Il paradosso di Ulissedi Francesca Di Donato |
Il paradosso di Ulisse
Una tragedia maschile |
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Nel
bel mezzo della notte un uomo viene svegliato da un forte rumore; guardando
dalla finestra, si accorge che un tubo che serve ad irrigare il suo giardino
si è rotto e sta allagando il prato. L'uomo esce velocemente di casa e,
nell'intento di riparare il tubo, percorre per ore in su e in giù il prato
intriso d'acqua. Una volta riparato il guasto torna a letto. Il mattino seguente,
affacciandosi nuovamente dall'alto della finestra, vede che le impronte dei
suoi passi sul prato sono il disegno di una cicogna. Con questo racconto di
Karen Blixen Adriana Cavarero apre la sua narrazione (A. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano 1997). La tesi che sostiene è
che il passaggio dal discorso orale a quello scritto (identificati rispettivamente con Omero e Platone), è una tragedia
maschile. La scissione tra l'ordine discorsivo della narrazione e quello
della filosofia ha negato senso al racconto. Il raccontare e il raccontarsi,
come riconoscimento dell'altro e della sua differenza, sono forme di
altruismo e passaggi necessari a conoscere la propria identità. Fra identità
e narrazione, sostiene la Cavarero, c'è un forte rapporto di desiderio. E
cosa desidera il desiderio? Il racconto della sua storia, la sua cicogna.
"In una delle scene più belle dell'Odissea, Ulisse siede come ospite alla corte dei Feaci, in incognito. Un aedo cieco intrattiene col suo canto i convitati. Egli canta 'gesta di eroi, una storia la cui fama giungeva allora al cielo infinito'. Canta della guerra di Troia, narra di Ulisse, delle sue imprese. E Ulisse, nascondendosi il volto nel gran mantello purpureo, piange. 'Non aveva mai pianto prima' commenta Hannah Arendt, 'certo non quando i fatti che ora si sente narrare erano realmente accaduti. Soltanto ascoltando il racconto egli acquista piena nozione del suo significato'. Chiameremo questa scena il paradosso di Ulisse" (p. 27). Secondo la Cavarero il primo lato del paradosso consiste nel fatto che solo col racconto Ulisse acquisisce piena coscienza della sua storia e quindi della sua identità. E' in seguito al pianto dell'eroe infatti che il re dei Feaci chiede all'ospite sconosciuto di rivelarsi. "'Sono Ulisse, figlio di Laerte', risponde Ulisse" (pag. 30). Ma qui, afferma la Cavarero, sta il nucleo del paradosso: "Perché il significato dell'identità è sempre affidato al racconto altrui della propria storia di vita?" (pag. 31). La Cavarero fa rispondere Hannah Arendt che afferma che essere e apparire coincidono dal momento che si appare sempre a qualcuno e senza l'altro non si può apparire. Il secondo lato del paradosso di Ulisse consiste nel fatto che la sua storia non ha nessun autore ma è semplicemente il risultato delle sue azioni: "possiamo sapere chi qualcuno è o fu solo conoscendo la storia di cui egli stesso è l'eroe - la sua biografia in altre parole" (H. Arendt, Vita activa, Milano 1989, pag. 136). Perciò l'identità postula sempre l'altro come necessario; il narratore però, non è presente a ciò che accade ed ha uno sguardo che è, come quello dello storico, retrospettivo. "Alla corte dei Feaci, il rapporto fra Ulisse e l'aedo è dunque perfetto. Palese controfigura di Omero, l'aedo, come succede anche a Tiresia, è cieco." Egli vede "con i suoi occhi ciechi la storia che ne è risultata, perché essa è invisibile a lui nella forma invisibile del ricordo" (pag. 39). Secondo la Arendt, afferma la Cavarero, il ruolo del narrare che rende immortale, riguarda sia il poeta che lo storico. Entrambi infatti non si rivolgono all'universale e al generale, ma all'irripetibilità dell'unico. Adriana Cavarero critica la tradizione del pensiero da Platone in poi che ha cancellato l'individualità del soggetto a favore della definizione universale: è proprio Platone che con la sua filosofia ha stabilito il primato dell'astratto (universale) sul narrato (concreto, particolare, unico). Platone, attaccando la poesia e la tradizione orale con a capo Omero, ha dato origine ad una tradizione basata sull'universale che ha inglobato, annullandolo, il singolo nella sua unicità. Nell'opera di Platone, infatti, ogni figura di donna si trova a giocare un ruolo il cui senso appartiene ai codici patriarcali che glielo hanno assegnato. E così, nel quadro universale, la sessuazione non conta. L'universale infatti, non potendo prevedere in sé che un unico canone, si è ridotto al maschile e ha prodotto il duplice effetto di
Il contesto da cui vengono estratte le figure femminili è l'opera di Platone poiché è in essa che il rito matricida fondativo trova compiutezza filosofica senza ancora chiudersi nella forma sistematica e lasciando quindi affiorare dal contesto le tracce di questo avvenuto matricidio. La filosofia (in maniera significativa quella di Platone) è uno strumento di manipolazione del potere maschile sul femminile che, negando le donne, agisce (in modo particolare) a livello simbolico non riconoscendo e svalutando il femminile. |
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