Rubrica: "Leggere i classici"

 


Quale immagine di Patone?
di
Franco Trabattoni
Università degli Studi di Milano

Il metodo migliore per accostarsi alla filosofia di Platone è anche il più semplice: leggere il testo platonico senza farsi condizionare eccessivamente dei pregiudizi (1) e tenendo sempre conto del modo in cui è scritto (2).

Iniziamo dal primo punto (1). Quali sono i pregiudizi più diffusi sulla filosofia di Platone? Esiste in proposito una specie di opinione comune, che da un lato costituisce una sintesi molto semplificata di alcuni orientamenti storiografici correnti in certe epoche e in certi contesti, dall’altro è quasi unanimemente accolta da quei filosofi e da quegli autori che menzionano il pensiero di Platone nel corso delle loro elaborazioni teoretiche. Secondo questa opinione, Platone sarebbe per antonomasia il filosofo che ha fondato il sapere sulla conoscenza diretta e piena di modelli eterni e invariabili, ossia le idee, altri e diversi rispetto alla realtà sensibile, e dunque colui che ha imposto a tutta la storia del pensiero occidentale un paradigma di carattere a un tempo metafisico e dogmatico. L’aspetto metafisico di questa posizione consiste nel fatto che la realtà vera è identificata in un mondo separato da quello sensibile, mentre l’aspetto dogmatico consiste nel fatto che tale realtà è considerata come conoscibile dall’intelletto umano in modo certo e indubitabile (dove si intende che un’ontologia di carattere metafisico implica necessariamente un’epistemologia di tipo dogmatico). In questo senso si parla di Platone – ad esempio – come il filosofo che ha posto l’uomo in contatto con la presenza perentoria dell’essere[1] e che ha interpretato il rapporto conoscitivo tra soggetto e realtà come un atto di rispecchiamento tra un mondo puramente ideale e occhio intellettuale capace di “vederlo” in modo esaustivo[2]. Va da sé, in un contesto metafisico-dogmatico come quello ora abbozzato, che la dialettica, il logos, e più in generale gli strumenti di mediazione concettuale e linguistica, non esercitano alcuna funzione critica sugli atti conoscitivi, perché sufficientemente affidabili per replicare la realtà in sé delle cose senza distorsioni. Platone, in quest’ultimo caso, diviene il padre della tradizione logocentrica caratteristica di tanta parte della filosofia occidentale, che risulta perciò del tutto conforme alla metafisica di stampo dogmatico di cui abbiamo detto sopra[3]. In sintesi, la filosofia di Platone sarebbe il caso paradigmatico di un pensiero strutturalmente antiermeneutico, ignaro di ogni forma di prospettivismo, e negatore del carattere originario della differenza, a profitto di una struttura monolitica in cui realtà (metafisica) pensiero e linguaggio convergono in modo perfetto. È anche per questo motivo che in alcuni contesti culturali, in particolare negli Stati Uniti e in Francia, si è tentato di rivalutare in chiave teoretica alcuni orientamenti filosofici antichi ritenuti provocatoriamente antiplatonici, come la sofistica e lo stesso pensiero di Socrate – qui contrapposto decisamente a Platone – in quanto promettenti alternative a quella storia della metafisica occidentale che da Platone a Nietzsche li avrebbe tendenziosamente emarginati.

Che il quadro appena descritto sia quantomeno problematico si desume anche solo da una semplice considerazione di fatto. È noto che Hans Georg Gadamer, uno dei padri fondatori dell’ontologia ermeneutica contemporanea, ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca proprio a Platone, fino al punto di dichiarare – restrospettivamente – che proprio gli studi in questo settore costituiscono la parte meglio riuscita della sua attività scientifica. Ed è anche noto che l’immagine di Platone proposta da Gadamer è del tutto opposta a quella sopra delineata, perché egli vedeva il pensiero platonico come originariamente determinato proprio da una precoce consapevolezza ermeneutica e antidogmatica[4]. Appare invece assai strano, alla luce di tutto questo, che la maggior parte dei filosofi seguaci della tradizione ermeneutica decidano di ignorare il Platone ermeneutico di Gadamer a profitto del Platone dogmatico e metafisico di Heidegger, pur essendo del tutto evidente che Gadamer era un assai più profondo conoscitore di Platone, della filosofia antica e della lingua greca.

