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Husserl e l'estetica
di
Elio
Franzini
Università
degli Studi di Milano
Husserl
è uno dei pensatori, ed è forse l’unico negli ultimi
cent’anni, che hanno rimeditato globalmente il progetto
epistemologico della filosofia occidentale, riannodando
tra loro problematiche antiche, per far comprendere il
senso di un percorso conoscitivo che è quello stesso in
cui si è posto il problema della “ragione” nel suo
rapporto con il mondo. In lui sono chiari gli orizzonti
razionali di una filosofia della conoscenza, con buona
pace di coloro che in lui vedono un moralista, un retore o
soltanto un abile argomentatore, analitico o continentale
che sia.
Data
questa cornice, la fenomenologia è metodo:
infatti, proprio perché suo oggetto è il mondo nella
totalità dei suoi strati ontologici, e proprio perché il
correlato del mondo è il nostro (il mio, il tuo, il
vostro) sguardo, conformemente alla lezione
dell’intenzionalità, si tratta di comprendere che la
verità del rapporto originario tra il mondo e tali
sguardi, ossia la verità naturale del senso comune,
quello in base al quale conosciamo e viviamo, non può
essere presupposta ma va invece tematizzata, dimostrata e
argomentata, appunto, “indirizzata”, inserita cioè
nel contesto di un metodo in cui il linguaggio, la
terminologia, non travalichi sui contenuti, sulla loro
schiettezza e originarietà.
Ma
la centralità del metodo non deve creare equivoci: la
fenomenologia non è soltanto metodo. E’ invece
processo, e progetto, di indagine intenzionale che,
proprio attraverso la descrizione dei fenomeni, le cose
per come si danno alla soggettività, vuole giungere ad
afferrare i sensi sensibili che sono nelle cose stesse,
che si offrono al soggetto in specifici e diversificati
decorsi esperienziali.
Da
questo punto di vista un’estetica fenomenologica, pur
presente sul piano storico, ha ragion d’essere se, e
solo se, si intende con l’aggettivo “fenomenologica”
l’applicazione di un metodo e di un progetto a uno
specifico orizzonte tematico, il quale però deve essere a
sua volta circoscritto.
Cercare
un’estetica per la fenomenologia non è qui meditare
sull’oggetto estetico, sul suo senso ontologico o
intenzionale, né sull’opera d’arte (tanto meno le
singole opere d’arte): senza rigettare certo questi
campi di ricerca, si ritiene vi sia in Husserl una strada
che conduce verso il logos del mondo estetico, cioè sui
problemi generali e fondativi della conoscenza, su una
dimensione sensibile che non è priva di una sua interna e
specifica legalità. Si ha l’esigenza di interrogare
nuovamente Husserl, cercando nell’estetica il nucleo
“forte” del suo pensiero, cioè il filo rosso che
corre attraverso la sua intera opera, in quanto la
congiunzione tra estetica e fenomenologia è genetica e
costitutiva. L’estetica fenomenologica allora è teoria
generale dell’esteticità e teoria speciale dell’arte.
L’estetica,
e non le poco significative pagine sulla filosofia
dell’arte, è, infatti, il centro del pensiero
husserliano, là dove questo si definisce come tentativo
di riproblematizzare l'orizzonte del rapporto tra doxa
ed episteme. Il “modello estetico” è così un
progetto epistemologico al centro del quale si pone la
lunga ricerca husserliana allo scopo di comprendere, non
“contro” ma “prima” di qualsivoglia
“idealismo” nel senso “storico” del termine,
funzione e ruolo della soggettività, dal momento che
costruire una scienza significa sempre costruire una
scienza della soggettività e della sua vita operante
estetica, all’interno della quale ricondurre la
dimensione simbolica al suo fondamento intuititvo. La
simbolizzazione necessaria alla scienza deve cioè essere
colta nella sua genesi estetico-intuitiva, ricostruendo un
percorso che riporti a quelle componenti intuitive e
sensibili di cui costituisce un’astrazione: il senso
d’essere del mondo della vita viene afferrato in quanto
formazione soggettiva, operazione della vita esperiente.
L’estetica, in questo quadro genetico, non è né una
premessa alla conoscenza né la descrizione di specifici
oggetti o di processi degustativi o teoretici, bensì
l’origine della conoscenza stessa, che nell’attività
soggettiva esibisce le sue manifestazioni simboliche,
radicate nella verità intuitiva della vita ingenua e
della natura umana.
Estetica
è in primo luogo interrogazione della vita estetica che
esperisce il mondo, del fungere originario del soggetto,
sempre presente, anche in modo anonimo, nella relazione di
senso che instaura con il nostro circostante mondo della
vita.
L’importanza
che assume l’estetica husserliana, dati questi
presupposti, conduce a porsi su un piano riflessivo di un
rapporto fra estetica e fenomenologia a partire dal quale
si possono individuare i luoghi delle sintesi originarie
radicate nel mondo della vita, permettendo così di non
lasciare che questo orizzonte di fenomeni rimanga anonimo
o si cristallizzi in oggettività astratte.
