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Aristotele e la fioritura
umana
di
Mario
Ricciardi
Università
degli Studi di Milano
Tra
gli autori dell’antichità classica, Aristotele
è quello che più di ogni altro è presente nel dibattito
contemporaneo di filosofia morale. L’etica di Aristotele
è ancora, in particolare nei paesi di lingua inglese, un
modello per chi voglia cimentarsi nella riflessione sulle
virtù e sul rapporto che esse hanno con la natura umana,
o sulla relazione tra volontarietà dell’azione e
responsabilità, o sulla giustizia, oppure sul ruolo che
l’educazione ha nella formazione del carattere di una
persona. Si può dire senza tema di esagerare che buona
parte dei problemi della filosofia morale sono ancora
discussi nel lessico introdotto da Aristotele, anche
quando ciò avviene per sostenere tesi molto lontane da
quelle che il filosofo avrebbe verosimilmente ritenuto
accettabili.
Prima
di procedere con questo “invito alla lettura” è
opportuno fare una precisazione. Parlare di ‘etica’ di
Aristotele è in una certa misura scorretto dal punto di
vista storico, perché sono diverse le opere di argomento
etico che ci sono state tramandate nel corpus
aristotelico. Ciò di cui si parla, nel dibattito di
filosofia morale, quando si discute dell’etica di
Aristotele non è dunque un testo (anche se si può dare
largamente per scontato che l’Etica nicomachea è
il punto di riferimento principale a riguardo), ma
piuttosto un certo tipo di argomento sulla natura
dell’etica e sul rapporto che essa ha con alcune
caratteristiche degli esseri umani. Di questo aspetto ci
occuperemo in questa sede, rimandando il lettore ai testi
segnalati nella bibliografia per altri aspetti che non è
possibile trattare per ragioni di spazio (come ad es. la
giustizia o la responsabilità).
La
parola “virtù” viene impiegata per tradurre il
termine greco areté
che significa qualcosa come “eccellenza” o “bontà”
di un certo oggetto. Aristotele usa questo termine per
parlare di oggetti di ogni tipo, dagli argomenti agli
artefatti, fino agli esseri umani. Si può dire quindi che
l’idea stessa di virtù ha a che fare con quella di
“forma” nel senso che essa ha un senso se si assume
che esistano delle caratteristiche essenziali che tipi di
oggetti hanno, e che manifestano in misura maggiore o
minore. Parlare di particolari virtù come la temperanza o
il coraggio ha senso se si assume che ci siano delle
caratteristiche essenziali dell’essere umano, qualità
che ogni essere umano deve possedere in una certa misura
se vuole condurre una vita soddisfacente. Ciò ci conduce
al secondo termine che consente di comprendere cosa siano
le virtù: si tratta di una parola un po’ buffa, ‘fioritura’,
che è stata proposta da G.E.M. Anscombe come traduzione
del greco eudaimonia usato da Aristotele. Che si tratti di una traduzione
felice è stato confermato dal fatto che il termine è ora
impiegato da buona parte degli studiosi di Aristotele, e
comincia a entrare anche nell’uso italiano. Cos’è la
fioritura di un essere umano? Come quella delle piante, la
fioritura di un essere umano consiste nel fatto che egli
sviluppi le potenzialità che sono tipiche della specie
vivente cui appartiene, riuscendo a condurre una vita
soddisfacente. La felicità intesa come lo stato d’animo
che si può provare quando accade qualcosa che ci rende
particolarmente contenti e che migliora il nostro umore,
ha un legame solo indiretto con la fioritura. Direi che è
ragionevole pensare che una persona che riesce a
“fiorire” sia una persona che riesce anche a essere
felice in molte circostanze, ma ciò non vuol dire che
scopo della virtù sia promuovere la felicità in quanto
tale. L’ideale delle virtù si distingue, da questo
punto di vista, dall’utilitarismo. Una vita virtuosa
comporta anche una certo esercizio, un’attenzione al
proprio corpo non meno che alla propria mente, e il
perseguimento di modelli di comportamento che non sono
sempre riconducibili alla realizzazione della felicità.
