§
1. I fondamenti del pensiero politico nel decennio delle Critiche.
§
2. L'affermarsi dell'idea di una repubblica mondiale nella prima metà degli anni Novanta.
§
3. Le riflessioni sull'ordinamento cosmopolitico nelle ultime opere:
verso una repubblica federale mondiale?
1. I fondamenti
del pensiero politico nel decennio delle Critiche
Per una migliore comprensione del pensiero politico di Kant, con specifico
riguardo al problema di un assetto giuridico che garantisca un ordine mondiale
fondato sulla libertà, può essere opportuna una ricostruzione
storica, che muova dalla Critica della ragion pura e giunga fino
allo scritto Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio;
in termini cronologici, dal 1781 al 1798. Potrà essere il modo per
seguire il graduale affermarsi di una concezione coerente, nella costanza
di alcuni fondamenti e nel cadere di riserve su aspetti parziali. Sarà
anche l'occasione per constatare il convergere di premesse delle grandi
opere critiche e sistematiche, e di concezioni e preoccupazioni specificamente
politiche.1
Possiamo muovere dall'idea di repubblica, che si incontra nella prima
Critica, all'inizio della "Dialettica trascendentale", e proprio
in un luogo di grande significato sistematico, qual è la sezione
"Sulle idee in generale".2 Con espressioni dello
scritto Per la pace perpetua, si potrebbe dire che Kant fa scaturire
l'idea di repubblica dalla "pura fonte del concetto del diritto";3
in quanto egli definisce il più perfetto degli ordinamenti politici
con le parole seguenti, in cui è lecito vedere anche la prima definizione
del diritto: "una costituzione che miri alla maggiore libertà umana
secondo leggi che facciano che la libertà di ciascuno possa coesistere
con quella degli altri".4 Nel seguito si nota già
un abbozzo della divisione dei poteri, quando Kant parla di legislazione
e governo; vediamo altresì che la realistica, costante insistenza
kantiana sulla necessità della coazione è congiunta alla
fondata speranza che i progressi della costituzione politica potranno essere
al contempo una progressiva riduzione dell'uso delle pene. "Quanto più
la legislazione e il governo fossero ordinati in accordo a tale idea, tanto
più rare sarebbero le pene; ed è perfettamente ragionevole
pensare che (come Platone asserisce) in un ordinamento perfetto di quelli,
le pene non sarebbero più necessarie".5
E sta qui proprio la precisazione del termine idea: "un maximum
come archetipo, affinché alla sua stregua la costituzione legale
degli uomini venga sempre più avvicinata alla maggiore perfezione
possibile".6 Le ripetute osservazioni kantiane
sulla realtà oggettiva dell'idea di repubblica, e della stessa
idea di una pace perpetua, devono tenere per base questa affermazione della
realizzabilità dell'idea in genere, salva la inevitabile distanza
delle realizzazioni dal loro archetipo: nel nostro caso, di ogni repubblica
storica nei confronti del concetto di una perfetta repubblica; detto in
termini kantiani, di ogni respublica phaenomenon rispetto alla respublica
noumenon.
Accanto all'idea di repubblica, in tal modo delineata, dobbiamo porre
il primo accenno ad un'organizzazione cosmopolitica, che troviamo nello
scritto di tre anni dopo, Idea di una storia universale dal punto di
vista cosmopolitico. Qui Kant si cimenta, per la prima volta, con il
problema "di pervenire ad attuare una società civile (bürgerliche
Gesellschaft) che faccia valere universalmente il diritto", come suona
il titolo della 'tesi quinta'.7 Infatti, egli afferma,
"solo in una società siffatta, l'intento supremo (höchste
Absicht) della natura, cioè lo sviluppo di tutte le facoltà,
può essere nell'umanità raggiunto";8
detto con parole che torneranno nel § 83 della Critica del Giudizio.
La tesi settima individua la soluzione in un foedus amphyctionum,
sull'esempio dell'antica lega delle città mediterranee, così
da far sorgere "una condizione cosmopolitica di sicurezza statuale (ein
weltbürgerlicher Zustand der öffentlichen Staatssicherheit)
che non sia immune da qualche pericolo";9 ed inizia
in tal modo a manifestarsi il timore di Kant di fronte ad un ordinamento
politico di grandi dimensioni, che sarebbe inevitabilmente dispotico, con
il pericolo anche di una degenerazione nell'anarchia. La tesi ottava aggiunge
un'altra espressione approssimativa, quella di un "grande futuro corpo
statuale (Staatskörper)",10 e vede
in esso, ancora una volta, "l'intento supremo" della natura, cioè
una "universale condizione cosmopolitica (ein allgemeiner weltbürgerlicher
Zustand)".11 L'importante scritto kantiano
termina con un accento di speranza, che è anche un ferma esortazione
alle forze morali dell'umanità: "i nostri tardi nipoti" apprezzeranno
la storia più antica "soltanto dal punto di vista che li interesserà,
cioè per valutare il grado in cui popoli e governi hanno favorito
o contrastato le finalità cosmopolitiche".12
Nella ferma speranza in tali finalità, sta racchiuso quello che
Kant designa come il chiliasmo (Chiliasm) che anche la filosofia
può avere,13 quel chiliasmo che permarrà
fino al tardo scritto sul progresso.