Addentrarci ora in questo discorso ci porterebbe evidentemente troppo lontano. Concentriamo perciò la nostra attenzione sulla semplice dicotomia tra il Platone metafisico e dogmatico che emerge dall’immagine tradizionale e il Platone ermeneutico, socratico – se non proprio scettico – più vicino all’interpretazione gadameriana. Ora, che il contrasto tra un Platone dogmatico e un Platone scettico non sia privo di senso, né tanto facilmente decidibile, risulta anche solo dal fatto che pochi decenni dopo la morte di Platone la scuola da lui fondata (l’Accademia) ha assunto con Arcelisao un indirizzo scetticheggiante, e che un’opzione di questo genere non è mai scomparsa del tutto nel corso millenario delle interpretazioni antiche – neppure con l’avvento del neoplatonismo[5]. Ma in realtà, come fra poco vedremo, porre il problema dell’immagine di Platone come una semplice alternativa tra dogmatismo e scetticismo è un modo falsante di impostare la questione. Ove ad esempio si scoprisse che Platone non riteneva possibile una chiusura definitiva della ricerca, ossia il raggiungimento di una verità contro la quale non è più possibile sollevare obiezioni, non per questo avremmo già dimostrato che Platone negasse in modo assoluto la possibilità di cogliere il vero. L’opposizione dogmatismo-scettismo, in effetti, non ha carattere esaustivo, perché è pur sempre ipotizzabile una terza via[6], in cui la conoscenza umana non ha né carattere dogmatico (in quanto sempre almeno in parte provvisoria) né carattere scettico (in quanto aperta a una acquisizione condizionata e perfettibile del vero). Ed è forse venuto il momento di dire una volta per tutte che questa “terza via” delinea un’immagine di Platone nient’affatto provocatoria o gratuitamente sovversiva, perché sorretta da una serie di evidenze che per lo più si decide di trascurare. L’onere della prova, in effetti, spetta a chi ritiene che il pensiero platonico abbia carattere dogmatico (o metafisico proprio in questo senso), non certo a chi lo nega.

Quali sono le evidenze alle quali ho ora accennato? Il filo conduttore per rintracciarle è ancora quello enunciato all’inizio, ossia l’impegno non solo a leggere direttamente quello che Platone ha scritto – scartando gli stereotipi manualistici – ma anche a tenere conto del modo in cui egli ha scritto (2).

– Platone, si sa, ha scritto quasi esclusivamente dialoghi, in nessuno dei quali figura come personaggio. È di primo acchito abbastanza strano che un filosofo interessato ad affermare in modo perentorio la verità sull’essere si nasconda dietro un simile paravento. Ma anche superata questa difficoltà, come possiamo noi rintracciare l’opinione di Platone attraverso quella dei suoi personaggi[7]? L’esistenza di un personaggio privilegiato (per lo più Socrate) in linea di principio non è affidabile, perché questo personaggio a volte si contraddice e a volte argomenta in maniera ironica e provocatoria. È anche interessante notare che l’unico testo, ammesso che sia autentico, in cui Platone parla in prima persona, è la VII Lettera, e che in questa lettera compaiono asserzioni molto chiare non solo sull’incapacità della scrittura – dunque anche quella che si esprime nello stesso dialogo platonico – di ospitare la verità filosofica, ma anche sulla relativa debolezza degli strumenti linguistico-intellettuali (logos, scienza, intelletto).

– Il protagonista della maggior parte dei dialoghi platonici è Socrate. Se si accetta l’ipotesi che questo Socrate sia in generale la controfigura di Platone (come per lo più ritengono, spesso tacitamente, i fautori dell’interpretazione metafisico-dogmatica), sarebbe in realtà piuttosto singolare che Platone abbia scelto come portavoce di “teoremi” filosofici perentoriamente affermati un filosofo noto soprattutto, anche attraverso la stessa rappresentazione platonica, per le sue professioni di ignoranza o quantomeno per aver ridotto al minimo le sue pretese di sapienza. Né si possono certo approvare gli artificiosi tentativi messi in opera da G. Vlastos e dalla sua scuola di distinguere nel Socrate platonico il Socrate storico (problematico) dal Socrate portavoce di Platone (dogmatico).

– Una buona parte dei dialoghi di Platone ha carattere aporetico, ossia non perviene a risolvere i problemi in essi proposti. Ed è essenziale notare che questa aporeticità non è limitata ai dialoghi giovanili (che si vorrebbe segnati dalla scepsi socratica), ma si riscontra anche in importanti dialoghi della maturità come il Teeteto e il Parmenide.

– Come avevano già osservato molti lettori antichi, i dialoghi platonici sono pieni di espressioni di cautela (“almeno così pare”, “per quanto è possibile a un uomo”, “nella misura del possibile”, ecc.). A ciò si aggiungono i cosiddetti “passi di omissione” (una certa linea di indagine viene interrotta o rinviata e mai più ripresa) e le formule linguistiche che pongono l’accento sulla natura opinativa di ciò che si sta dicendo (“così a me pare”, “secondo la mia opinione”, ecc.). E tutto questo accade, si noti, anche laddove si pretende che Platone stia mostrando la verità indubitabile di determinati asserzioni e principi.