Si pensi, ad esempio, alla felicità che si accompagna a
un comportamento sconsiderato. Il senso di ebbrezza di chi
guida in modo spericolato ha a che fare con la felicità,
ma non con la virtù. Una persona virtuosa è una persona
che ha imparato a comportarsi in modo morigerato, e ciò
si realizza anche attraverso la disciplina. Si tratta di
un ideale che pone l’accento sul fare, piuttosto che
sull’essere. Una condotta morale non è uno stato che si
realizzi una volta per sempre nella vita di una persona,
ma è una disposizione ad agire che ha bisogno di essere
coltivata e la cui presenza si manifesta attraverso il
compimento abituale di azioni virtuose. La virtù non
consiste semplicemente nell’osservanza di doveri, ma nel
fatto che si compiano le azioni appropriate con lo stato
d’animo di chi ha assimilato il comportamento virtuoso
trasformandolo in un’abitudine. Per fare un esempio,
pagare i debiti è giusto. Ma è possibile farlo nel modo
sbagliato. Se una persona ricca paga il suo debito nei
confronti di una persona povera gettando il denaro a terra
con disprezzo, la sua azione è criticabile anche se ha
adempiuto a un dovere. A pensarci bene, sono proprio
considerazioni come queste che possono aiutarci a
distinguere in modo più adeguato gli obblighi di
giustizia e i doveri giuridici dal modo in cui si comporta
una persona virtuosa. Il comportamento virtuoso eccede le
massime unicuique
suum tribuere e neminem
laedere perché si manifesta attraverso l’azione
compiuta con l’intenzione appropriata da chi agisce in
un certo modo non perché deve obbedire alla legge, ma
perché quello è il modo in cui è abituato ad agire.
Un
tempo andava di moda liquidare l’etica di Aristotele
dicendo con aria grave che “non è possibile derivare il
dover-essere dall’essere”. Sul punto sono state
scritte migliaia di pagine senza arrivare a una soluzione.
A pensarci bene, questa non è una sorpresa. Una delle
cose che Aristotele mostra nelle sue riflessioni
sull’etica è che essa non è semplicemente un insieme
di prescrizioni imposte ad una realtà che non ha alcun
tipo di senso normativo. Al contrario, il nostro mondo è
fatto anche di valori. Si pensi alla parola ‘buono’,
che ricorre spesso nel discorso sulle virtù. Essa non è
affatto un termine prescrittivo. L’aggettivo ‘buono’
ha infatti quella che Peter Geach chiama una funzione
attributiva, come l’aggettivo ‘rosso’
nell’espressione “un libro rosso” che non può
essere scomposta in due diversi atti di predicazione come
l’enunciato “questo libro è rosso”. Ciò significa
che se qualcuno dice “una buona motocicletta”
l’enunciato non può essere scomposto in due atti uno
dei quali predica di una sostanza che essa è una
motocicletta e l’altro che essa è buona. In questo caso
l’uso di ‘buono’ è inseparabile da quello di
‘motocicletta’ (come avviene per le funzioni in
matematica) perché per comprendere l’enunciato bisogna
sapere cosa sia una motocicletta e quindi perché essa sia
una buona motocicletta. Bisogna fare attenzione a non
fraintendere questa caratteristica di ‘buono’ come
fanno quelli che pensano che esso sia solo un modo per
dire che qualcosa dovrebbe essere scelto. Nel linguaggio
ordinario usiamo ‘buono’ dicendo che “x
è un buon A” senza che ciò sia una condizione sufficiente o anche solo
necessaria del fatto che dovremmo scegliere x.
Nel caso di parole come ‘coltello’ c’è una
connessione strettissima con la funzione dell’oggetto.
La stessa connessione con la funzione c’è in una serie
di parole che vengono usate per designare funzioni
istituzionali, come ‘prete’ o ‘padre’. Un buon
padre è uno che si comporta in un certo modo. In questi
casi cosa conta come un buon A
dipende da cosa sia
un A, quale sia l’essenza cui alludiamo usando ‘A’.