Dal punto di vista di un diritto cosmopolitico che assicuri al mondo
pace nella libertà, le idee del celebre testo del 1784 non giungono
a collegarsi con la definizione di repubblica contenuta nella prima Critica:
se così avvenisse, saremmo già alla concezione di una repubblica
che assicuri a tutto il mondo, com'è nell'ispirazione di essa, la
pace nella libertà. Ma questa congiunzione non avviene ancora, e
permarrà invece, nella mente di Kant, la visione di uno stato universale
inevitabilmente dispotico, da temere e da evitare, a favore di un ordinamento
che dia sì minor sicurezza di fronte ai pericoli della guerra, ma
che non sacrifichi la libertà; e in questo senso l'antico foedus
amphictyonum appare come il modello a cui ispirarsi, anche se esso
è arricchito di espressioni poco tecniche, che esprimono speranze
più ardite. Dà invece appoggio ad una visione più
coraggiosa, nel 1785, la Fondazione della metafisica dei costumi,
allorché, dopo la enunciazione delle tre formulazioni dell'imperativo
categorico, introduce il "concetto molto fecondo" di un "regno dei fini"
(Reich der Zwecke);14 la fecondità
di quel concetto nella visione kantiana del problema politico si rivelerà
per i suoi riflessi sui concetti di repubblica e di chiesa, che si avvieranno
ad una purificazione da qualsiasi riferimento materiale negli scritti dell'ultime
decennio del secolo.
Ma se vogliamo vedere la conclusione del cammino kantiano nel decennio
delle Critiche, per quanto attiene al nostro tema, dobbiamo guardare alla
Critica del Giudizio, e precisamente al § 83. In esso tornano,
ma inserite nel contesto sistematico del giudizio riflettente, e più
precisamente teleologico, le osservazioni formulate nell' Idea di una
storia universale: la concezione di un "intento finale (Endabsicht)",
o anche "scopo ultimo (letzter Zweck)", che è proprio della
"natura in quanto sistema teleologico", e che consiste nella cultura (Kultur).15
Precisa quindi Kant - ed è qui l'importanza per il nostro tema -
che "la condizione formale (formale Bedingung) sotto cui soltanto,
la natura può raggiungere questo suo intento finale, è quella
costituzione dei rapporti degli uomini tra loro, che in un intero che si
chiama società civile oppone un potere legittimo alle infrazioni
reciproche della libertà";16 ma per il
raggiungimento di un tale intento finale o scopo ultimo, "sarebbe ancora
necessario un intero cosmopolitico, vale a dire un sistema di tutti
gli stati, che sono esposti al pericolo di danneggiarsi reciprocamente."17
Concezione a cui seguono considerazioni sulla guerra e sul suo presumibile
fondamento in un disegno provvidenziale. Abbiamo quindi che una società
civile cosmopolitica è la necessaria condizione formale perché
la natura possa raggiungere il suo intento finale, o suo "scopo ultimo",
consistente nella cultura, cioè nella fioritura delle arti, delle
scienze, della tecnica; pur con quei suoi tristi corollari che sono l'oppressione
della classe inferiore, pur mitigata dal propagarsi anche ad essa della
cultura della classe superiore; e, in quest'ultima, l' "intima insoddisfazione",
e una "miseria brillante (glänzendes Elend)".18
Di qui, dal raggiungimento dello "scopo ultimo" della natura, scaturisce
nell'uomo il bisogno di rivolgersi ad una meta più alta, offerta
soltanto da un ordinamento morale del mondo, per cui l'uomo, "soltanto
in quanto essere morale", può essere "scopo finale (Endzweck)"
della creazione;19 e dove alla virtù sarà
unita come conseguenza la felicità. Il sommo bene, già teorizzato
nella Critica della ragion pratica, viene quindi a trovarsi, quale
scopo finale, al di sopra dello scopo ultimo della natura. Nella precisione
di questi concetti, si può anche vedere la distinzione fra il chiliasmo
filosofico, nel quale Kant ha sempre creduto, e il chiliasmo teologico,
al quale egli sembra talora avvicinarsi nella Religione entro i limiti
della mera ragione. E la società civile cosmopolitica, che poi
si chiamerà meglio repubblica mondiale, appare la destinazione ultima
del genere umano sulla terra, oltre la quale potrà vedersi soltanto
la destinazione ultraterrena dell'uomo, come regno dei fini e come sommo
bene.
2. L'affermarsi
dell' idea di una repubblica mondiale nella prima metà degli anni
Novanta.
Lo scritto Sul detto comune: questo può esser giusto in teoria,
ma non vale per la pratica, segna l'inizio di una fase decisiva per
la delineazione del pensiero politico di Kant: sia per l'impostazione metodologica
generale, con la distinzione tra argomentazione in thesi e argomentazione
in hypothesi, sia per l' impostazione dello specifico problema di
un sistema giuridico che preservi la pace nel mondo. L'aspetto metodologico
è trattato nella premessa generale allo scritto; l'aspetto sostanziale,
nella terza parte, che contiene la polemica con Mendelssohn.