– Come ormai si fa notare sempre più spesso[8], non esiste negli scritti platonici alcuna teoria delle idee, e ciò in due sensi:

a) Platone non svela mai il contenuto noetico di un’idea, non più di quanto Kant sveli il contenuto noetico della “cosa in sé”[9];

b) come mostrato dalla stessa testimonianza aristotelica, Platone non risolve mai i problemi relativi allo statuto ontologico delle idee e alla loro funzione causale nei confronti della realtà sensibile, né chiarisce in alcun luogo i rapporti di partecipazione (metessi) e imitazione (mimesi) che intercorrono tra questa realtà e le idee;

– nulla di perspicuo viene detto nei dialoghi circa quell’idea (l’idea del bene) che nella Repubblica appare come suprema, e come principio ontologico e gnoseologico della restante realtà;

– Platone, nei suoi scritti, fa largo uso del mito, inteso come forma imperfetta di approssimazione alla verità che si rende necessaria in mancanza di un metodo più adeguato e preciso;

– anche il confronto con Aristotele punta nella stessa direzione. Come Platone, Aristotele scrive dei dialoghi, ma accanto a essi scrive anche una serie nutrita di trattati in prima persona, in cui si propone di esporre il vero sulla base di una sostanziale fiducia circa la verificabile corrispondenza tra la natura della realtà e le strutture concettuali-linguistiche (ad esempio il De Interpretatione). In Platone, al contrario, pur essendo vero che la conoscenza non dispone di strumenti superiori al logos, il logos ha la natura di uno strumento vicario e imperfetto, come agevolmente si ricava sia dal Fedone (in cui la celebre metafora della “seconda navigazione” allude senza ombra di dubbio a un procedimento più debole e faticoso[10]) sia dalla VII Lettera (in cui Platone parla della “debolezza del logos”[11]).

Alla luce di tutto questo, credo si debba dire davvero che l’onere della prova spetta a coloro che assumono come presupposto non questionabile la natura metafisico-dogmatica del pensiero platonico.

Infine, poche parole sul nuovo “paradigma ermeneutico” proposto dalla cosiddetta scuola di Tübingen-Milano[12], che potrebbe rovesciare del tutto le conclusioni ora raggiunte. Se infatti fosse vero, come ritengono gli interpreti aderenti a quella scuola, che Platone ha riservato le sue dottrine più importanti ed elevate alle comunicazioni orali (conservateci parzialmente soprattutto da Aristotele), allora tutte le irresolutezze sopra elencate sarebbero da mettere in carico all’imperfezione della scrittura, mentre la vera e propria dottrina di Platone si troverebbe altrove. Di questo tema mi sono occupato a fondo in passato[13], per cui ora mi limito a poche parole. A mio avviso, in realtà, la predilezione platonica per la comunicazione orale non dipende dall’esistenza di dottrine che non possano essere comunicate a tutti, ma dalla necessità che la ricerca rimanga eternamente aperta, mentre la scrittura ha il difetto di fissare la non esauribile mobilità dell’indagine in un modo che la traveste in asserzioni falsamente definitive (in quanto scritte, cioè fermate in una condizione di immobilità). Correlativamente, nelle cosiddette “dottrine non scritte” di Platone tramandateci di Aristotele non si trova nulla di veramente utile per ipotizzare soluzioni ai problemi posti da Platone differenti da (o migliori di) quelle che si potrebbero ricavare dai dialoghi. E del resto anche gli studiosi appartenenti alla scuola di Tübingen-Milano negano con decisione che la filosofia di Platone, così come da loro è ricostruita, abbia carattere dogmatico.  

Riferimenti bibliografici 

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  • Gonzalez, F. (cur.), The third way: new directions in platonic studies, Rowman & Littlefield, Lanham 1995

  • Gonzalez, F., Dialectic and dialogue: Plato’s practice of philosophical inquiry, Northwestern University Evanston (Illinois), 1998

  • Gonzalez, F., Perché non esiste una teoria platonica delle idee, in M. Bonazzi – F. Trabattoni (cur.), Platone e la tradizione platonica. Studi di filosofia antica, Cisalpino, Milano 2003, pp. 31-67

  • Heidegger, M., La dottrina platonica della verità, in Segnavia, tr. it., Adelphi, Milano 1987

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[1] G. Vattimo 1994.

[2] R. Rorty 1986.

[3] J. Derrida[link] 1998.

[4] Non è un caso che uno dei più brillanti lavori sul Platone di Gadamer, firmato dallo studioso canadese F. Renaud, si intitola Die Risokratisierung Platons, cfr. F. Renaud 1999.

[5] M. Bonazzi 2003.

[6] F. Gonzalez 1995.

[7] G. Press 2000.

[8] Cfr. W. Wieland, K. Sayre, F. Gonzalez.

[9] P. Shorey 1903.

[10] Cfr. S. Martinelli Tempesta 2003.

[11] Cfr. Trabattoni 1994, Gonzalez 1998, 2003.

[12] Krämer 1982, Szlezak 1988, Reale 2003.

[13] Cfr. Trabattoni 1994 e 1999.

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