potere che può essere aperto e controllabile solo se ci impegnamo a portare alla luce i nostri interrogativi e i nostri interessi. Altrimenti, quello della storia è un potere occulto, alla maniera di Nostradamus, si potrebbe dire scherzosamente: un potere occulto per chi la narra e, soprattutto, per chi la subisce. In un guscio di noce, il problema fondamentale che ispira la nostra rilettura di Platone é questo: la critica teoretica e politica che gran parte del pensiero del Novecento ha fatto a Platone, accusandolo di arroganza totalitaria, deve condurre ad eliminare dalle questioni politiche di cui discutere i temi della Repubblica ? Alla luce di tale questione, la Repubblica verrà letta con una attenzione particolare ai problemi dell'educazione, della comunicazione del sapere, della famiglia e della proprietà privata, nonché della cittadinanza di soggetti esterni alla società politica esistente. |
|
|
|
|