Si legge nella premessa esser insostenibile che qualcosa, ritenuto
giusto in teoria, non valga anche nella pratica, con il pretesto della
sua irrealizzabilità. Il detto non è sostenibile nelle scienze
naturali, le quali vorranno semmai ampliare e migliorare la teoria; ma
lo è ancor meno nelle materie morali. Infatti, "in una teoria che
è fondata sul concetto del dovere, la preoccupazione per la vuota
idealità di questo concetto viene interamente meno".20
E Kant prosegue con un' invettiva, che si conclude in parole avverse a
coloro che hanno "la presunzione di veder più lontano e più
sicuramente con occhi di talpa fissi nell'esperienza, che non cogli occhi
che furono dati ad un essere che fu fatto per camminare in modo eretto
e per guardare il cielo".21 Una simile affermazione
può esser magari tollerata in un ignorante; ma è assolutamente
intollerabile in un dotto; il quale "esalta la teoria e il suo valore per
la scuola (...), e nello stesso tempo afferma che le cose nella pratica
vanno altrimenti".22 Si deve ritenere ancora che
Kant pensi al dotto, quando scrive "Ciò si esprime anche così:
questo o quel principio vale in thesi, ma non in hypothesi".23
Questi princìpi trovano applicazione nei tre ambiti distintamente
trattati nelle tre parti del testo: la prima sulla morale in genere, la
seconda sul diritto dello stato, la terza sul diritto internazionale. Più
precisamente, si deve notare che la terza parte tratta del diritto internazionale
considerato da un punto di vista cosmopolitico: in questo saggio del 1793
non è ancora presente la distinzione tra diritto internazionale
e diritto cosmopolitico, che in seguito costituiranno la seconda e la terza
parte del diritto pubblico, dopo il diritto dello stato. Kant si limita
qui a sostenere che il diritto internazionale dev'esser tale da impedire
la guerra e i suoi mali: e un simile risultato potrà aversi soltanto
se si instauri nel diritto internazionale un' ispirazione cosmopolitica.
La terza parte dello scritto, tuttavia, è importante perché
mostra in concreto, di fronte a un problema specifico, un esempio dell'argomentaziona
in thesi e in hypothesi. Contro Mendelssohn, che vede nell'umanità
una perpetua oscillazione fra bene e male, cioè una stazionarietà
(una concezione che lo scritto sul progresso definirà abderitistica),
Kant afferma che si può confidare in un progresso verso una sempre
maggiore limitazione della guerra. La sua argomentazione non è lineare:
egli si addentra dapprima nell'alternativa tra una costituzione cosmopolitica
(weltbürgerliche Verfassung) e una "confederazione secondo
un diritto dei popoli sostenuto in comune (Föderation nach einem
gemeinschaftlich verabredeten Völkerrecht)"; però, accennando
alla possibilità che un grande stato possa divenire dispotico, sembra
propendere verso la confederazione di popoli, nonostante la minor sicurezza
che essa offre al mantenimento della pace.24 Ma
torna poi, alla conclusione dello scritto, sull'ipotesi di uno stato universale,
e lo fa per riferire l'argomentazione degli increduli. Il passaggio è
molto significativo, perché qui Kant riporta, in forma di discorso
diretto, il pensiero di coloro che respingono in hypothesi ciò
che in thesi è giusto. "Ma", si dirà, "a tali leggi
coattive gli stati non si sottoporranno mai (...) Tale progetto è
stato in ogni tempo deriso (...) come un'idea pedantesca e puerile che
proviene dalla scuola".25
Di fronte a questa argomentazione in hypothesi, Kant replica
e conclude con vigore: "per parte mia ho invece fiducia nella teoria (...)
che raccomanda agli dei della terra questa massima: di condursi sempre
nei loro conflitti in modo che un siffatto stato universale dei popoli
(allgemeiner Völkerstaat) venga preparato e sia considerato
possibile (in praxi) e tale da poter esistere.Al tempo stesso
e inoltre (in subsidium) io ho fiducia nella natura delle cose,
la quale costringe anche quelli che spontaneamente non vogliono (fata
volentem ducunt, nolentem trahunt)... Pertanto rimane vera anche dal
punto di vista cosmopolitico l'affermazione: ciò che vale in teoria
in virtù di certi princìpi della ragione, vale anche nella
pratica."26
L'alternativa presa in esame in questo scritto, non è ancora
quella, presente nel secondo articolo definitivo della Pace perpetua,
tra repubblica mondiale e confederazione di popoli, bensì quella
tra stato universale di popoli e confederazione di popoli: la repubblica
mondiale non è ancora apparsa all' orizzonte speculativo di Kant.
Ma lo stato di popoli di cui egli parla è pur sempre teorizzato
in un contesto secondo cui il popolo deve avere "il voto di decidere se
la guerra deve o non deve farsi";27 su cui parlerà
più organicamente il primo articolo definitivo della Pace perpetua,
definendo la repubblica.
La Religione nei limiti della mera ragione, dell'anno 1973,
ha una decisiva importanza nel formarsi del pensiero politico di Kant.