Un buon coltello non è un coltello che dovremmo scegliere
se per caso ci serve un soprammobile; come non dovremmo
per forza scegliere un buon padre se ci serve un complice
in una rapina. Qualche volta le cose non sono così
semplici. Per esempio, c’è da dubitare che sceglieremmo
di farci trapiantare la dentatura di un cavallo anche se
si tratta di una buona dentatura. Scegliere non è sempre
qualcosa che possiamo fare in piena libertà come quando
ci si chiede di prendere una carta a caso nel mazzo. Di
solito si sceglie un oggetto per farci qualcosa e non è
affatto detto che il criterio in base al quale un coltello
è un buon coltello è lo stesso in base al quale dovremmo
sceglierlo. Dipende dalle circostanze. Quindi che un
coltello sia un buon coltello non è una condizione
sufficiente del fatto che dovremmo sceglierlo. Non è
nemmeno una condizione necessaria visto che possiamo
parlare di un coltello come “un buon coltello” in modo
del tutto disinteressato, senza alcuna connessione con lo
sceglierlo. A ben vedere la stessa idea che ci siano delle
parole dal misterioso potere che costituiscano il
linguaggio della morale è una semplificazione del modo in
cui funziona il nostro linguaggio. Abbiamo certamente
un’esperienza morale, ma lo studio di questa esperienza
implica la ricostruzione di una porzione ampia (e dai
confini molto sfumati) del nostro linguaggio ordinario.
Che
una cosa sia considerata buona o meno non dipende dagli
atteggiamenti soggettivi dei parlanti, ma dal fatto che la
cosa in questione sia più o meno vicina a un modello
ideale, a una forma, a ciò che individua il tipo cui essa
appartiene. Anche gli esseri umani sono un tipo di
oggetto: un essere vivente di una certa specie. Ciò
significa che essi hanno alcune caratteristiche naturali,
la potenzialità di svilupparsi in certi modi, che possono
essere incoraggiate o scoraggiate dall’ambiente in cui
si trovano. La possibilità degli esseri umani di
“fiorire”, di sviluppare cioè le proprie potenzialità,
dipende dal fatto che essi acquisiscano e coltivino certe
virtù.
La
“fioritura” degli esseri umani, come degli altri
animali, non può essere compresa se non si guarda al loro
sviluppo dalla prima infanzia, all’età adulta, fino
alla vecchiaia. Nel corso di questo processo gli esseri
umani diventano persone, capaci di razionalità pratica e
di autonomia, ma passano anche attraverso diverse fasi di
dipendenza (come bambini, malati, anziani) che li rendono
particolarmente vulnerabili e bisognosi di assistenza.
Questo è il terreno di coltura in cui si manifestano e si
sviluppano quelle disposizioni ad agire in maniera
appropriata che chiamiamo virtù. Quindi una vita ben
vissuta è anche una vita vissuta in diversi rapporti, di
dipendenza e di assistenza, con altri esseri umani. Le
virtù che riusciamo a sviluppare dipendono in buona parte
dai genitori e dagli insegnanti che abbiamo, e
condizionano fortemente la nostra capacità di essere a
nostra volta genitori e insegnanti. Una vita ben vissuta
è quindi anche una vita che è stata adeguatamente curata
quando ne aveva più bisogno, nelle diverse fasi
dell’esistenza in cui non siamo autonomi ma dipendenti
dagli altri. Su questo sfondo naturale si vede chiaramente
quali aspetti della fioritura umana dipendono dalla nostra
natura animale, che una concezione intellettualistica
delle virtù tende ad oscurare.
Riflettere
sulla natura sociale dell’ambiente in cui gli esseri
umani possono sviluppare le capacità che hanno può
aiutarci a vedere poi quale sia l’importanza
dell’appartenenza a una comunità per la fioritura di
esseri che sono fatti come noi.