Se il mondo della vita è notoriamente il regno
ontologico di evidenze esperienziali originarie, dato
sempre e comunque secondo modi intuitivi, tuttavia con
ontologia si deve intendere esplicitazione di un processo,
di una serie di processi descrittivi che rivelano come gli
enti, le cose del mondo, non si diano in una trascendenza
(metafisica o intenzionale che sia) bensì nella
formazione immanente degli atti soggettivi, proprio per
non rinchiudere il senso della fenomenologia
nell’esplorazione di alcune pur importanti ontologie
regionali, o regioni di esperienza. E’ indubitabile, si
è detto, che l’ontologia del mondo della vita, che l’epoché
rende possibile, sia il terreno originario di questa
esperienza. Ma un discorso fondativo sul senso estetico
del mondo della vita non può essere solo ontologico:
l’ontologia apre la strada a quello che Husserl chiama
“un compito molto più grande”, cioè la fondazione di
una psicologia trascendentale, che indaghi il ruolo e
l’operare della soggettività. L’operatività
psicologica significa, in estrema sintesi, la possibilità
di un’attività che, pur non essendo “ontologizzante”,
cioè costitutiva di specifiche regioni esperienziali,
rende possibile l’ontologia, cioè l’esplicitarsi di
un’intenzionalità costitutiva in cui si colgano le
specificità essenziali delle varie regioni della nostra
esperienza dell’essere, affrontando un territorio
estetico che Husserl definisce “disperatamente
multiforme e in una continua differenziazione”. In
questa direzione l’estetica permette anche la
tematizzazione della scienza universale della soggettività
nelle sue molteplici esperienze di senso, che fungono in
qualsiasi processo logico-conoscitivo, in qualsiasi atto
della natura umana, che è sempre attività intenzionale
di un corpo proprio esperiente.
La
nota affermazione del 1935, “La filosofia come scienza,
come scienza rigorosa, anzi apodittica – il sogno è
finito”, non è, come dicono gli orecchiatori, il segno
di una radicale autocritica, bensì l’indice della
consapevolezza della necessità di una costante
ritematizzazione estetica della fenomenologia in quanto
psicologia trascendentale, e non come ontologia. Prima
ancora di occuparsi di ontologie regionali, prima ancora
di essere “scienza rigorosa”, la fenomenologia è
comprensione della soggettività e delle sue operazioni,
cioè in primo luogo dell’io estetico, dell’io
temporale, scoperta “del modo d’essere concretamente
necessario della soggettività assoluta”, che dà senso
al mondo, alla verità del mondo, “anche all’esistenza
umana nel mondo già dato spazio-temporalmente”.
Se
il pensiero oggettivo come afferma Merleau-Ponty
“ignora il soggetto della percezione”, non lo indaga
mai, la vita che esperisce il mondo ha invece questo
soggetto al suo centro, un corpo proprio, un corpo
estetico che fonda, nelle sue sintesi e nella sua
dinamicità attiva, l’oggettività stessa. L’esteticità
del senso e la sua inesauribilità si rivelano quindi
nell’intenzionalità fungente, come intenzionalità
estetica che è fondamento della psicologia
trascendentale, correlata ad un’esteticità possibile
solo in un “sentire comune” fondativo
dell’intersoggettività, senza la quale non può darsi
alcun atto di conoscenza oggettiva.
Quando
Husserl, dunque, concludendo la Crisi, parla della
filosofia come riflessione dell’umanità su se stessa e
come realizzazione della ragione, non sta facendo
esercizio né di retorica filosofica né di costruibili
territori utopici: prosegue invece un programma avviato
sin dalle sue prime opere, volto ad affermare la validità
di un sapere comprensivo delle istanze chiarificatrici che
le cose presentano nelle loro sintesi qualitative, un
sapere, cioè, capace di afferrare l’oggettività del
fenomeno determinandolo mediante concetti e verità
oggettive, all’interno però di una genesi fondativa di
un sentire comune che si rinnova sempre di nuovo.
Quindi, le idee estetiche, le opere d’arte, i giudizi
estetici, esibendo in maniera paradigmatica l’anonimia
del senso e il suo fungere originario, sono il simbolo dei
problemi generali della conoscenza, della sua origine
estetico-sensibile-sentimentale, persino del
“piacere”, dell’accordo precategoriale, del senso
comune che è all’origine di ogni sapere.
La
scienza che così si sviluppa non tende a una perfezione
oggettivata ma, in quanto scienza del mondo della vita,
scienza dell’atteggiamento naturale, che ne fonda il
senso comune sulle sue stesse dinamiche esperienziali, è
una funzione antropologica, ancorata al suo essere
sensibile e corporeo. La ragione è dunque sempre estetica,
e l’estetica è la motivazione originaria della
filosofia, esibizione temporale di processi razionali la
cui intenzionalità è sempre fungente, il cui
sentire e giudicare è sempre sentimento comprensivo
dell’altro. Per concludere, si può dunque
sinteticamente sostenere, quasi come accenno
programmatico, che recuperare il senso di questa ragione
estetica, e delle sue implicazioni simbolico-intuitive,
significa inserire Husserl in una linea storica, ma non
storicistica, del pensiero contemporaneo, che ha in Kant
il suo punto di avvio: significa dunque cercare di
sottrarre gli studi fenomenologici a quell’autoreferenzialità
che è, credo, il loro male attuale o il vizio di una
cattiva metafisica che da essi rinasce con tutti i suoi
sogni e i suoi fantasmi.
Bibliografia
primaria
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