Questa grande opera della vecchiaia, limpida nello stile e nel pensiero
nonostante le sue difficoltà, è anche una grande opera di
filosofia politica, sulla cui centralità nel mondo di pensiero dell'ultimo
Kant non si insisterà mai abbastanza. E' in essa, che per la prima
volta compare l'idea di una repubblica mondiale (Weltrepublik),
in armonia con il pensiero teorico generale e precisamente in posizione
simmetrica rispetto all'idea di una ecclesia universalis.La definizione
di un chiliasmo filosofico, già accennata nell' Idea universale
del 1784, avviene in contrapposizione al chiliasmo teologico nel
primo capitolo dell'opera, e precisamente nel fondamentale § 3, che
introduce la nozione di male radicale (radikales Böses).
Il teatro ove la tendenza umana al male appare in tutta la sua terribile
forza, è la situazione internazionale. In essa, scrive Kant, "le
nazioni stanno le une di frontre alle altre secondo i rapporti del rozzo
stato di natura (stato di guerra perpetua), dal quale esse hanno anche
fermamente deciso di non uscire mai. Si scorgerà (...) come i princìpi
che reggono le grandi società, che son denominate stati, siano in
contraddizione diretta col vantaggio pubblico e tuttavia siano ineliminabili."28
Si noti il successivo fondamentale passo: "Nessun filosofo ha ancora potuto
mettere questi princìpi in accordo con la morale, e nemmeno (ciò
che è grave) proporne di migliori, che si possano conciliare con
la natura umana; di modo che il chiliasmo filosofico, che spera
in uno stato di pace perpetua, fondato sulla confederazione dei popoli
come repubblica mondiale (Völkerbund als Weltrepublik), è
- precisamente come il chiliasmo teologico, che fa assegnamento
sul completo miglioramento morale di tutto il genere umano - messo generalmente
in ridicolo come una stravaganza".29 Come si vede,
viene qui definita con la maggiore chiarezza la differenza tra chiliasmo
filosofico e chiliasmo teologico: il primo afferma la speranza di una pace
perpetua attraverso un ordinamento giuridico mondiale che assicuri il massimo
di libertà secondo leggi; il secondo fonda la speranza nella instaurazione
del regno di Dio sulla terra, e quindi di un miglioramento anche nell'interiorità,
cioè secondo la virtù. La speranza kantiana è del
primo tipo, pur se talora, e soprattutto in quest'opera, Kant sembri abbandonarsi
alla speranza fondata dal chiliasmo teologico. Ma la speranza in una repubblica
mondiale nasce entro una meditazione generale sulla destinazione dell'umanità
su questa terra e nella vita ultraterrena. E si noti ancora la dizione
di Kant, la più precisa attestataci dalle sue opere, che ci fa pensare
ad una repubblica federale mondiale, quando Kant parla di Völkerbund
als Weltrepublik. Ora si è chiarita nella sua mente la distinzione
interna a uno stato di popoli, che può essere, come ogni stato,
dispotico o repubblicano: il che si traduce, sul piano mondiale, nella
distinzione tra monarchia universale e repubblica mondiale;30
meglio, nel nostro linguaggio, repubblica federale mondiale. Anche un'altra
definizione è da tener presente, che pure fa pensare a una repubblica
federale mondiale: quella di una "unione di stati (repubblica di liberi
popoli confederati): Staatenverein (Republik freier verbündeter
Völker)".31 L'architettonica kantiana,
in questa parte del sistema, vive nella simmetria di chiese in rapporto
tra loro, che dovranno progressivamente purificarsi ed avvicinarsi, fino
a raggiungere l'unità della chiesa universale; e di stati in rapporto
fra loro, che dovranno divenire repubbliche, e repubbliche sempre più
perfette, fino ad unificarsi in una repubblica mondiale. Tuttavia, la perfezione
assoluta non potrà mai essere raggiunta in praxi, ma solo
nella vita ultraterrena, dove le due supreme comunità, giuridica
ed etica, dell'esteriorità e dell'interiorità, appaiono destinate
ad unificarsi nel regno dei fini, nel quale ciascuno sarà fine all'altro,
in un'uguaglianza che esclude soltanto Dio,32
Padre comune di tutti. Sarà la Pace perpetua, quando definirà
l'uguaglianza fra gli uomini viventi in repubblica, ad affermare che la
nostra prospettiva si innalza se estendiamo i nostri concetti ai rapporti
degli uomini con qualsiasi altro essere intelligibile escluso Dio; e noi
possiamo legittimamente pensare che nella sua raggiunta perfezione la repubblica
di tutti gli uomini e di tutti gli esseri intelligibili non avrà
motivo di distinguersi dalla ecclesia di tutti gli esseri intelligibili.