A
questo punto vale la pena di sottolineare che insistere su
questa dimensione pubblica delle virtù non deve essere
inteso nel senso di una fondazione comunitaria
dell’etica. Se c’è qualcosa come una fondazione
dell’etica, cosa di cui non sono convinto, essa viene
interpretata nella prospettiva di una serie di beni che
sono le cose di cui ha bisogno un certo tipo di vita per
fiorire. Alcuni di questi beni corrispondono a
caratteristiche fisiologiche dell’animale della cui
fioritura ci si occupa. Ma altre, quelle che ci
interessano di più perché sono presenti in modo
particolare negli esseri umani, hanno una natura culturale
o istituzionale. La fioritura umana non ha solo bisogno di
cibo o di riparo dal freddo, ma anche di modi per creare
degli obblighi, vincolare gli altri senza dover ricorrere
alla forza, rendere possibile lo scambio di prodotti della
terra con oggetti che servano anche per quantificarne il
valore, e di tutte le altre cose che rendono le nostre
società sempre più complicate. Le virtù si collocano su
questo sfondo naturale su cui diversi tipi di cose
diventano dei beni per esseri come noi e orientano le
ragioni che abbiamo per agire. Nel suo libro più recente
(1999), molta attenzione è stata dedicata da Alasdair
MacIntyre proprio all’idea di bene e all’analisi dei
diversi sensi in cui usiamo il termine ‘buono’. Ciò
che è bene per un delfino non lo è necessariamente per
un idraulico, ma entrambi possono fiorire solo se sono
cresciuti e vivono nell’ambiente adatto.
Menzionare
MacIntyre ci consente di tornare al tema dell’etica di
Aristotele. Nel dibattito recente essa è stata spesso
connessa a prospettive autoritarie o tradizionaliste e, in
politica, al comunitarismo. Ci sono buone ragioni per
ritenere che l’etica di Aristotele non sia compatibile
con le forme più estreme del liberalismo (in particolare
con l’anarchismo), ma non si vede perché essa non possa
convivere con un sistema di istituzioni liberali. Anzi, se
l’autonomia è indubbiamente una virtù per il cui
possesso lodiamo gli esseri umani, è facile vedere come
delle istituzioni liberali (e un certo livello di
giustizia distributiva) possano fare molto per promuovere
almeno uno dei tratti di un comportamento virtuoso. Che
non sia l’unico è evidente, ma è sufficiente per
mostrare che non c’è alcun legame necessario tra un
governo autoritario e lo sviluppo di un’etica delle virtù.
Per il resto, come diceva H. A. Prichard, non possiamo far
altro di notare che proprio dalla riflessione su temi come
la virtù si può giudicare di quanto la filosofia morale
sia vicina alla vita.
Bibliografia
Le
bibliografie, specie quando sono brevi, sono sempre in
certa misura idiosincratiche, risentendo come è
inevitabile che accada dei gusti di chi le ha redatte. Il
meno che si possa fare in questi casi, per rispetto verso
il lettore, è esplicitare i criteri che ne hanno ispirato
la compilazione. Ho privilegiato lavori in cui è
prevalente, anche se non esclusiva, la preoccupazione di
mostrare la rilevanza dell’etica di Aristotele per chi
voglia pensare seriamente ai problemi della filosofia
morale. Per questo la bibliografia contiene anche una
serie di contributi che, pur non essendo in senso stretto
sull’etica di Aristotele, ne discutono le idee o ne
ripropongono in parte gli argomenti e l’approccio.
Un’avvertenza. Ci sono diversi filosofi contemporanei di
grande rilievo (come ad es. Bernard Williams, David
Wiggins, David Pears, Thomas Nagel, John McDowell o Martha
Nussbaum) che hanno scritto articoli importanti
sull’etica di Aristotele. Alcuni di questi articoli non
sono menzionati specificamente nella bibliografia per
ragioni di spazio, ma il lettore potrà trovarli nelle
antologie a cura di Roger Crisp, Michael Slote, Amelie O.
Rorty e Nancy Sherman che invece sono nella bibliografia.
Per
quanto riguarda le traduzioni, si segnalano quella in due
volumi di Marcello Zanatta (Garzanti, Milano 1986), o
quella, più maneggevole, di Claudio Mazzarelli (Rusconi,
Milano 1993). Il lettore interessato al dibattito
contemporaneo farebbe bene a usare anche la classica
traduzione di Sir David Ross, rivista da J.L. Ackrill e
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