il problema la differenza Vandana Shiva Judith Butler Conclusioni

Un'altra differenza: Vandana Shiva


Una diversa definizione di differenza è quella di Vandana Shiva, filosofa e scienziata indiana. Il suo pensiero offre spunti significativi nel momento in cui, prendendo come riferimento l'esperienza indiana, riflette su due aspetti relativi all'avvento della monocoltura. La sua ipotesi di partenza è il fatto che uniformità e centralizzazione siano alla base della vulnerabilità e della rottura ecologica e sociale. Quali sono, si chiede, le ragioni filosofico-epistemologiche che spingono l'uomo occidentale a ridurre tutto a 'uno', schiacciando le prospettive diverse a causa della necessità di controllare il sapere e il potere? Esiste, insito nel sistema dominante, risponde la Shiva [Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995], un legame tra sapere e potere che si fonda su un insieme di valori affermatisi col capitalismo mercantile. Questo stretto legame crea diseguaglianza e dominazione, per il modo in cui il sapere è generato e strutturato, e per il modo in cui esso è legittimato e, al tempo stesso, delegittima le alternative possibili. Così il potere è inserito nella prospettiva che vede il sistema dominante come una tradizione universale e l'universale diffuso come sistema aperto.

L'esperienza indiana mostra che anziché modellare la società sulla base della foresta, come accade nelle culture locali, la vita della foresta viene regolata in base a quella della fabbrica. Al posto del pluralismo culturale e biologico, la fabbrica produce monocolture insostenibili in natura e nella società. In questo modo la diversità organica lascia il posto all'atomismo frantumato e all'uniformità. La foresta naturale, nella sua diversità, è vista come un 'caos', mentre la foresta fatta dall'uomo è 'ordine'. E così i nuovi costi ecologici sono lasciati fuori come esternalità, facendo apparire produttivo un sistema inefficiente e distruttivo. Dunque natura e cultura sono ben distinte: la natura è aperta alle possibilità di scelta; la cultura costringe entro ruoli determinati dal potere come utile del più forte. La scienza occidentale moderna, infatti, non permette di essere valutata ma solo accettata. Questo suo limite, secondo la Shiva, porta il sistema dominante dentro una crisi dai molti risvolti:
"a). è profondamente imbevuto di economicismo, e pertanto è sicuramente insensibile ai bisogni umani; b). le implicazioni politiche di questo sapere non garantiscono né l'uguaglianza né la giustizia; c). separa la saggezza dal sapere; d). è un sapere colonizzante e mistificatorio e cela la colonizzazione sotto la mistificazione; e). rifugge dalla concretezza, svalutando i saperi concreti e reali; f). impedisce l'ingresso e la partecipazione ad una pluralità di soggetti; g). trascura moltissimi percorsi per conoscere la natura e l'universo: è una monocoltura della mente". La democratizzazione del sapere diviene dunque una precondizione della liberazione umana, visto che il sapere contemporaneo esclude l'umano dalla sua struttura. Si tratta di imparare a conservare la diversità, cosa che diverrà possibile solo quando essa venga assunta come logica stessa della produzione. Occorre dunque pensare in termini di biodemocrazia, che significa riconoscimento del valore intrinseco di tutte le forme di vita e del loro diritto alla vita.

Nell'analisi della Shiva le relazioni di potere sono ben chiare. Il punto centrale non è quello di trovare i contenuti di una natura femminile, ma di una cultura "umana", che includa diversità e disordine. In termini filosofici Vandana Shiva non concepisce la natura come un'essenza, ma come un insieme di possibilità non conoscibili. Il confine tra natura e cultura, che nel suo pensiero può apparire netto, le è utile a tracciare gli aspetti di quello che chiama sistema dominante, senza costringerla a definire una natura unica e ontologica. Tuttavia per noi europee o, più generalmente, occidentale, si pone una domanda: il nostro 'sistema dominante', per usare le parole di Vandana Shiva, o la società in cui viviamo può essere aperta alle possibilità offerte dalle trasformazioni in atto? Essa comprende al suo interno gli strumenti per aprirsi alle differenze e eliminare le diseguaglianze?



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Francesca Di Donato © 2001