Una stessa tensione dinamica muove le repubbliche e le chiese; e questa
tensione deve esserci presente quando pensiamo il concetto di repubblica
nella sua potenzialità sistematica. Ancora: Kant parla, nella Religione,
della chiesa visibile come schema, e come rappresentazione, Vorstellung,
della chiesa invisibile;33 e parla altresì
dello schematismo che è necessario alla trattazione filosofica
della chiesa.34 Non dice però altrettanto
della singola repubblica rispetto alla repubblica mondiale nella sua raggiunta
purezza; e giungerà soltanto a parlare, nello scritto del 1798 sul
progresso, della repubblica storica come Darstellung (che può
esser reso anch'esso con rappresentazione, ma senza la rigorosa significazione
gnoseologica del termine Vorstellung) della perfetta repubblica:
respublica phaenomenon, rispetto alla respublica noumenon.35
Poiché la chiesa attiene ai rapporti di virtù, che uniscono
l'uomo a tutti gli altri uomini, e il samaritano della parabola non distingue
tra concittadini e stranieri; mentre la repubblica attiene ai rapporti
di diritto, che sono tra i cittadini di un medesimo ordinamento giuridico.36
Ma anche nel caso della repubblica, se ci innalziamo alla prospettiva che
guarda gli uomini nella loro uguaglianza con tutti gli esseri intelligibili
escluso Dio, noi possiamo vedere, andando oltre la lettera di Kant, la
singola repubblica come imperfetta rappresentazione - se non proprio come
schema - di una perfetta repubblica di tutti gli esseri intelligibili.
Lo possiamo perché in quel caso la respublica universalis
si avvicina alla ecclesia universalis fino a confondersi con essa;
l'uguaglianza tra i cittadini sarà allora la stessa cosa che la
fraternità dei membri della perfetta comunità etica dei figli
di Dio.
Siamo giunti così alla prospettiva della Pace perpetua
(1795), nella sua più essenziale dimensione metafisica, che la pone
così vicina alla Religione, della quale talora riprende i
pensieri pur letteralmente. Anche la Pace perpetua vive nel rifiuto
della sopraffazione di una comunità rispetto alle altre, come già
la Religione paventava l'espansione di una chiesa attraverso la
sopraffazione delle altre. Nel campo politico, dovrà escludersi
la prospettiva della monarchia universale, siccome dispotica; così
leggiamo, in un residuo di precedenti timori, nel primo supplemento, che
pare, per questo accenno, un corpo estraneo al resto della trattazione.37
Infatti, la parte costruttiva dello scritto è incentrata nella teoria
di una repubblica mondiale, che ha i caratteri istituzionali della tripartizione
dei poteri, con una precisione che mancava addirittura là dove Kant
definiva la repubblica; a mostrare quanto concretamente e profondamente
vissuta fosse da Kant l'idea di una repubblica mondiale: perché
egli parla, nel primo articolo definitivo, di una separazione del potere
legislativo dal potere esecutivo, ed è soltanto nel secondo articolo
che parla della tripartizione dei poteri di una repubblica mondiale, che
risolva i conflitti fra popolo e popolo con la civiltà delle procedure
giuridiche.38
Si è molto discusso sull'interpretazione da dare al secondo
articolo definitivo, e delle sue presunte contraddizioni. Ho esposto altrove
le ragioni che mi inducono ad escludere contraddizioni interne all'argomentazione
kantiana, che si vorrebbe talora incline alla civitas gentium (meglio:
repubblica mondiale) e talora,per prudente realismo, alla confederazione.
Ma quella che è apparsa come contraddizione di Kant è invece
il contrasto fra la teoria, sul cui piano Kant intende mantenersi, e una
pratica indifferente alla teoria; con i termini già visti, tra l'argomentazione
in thesi, che porta alla repubblica mondiale, e l'argomentazione
in hypothesi, che fa retrocedere al piano dei comportamenti effettivi
degli stati. L'unica vera differenza tra la polemica con Mendelssohn e
il secondo articolo definitivo della Pace perpetua è tra
il modo grammaticale con cui il rifiuto della teoria è attribuito
ai potenti della terra nel primo luogo, che ha la chiarezza del discorso
diretto con cui si esprimono gli spregiatori della teoria, e il modo non
altrettanto chiaro tenuto nella Pace perpetua, che espone l'accavallarsi
e il contrastarsi talora drammatico di argomentazioni in teoria (o in
thesi) e di argomentazioni in pratica (o in hypothesi). Lo schema
interpretativo del testo si può così riassumere: a. il diritto
internazionale come jus belli non è diritto; b. occorre lasciare
lo stato di natura e dar vita a una civitas gentium, sotto forma
di repubblica mondiale organizzata secondo la tripartizione dei
poteri (soluzione in thesi); c. ma gli stati non vogliono questo
e ripiegano, perché non tutto vada perduto, sulla soluzione in
hypothesi di una confederazione di popoli (Völkerbund),
che si estenda progressivamente, ma sempre esposta al pericolo della rottura.
L'argomentazione kantiana, come già nella polemica con Mendelssohn,
dà voce alle concezioni altrui, anche se in modo non altrettanto
chiaro e visibile.
Occorre dunque leggere il testo avendo la mente alla distinzione tra
argomentazione in thesi e argomentazione in hypothesi, che
del resto è accennata nella premessa alla Pace perpetua,
con tono ironico ma con chiara ripresa del ragionamento fatto nella premessa
al Detto comune, di due anni prima. Ma si può aggiungere
di più, con riferimento non solo al secondo, ma a tutti e tre gli
articoli definitivi: che tutti si possono leggere secondo i due livelli
della tesi e dell'ipotesi. Questo metodo ha una sua giustificazione, se
si pensa che Kant, in questo scritto, dà vita ad un fantasioso trattato
fra i potenti della terra, ed espone - qui davvero realisticamente - la
loro già difficile disponibilità a soluzioni pur meno risolutive,
che essi direbbero le uniche possibili secondo la loro intelligenza pratica.
