La risposta di Luce Irigaray [Speculum. L'altra donna, Feltrinelli, Milano 1975)], la prima teorica del pensiero della differenza sessuale, è chiaramente affermativa: i sessi sono per natura diversi, e lo sono ontologicamente. Secondo la Irigaray nella filosofia occidentale il pensiero maschile si è imposto come soggetto universale e neutro, che costruisce il mondo a partire da sé e ha sottratto all'essere sessuato femminile l'accesso al simbolico, la capacità di autosignificarsi. È necessario per le donne colmare la mancanza di un pensiero proprio su sé stesse e sul mondo, dotandosi di uno strumento conoscitivo che riconsegni loro questa capacità fondativa. Il punto di partenza, questo strumento conoscitivo, non può che essere il corpo, sede di origine fisica e simbolica: "per le donne -scrive la Irigaray- l'essere sessuate nella differenza è qualche cosa di imprescindibile, è, per ciascuna donna che si trova a nascere donna, [un dato inalterabile] che si radica nel suo essere non come un che di superfluo o un di più ma come ciò che essa necessariamente è: appunto donna".
Se la libertà, nel senso inteso dalla de Beauvoir, è la possibilità, per un soggetto, di agire trascendendo la sua condizione in primo luogo naturale, questa libertà presuppone una opposizione rigida fra necessità e libertà, e una volta compiuta la dicotomia, alle donne viene attribuita la natura, la reificazione e la prigionia nell'immanenza, agli uomini la libertà e la trascendenza. Ma perché la fecondità non potrebbe essere un progetto? Perché, dunque, associare un elemento negativo alle caratteristiche naturali femminili?
Le relazioni di potere con l'altro sesso, secondo Sylviane Agacinski [La politica dei
sessi, Ponte alle Grazie, Milano 1998], devono ribaltarsi e resteranno sempre tali, come malattia congenita di una totalità fatta di due: della dualità non si può fare a meno, la differenza separa inderogabilmente.
Il corpo è dunque l'essenza della differenza. La capacità di procreare e i valori che da essa derivano 'naturalmente', relegati nei secoli in una posizione gerarchicamente subordinata, devono acquistare rilievo proprio.
Il pensiero della differenza in questo modo porta la riflessione sulla funzione materna in primo piano, trovando ampio spazio di dibattito in Italia e, in altra forma, negli Stati Uniti. Le donne, sostiene in un testo molto famoso Carol Gilligan [Con
voce di donna, Feltrinelli, Milano 1991], sono portatrici di un'etica differente, l'"etica della cura".
La definizione di differenza tuttavia, mentre pone l'attenzione sull'aspetto biologico e naturale della femminilità, presenta alcune difficoltà. I confini tra natura e cultura paiono netti: la cultura maschile attribuisce valore negativo a una parte dell'umanità solo in virtù del fatto che questa metà è in grado di procreare. Tuttavia, a ben vedere, il confine tra natura e cultura non pare essere tanto chiaro. Non è chiara, ad esempio, la conseguenza logica tra istinto riproduttivo e propensione alla cura, indicata dalle donne come fonte principale di disuguaglianze. E non è chiara l'esclusività del potere di generare da parte della donna, come mostrano le evoluzioni in materia di riproduzione artificiale.
La definizione di differenza continua a presentare difficoltà e pone la questione se sia conveniente per le donne, al fine di rimuovere le ingiustizie, invocare una natura che non si riesce a definire e che è stata nei secoli utilizzata per confinare le donne nell'invisibilità delle relazioni familiari.