E Kant, che nella premessa allo scritto Sul detto comune aveva affermato
che il dovere è sempre possibile in esperienza perché altrimenti
non sarebbe tale, aveva pur chiarito che ciò può avvenire
in due modi: "sia che tal risultato possa concepirsi pienamente attuato,
sia che l'attuazione di esso sia concepita come una continua approssimazione".39
Si può quindi vedere talora, da parte di Kant, non già l'impossibile
adesione al modo di ragionare di chi spregia la teoria, ma il relativo
apprezzamento, "perché non tutto vada perduto",40
per una soluzione che si ponga sulla via della continua approssimazione
all'idea della ragione; e talora, a questo proposito, può forse
giovare riferirsi al costante richiamo kantiano alla prudenza: come accade
certamente nel caso del primo articolo definitivo, a proposito della pur
doverosa trasformazione del dispotismo in repubblicanesimo. In altre parole
- se queste osservazioni sono fondate - i tre articoli, relativi alle tre
parti del diritto pubblico, possono essere letti tutti secondo la piena
attuazione e secondo la continua approssimazione. Ciò accadrà
nel modo seguente:
- ad jus civitatis: in thesi repubblica, in hypothesi
dispotismo retto nello spirito del repubblicanesimo;
- ad jus gentium: in thesi repubblica mondiale, in
hypothesi confederazione di popoli;
- ad jus cosmopoliticum: in thesi cosmopolitismo come
cittadinanza della repubblica mondiale, in hypothesi cosmopolitismo
limitato alle condizioni di una universale ospitalità (che è
l'unica soluzione esposta da Kant esplicitamente nel terzo articolo).
Per concludere sulla Pace perpetua, e con riferimento al tema
di un ordinamento cosmopolitico, si deve però sempre tener presente
che la autentica visione cosmopolitica di Kant, come diritto dei cittadini
del mondo (Weltbürgerrecht), si trova nel secondo articolo
definitivo, dove è teorizzata la repubblica mondiale, non nel terzo,
dove si legge che "il diritto cosmopolitico deve esser limitato (eingeschränkt)
alle condizioni di una universale ospitalità".41
3. Le
riflessioni sull'ordinamento cosmopolitico nelle ultime opere: verso una
repubblica federale mondiale?
Rimangono ora da considerare la Metafisica dei costumi
e lo scritto sul progresso. Vediamo la prima, e in essa, più specificamente
nella "Dottrina del diritto", i motivi aventi una rilevanza per il problema
del diritto internazionale e del diritto cosmopolitico. Innanzitutto dev'essere
apprezzata la precisione terminologica con cui il § 43, esponendo
il sistema del diritto pubblico, definisce il diritto cosmopolitico. Esso
è detto jus cosmopoliticum, e in tedesco Weltbürgerrecht,
che è il calco del termine di origine greca, o di un possibile jus
civium universi latino, ed anche Völkerstaatsrecht, diritto
dello stato di popoli, che potrebbe esser reso con un possibile jus
civitatis gentium.42 Come si vede, siamo qui
di fronte al diritto cosmopolitico nella più forte accezione del
termine: il diritto dei cittadini del mondo, ovvero il diritto alla piena
cittadinanza di coloro che appartengono alla civitas gentium, e
noi possiamo pensare alla repubblica mondiale, altrove teorizzata da Kant.
Alla fine della trattazione dello jus gentium, al § 61,
Kant parla di due soluzioni date storicamente al problema. La prima è
quella dell'assemblea degli stati dell'Aja, nella prima metà del
Settecento, che è un tipico esempio, anche nella esposizione di
Kant, di confederazione di popoli. Kant afferma che essa ha avuto il benefico
effetto di evitare le guerre, finché non si è ridotta negli
archivi delle cancellerie, priva ormai di forza politica.43
La seconda soluzione è quella degli Stati americani, sulla
quale Kant si sofferma per poche righe, con un andamento sintattico piuttosto
infelice. Il § 61 è stato comunemente interpretato come approvazione
della soluzione confederale dell'Aja e rigetto della soluzione federalistica
americana. Ho già avuto modo di dire altrove che ritengo non sostenibile
questa interpretazione; e che il testo kantiano dev'essere interpretato
nel senso opposto a quello abituale. In italiano, nel modo più letterale,
esso può essere reso come segue: "Ma sotto il termine congresso
(Kongreß) viene qui intesa soltanto una assemblea (Zusammentretung)
volontaria, in ogni tempo risolubile (ablöslich), di diversi
stati, non una unione (Verbindung) tale che (come quella degli stati
americani) è fondata su una costituzione statuale, e perciò
indissolubile (unauflöslich); - unicamente attraverso il quale
(intendi: secondo tipo di congresso; G.M.) può venir realizzata
l'idea di un istituendo diritto pubblico dei popoli, per decidere le loro
controversie in modo civile, come a dire attraverso un processo, non in
modo barbarico (al modo dei selvaggi), cioè attraverso la guerra".44
Si deve leggere, al contrario di quanto viene comunemente inteso, che sotto
il termine congresso, qui, nel caso finora trattato dell'assemblea
dell'Aja, viene intesa soltanto un'assemblea risolubile; non invece una
unione indissolubile, come quella degli Stati d'America. Soltanto nel quale
secondo caso di congresso - come ormai ben sappiamo perché Kant
lo ha scritto nel secondo articolo definitivo della Pace perpetua,
- le controversie dei popoli possono essere decise in modo civile, mediante
un processo, grazie alla divisione dei poteri repubblicana, e non già
in modo barbarico, al modo dei selvaggi, mediante una guerra. Non c'è
qui nulla di nuovo, nemmeno nell'andamento del discorso, rispetto a quel
che sappiamo dalla Pace perpetua. E anche qui, come già nella
polemica con Mendelssohn e nella Pace perpetua, abbiamo le visioni
contrapposte, di chi ragiona in hypothesi e di chi ragiona in
thesi.
Ma c' è di più, perché il § 62, unico della
terza parte sul diritto cosmopolitico, incomincia con una frase di raccordo,
che si riferisce alle parole conclusive sul tipo di congresso che si basa
su di un' unione indissolubile, per qualificarne il carattere come non
filantropico, ma propriamente giuridico.45 E così
avviene il passaggio dallo jus gentium allo jus cosmopoliticum.
Sul quale ultimo, Kant non dà precisazioni ulteriori; come già
altre volte accade ed abbiamo veduto.
Ma sul futuro giuridico dell'umanità torna la Conclusione
(Beschluß) dell'intero diritto pubblico, che spingendo il
suo sguardo nel lontano futuro giuridico dell'umanità afferma che
esso sarà "forse il repubblicanesimo di tutti gli stati, insieme
e in particolare" (vielleicht den Republikanismus aller Staaten samt
und sonders):46 e noi possiamo definirlo una
repubblica federale mondiale, alternativa al dispotismo della monarchia
universale perché basata sulla coesistenza di una molteplicità
di repubbliche, che tutte insieme danno vita ad una repubblica di repubbliche:
il massimo di libertà secondo leggi coattive, sia all'interno delle
singole repubbliche tra i rispettivi cittadini, sia all'interno della repubblica
universale tra le repubbliche parziali.
Giunge infine, nel 1798, la seconda parte del Conflitto delle facoltà,
dal titolo Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio.
E' lo scritto che più chiaramente ed energicamente condanna la guerra,
definita come il più grande ostacolo alla moralità, come
l'eterna nemica del progresso.47 Respinge il chiliasmo,
che è da intendere come chiliasmo teologico, e che è anche
detto eudemonismo per il futuro di beatitudine che lascia intravedere
per l'umanità sulla terra.48 In sua vece
sostiene la concezione di un miglioramento non nell'intenzione o nella
virtù, ma soltanto nell'esteriorità o nel diritto,49
che è quanto altrove Kant aveva definito chiliasmo filosofico. All'elogio
del repubblicanesimo proprio della rivoluzione francese 50
segue la distinzione, da noi già riferita, fra respublica phaenomenon
e respublica noumenon. Con parole che ricordano l'elogio della repubblica
platonica nella prima Critica, Kant scrive le parole seguenti: "la
comunità (gemeines Wesen) che, conforme all'idea, pensata
secondo puri concetti, si chiama un ideale platonico (respublica
noumenon), non è una vuota chimera, ma la norma perenne di ogni
costituzione civile in genere, ed allontana ogni guerra. Una società
civile organizzata secondo questa idea ne è la rappresentazione,
Darstellung, in base a leggi di libertà, per mezzo di un
esempio dato nell'esperienza (respublica phaenomenon), e può
essere instaurata faticosamente solo dopo numerose lotte e guerre..."51
Il testo non dà precisazioni istituzionali; ma il più
lontano futuro dell'umanità è visto in una società
cosmopolitica (weltbürgerliche Gesellschaft); e torna il motivo
della diminuzione dell'uso della forza, già incontrato nella definizione
della repubblica, presente nella prima Critica. Si legge qui una
descrizione del più remoto futuro, che giova leggere per intero.
"A poco a poco diminuirà la violenza dei potenti e si estenderà
l' obbedienza alle leggi. Scaturendo in parte dal senso dell'onore, in
parte da un ben inteso vantaggio personale, si originerà nella comunità
(im gemeinen Wesen) una maggiore benevolenza, minori contese nei
processi, maggior fiducia nel mantenimento della parola e così via;
e questo s'estenderà infine anche alle relazioni esterne fra i popoli,
fino alla società cosmopolitica...".52
Con questa espressione di una speranza criticamente fondata, si può
concludere oggi questa meditazione sulla possibilità di un ordine
mondiale, coesistente con il massimo di libertà secondo leggi; ovvero,
come Kant avrebbe preferito, sul nostro dovere di adoprarci perché
un giorno sia realizzabile, non per noi ma per "i nostri tardi nipoti",
un vero diritto cosmopolitico e repubblicano.
Università di Pisa, ottobre 1995.
Note
1. Questo studio riproduce, con alcune integrazioni e
con modifiche formali, il testo della relazione da me tenuta al convegno
sul tema "Kant e l'ordine mondiale, duecento anni dopo", svoltosi presso
l'Università di Firenze il giorno 3 novembre 1995. Mi permetto di
rinviare ai miei lavori precedenti sul tema, in particolare: Kants Idee
einer Weltrepublik, in P. van Tongeren et al. (eds.), Eros
and Eris - Liber amicorum for Adriaan Peperzak, Netherlands, Kluwer
Academic Publishers, 1992, pp. 133-146, e Il diritto cosmopolitico nel
progetto kantiano per la pace perpetua con particolare riferimento al secondo
articolo definitivo, in "Studi kantiani", VIII-1995, pp. 87-112. Per
un'approfondita indagine "storico-sistematica" sul progetto kantiano Zum
ewigen Frieden, vedi ora G. CAVALLAR, Pax kantiana, Wien, Böhlau,
1992, anche per un'ampia informazione bibliografica.
2. I. KANT, Kritik der reinen Vernunft (=KrV),
B 369-377 (cito secondo la trad.it. di G. Gentile e L. Lombardo Radice,
Bari, 1949).
3. I. KANT, Zum ewigen Frieden (=ZeF), B 23.
4. KrV, B 373.
5. Ibidem.
6. KrV, B 373-374.
7. I. KANT, Idee zu einer allgemeinen Geschichte
in weltbürgerlicher Absicht (= Idee), A 394.
8. Idee, A 395.
9. Idee, A 402.
10. Idee, A 406.
11. Idee, A 407.
12. Idee, A 411.
13. Idee, A 404.
14. I. KANT, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten,
B 75.
15. I. KANT, Kritik der Urteilskraft (= KUK),
B 390-391.
16. KUK, B 393.
17. Ibidem.
18. KUK, B 392-393.
19. KUK, B 400.
20. I. KANT, Über den Gemeinspruch: Das mag in
der Theorie richtig sein, taugt aber nicht für
die Praxis (= Gemeinspruch), A 205.
21. Gemeinspruch, A 205-206.
22. Gemeinspruch, A 203-204.
23. Gemeinspruch, A 204.
24. Gemeinspruch, A 278-279.
25. Gemeinspruch, A 283.
26. Gemeinspruch, A 283-284.
27. Gemeinspruch, A 280.
28. I. KANT, Die Religion innerhalb der Grenzen
der bloßen Vernunft (= Religion), B 27, 29-30.
29. Religion, B 30-31.
30. Ibidem; ZeF, B 63.
31. Religion, B 30.
32. ZeF, B 21-22.
33. Religion, B 133 (Vorstellung oder Schema),
B 180 (durch die sichtbare Kirche vorgestellt), B 198 (Schema).
34. Religion, B 81-83.
35. I. KANT, Der Streit der Facultäten (= Streit),
II, A 155-156 (cito secondo recente traduzione di D. Venturelli, Brescia,
Morcelliana, 1994).
36. Religion, B 133-134.
37. ZeF, B 63.
38. ZeF, B 36.
39. Gemeinspruch, A 205.
40. ZeF, B 38.
41. ZeF, B 39.
42. MdS, B 192.
43. MdS, B 257-258.
44. MdS, B 258. Vedi in proposito G. CAVALLAR,
Kant's Society of Nations: Free Federation or World Republic?, in
"Journal of the History of Philosophy", 32-1994, pp. 461-482: diversamente
orientato, come del resto la quasi totalità della letteratura critica,
rispetto alla tesi da me sostenuta nel testo. In polemica con S. AXINN,
Kant on World Government, in "Proceedings of the Sixth International
Kant Congress", Washington D.C., 1989, vol. II, 2, pp. 243-251, Cavallar
vede un errore di traduzione alla base dell'interpretazione di Metaphysik
der Sitten, § 62 ultimo capoverso, in senso favorevole agli Stati
americani. Non sono convinto dalla sua argomentazione; spero che l'interpretazione
da me data nel testo mostri che il tedesco durch welchen si riferische
non già a Kongreß <als> ablösliche Zusammentretung
(Stati dell'Aia), ma a Kongreß <als> unauflösliche Verbindung
(Stati d'America): giacché la parola Kongreß (maschile,
da cui durch welchen, come osserva Cavallar), è logicamente
e grammaticalmente collegata sia a Zusammentretung sia a Verbindung.
Amplius, vedi in proposito il mio scritto Il diritto cosmopolitico
nel progetto kantiano per la pace perpetua, cit.supra a n. 2
(testo e appendice seconda).
45. MdS, B 259.
46. MdS, B 264.
47. Streit, II, A 155, 160.
48. Streit, II, A 136-137.
49. Streit, II, A 156-158.
50. Streit, II, A 144-145, 148-149.
51. Streit, II, A 154-155. Vedi già supra,
nel testo, in corrispondenza alla nota 35.
52. Streit, II, A 157.