
a
cura di
Alessandro
Lanni
Ludwig
Wittgenstein nasce a Vienna il 26 aprile 1889, ottavo
e ultimo figlio di un industriale di origini ebraiche. Fin
da piccolo conosce da vicino la vivace vita intellettuale
dell'Austria fin de siècle. Tra fratelli pianisti
e amici compositori (Johannes Brahms è un assiduo
frequentatore di casa Wittgenstein e Ravel scriverà il
concerto per pianoforte in D maggiore per sola mano
sinistra per il fratello Paul, invalido della prima guerra
mondiale), il giovane Ludwig tuttavia si interessa di
scienza, in un primo tempo esclusivamente applicata. Dopo
aver studiato ingegneria a Berlino e aeronautica a
Manchester (1908), nel 1911 incontra Gottlob
Frege,
oggi conosciuto come uno dei padri fondatori della logica
matematica e della filosofia analitica. Frege inizia
Wittgenstein allo studio della logica e dei fondamenti
della matematica e, riconosciute le qualità del giovane
austriaco, gli suggerisce di incontrare Bertrand
Russel
a Cambridge. In Inghilterra Wittgenstein rimane per poco
tempo. Dopo circa un anno e mezzo, infatti, parte per la
Norvegia dove si stabilisce fino allo scoppio della prima
guerra mondiale. Arruolatosi nell'esercito austriaco è
catturato dagli italiani e internato nel campo di Cassino.
E' durante l'esperienza militare che Wittgenstein completa
il Logisch-philosophische
Abhandlung,
più noto come Tractatus logico-philosophicus
(titolo suggerito da G.E. Moore, un altro famoso filosofo
di Cambridge, amico di Wittgenstein). Dal 1920 al 1926
lavora come maestro elementare in un paesino della bassa
Austria. Intanto è pubblicato il Tractatus (prima
solamente in tedesco poi, nel '22, anche in inglese) con
un'introduzione di Russell. In questo periodo Wittgenstein
abbandona la filosofia, almeno nei suoi risvolti pubblici
e accademici. Nella primavera del 1926 lavora come
giardiniere presso un convento di frati ospitalieri.
Nell'estate
dello stesso anno completa, insieme a Paul Engelmann, la
progettazione di una casa per sua sorella Gretl.
Wittgenstein seguirà l'esecuzione dell'edificio fino al
1928 e la purezza del suo stile, lineare e geometrico, si
può ancora ammirare.
In
questa fase della vita conosce Moritz Schlick e altri
esponenti del futuro Circolo di Vienna e riprende ad
interessarsi allo studio della filosofia. Nel 1929 torna a
Cambridge dove il 18 giugno consegue il titolo di Doctor
of Philosophy discutendo il Tractatus con Moore
e Russell. I primi anni '30 sono per Wittgenstein un
periodo molto produttivo (a questi anni risalirebbe
l'inizio del secondo periodo). Dal 1930 al 1936
insegna a più riprese a Cambridge, dove i suoi allievi
raccolgono i suoi appunti in quelli che saranno poi
conosciuti come il Libro blu e il Libro marrone.
Tra il 1936 e il 1937, Wittgenstein è a Skjolden, in
Norvegia, dove inizia a lavorare alle due opere più
significative del secondo periodo: le Ricerche
filosofiche e le Osservazioni sui fondamenti della
matematica (anch'esse pubblicate postume e sistemate
dai curatori testamentari). Nel 1938, a causa degli
avvenimenti politici, è costretto a chiedere la
cittadinanza inglese. Nel '39 succede a G.E. Moore come Professor
of Philosophy nell'università di Cambridge.
Wittgenstein darà le dimissioni nel 1947. Durante la
guerra, tra il 1941 e il 1944, lascia Cambridge per
prestare aiuto come volontario in vari ospedali in
Inghilterra. Nel febbraio del 1944 riprende le sue
lezioni, interessandosi sempre più a temi di filosofia
della psicologia. Il 25 novembre 1949 gli viene
diagnosticata la malattia che lo porterà alla morte.
Stimolato dalla lettura della Farbenlehre
di Goethe,
avvenuta durante le vacanze natalizie del 1949,
Wittgenstein redige le Osservazioni sui colori.
Fino a due giorni prima di morire è impegnato nelle
osservazioni raccolte in seguito con il titolo di Della
certezza. Ludwig Wittgenstein muore a Cambridge il 29
aprile 1951.
Per
approfondire
 |
Malcolm
N. 1954: Ludwig Wittgenstein. A Memoir,
Oxford UP, Oxford [tr. it. Bompiani, Milano 1964].
|
 |
McGuinness
B.F. 1988: Wittgenstein: A Life. Young Ludwig
(1889-1921), Duckworth, London [tr. it. Il
Saggiatore, Milano 1990].
|
 |
Monk
R. 1990: Wittgenstein. The Duty of Genius,
J. Cape, London [tr. it. Bompiani, Milano 1991].
|
Un
percorso all'interno dell'opera
Come
accade che noi parliamo del mondo, che le nostre parole si
agganciano al mondo? Questa domanda è il nucleo
dell'intero percorso wittgensteiniano. Domanda che poi non
è semplicemente il problema di Wittgenstein, quanto
piuttosto una delle questioni caratterizzanti l'intera
storia della filosofia ("pensare ed essere sono lo
stesso" scriveva già Parmenide). Wittgenstein, dal Tractatus
fino ai suoi ultimi scritti, non fa altro che
interrogarsi, a suo modo, intorno alla questione
antichissima e fondamentale del rapporto tra linguaggio,
pensiero e mondo. In sintesi cercherò di mostrare come.
Il 22 gennaio del 1915 Wittgenstein appuntava nel suo
quaderno: "Tutto il mio compito consiste nello
spiegar l'essenza della proposizione. Vale a dire, nel dar
l'essenza di tutti i fatti la cui immagine è la
proposizione. Nel dar l'essenza d'ogni essere. (E qui
essere non significa esistere - sarebbe insensato)".
In queste poche righe è racchiuso il senso profondo del Tractatus
logico-philosophicus. Cos'è la proposizione? In
generale, come deve essere il linguaggio per essere
immagine del mondo? E, allo stesso tempo, come deve essere
il mondo per essere raffigurato dal linguaggio e nel
linguaggio, quale dev'essere il suo essere? Così è a
partire da queste domande originarie che trovano senso e
rilevanza le questioni particolari che Wittgenstein
solleva all'interno del complesso reticolo di proposizioni
numerate che compongono il Tractatus. Esemplare è
la questione degli "oggetti semplici", dei quali
tra l'altro Wittgenstein non chiarisce mai la loro natura,
è sollevata per spiegare la determinatezza del senso
della proposizione. Affinché qualcosa possa
effettivamente essere detto devono necessariamente
esistere dei costituenti ultimi della realtà che
determinano il senso di questo dire, cioè che lo rendono
possibile (cfr. T 3.23).
Nella proposizione 4.01 Wittgenstein scrive: "La
proposizione è un'immagine della realtà". Questo è
il nucleo del Tractatus. Si tratta di intendere
bene quest'affermazione che, per molti versi, è un topos
della tradizione filosofica. Dunque la proposizione è
un'immagine, ma allora in cosa consiste quest'iconicità
della proposizione? E' necessario rispondere a questa
domanda se, come si affretta ad aggiungere Wittgenstein,
"a prima vista la proposizione - quale, ad esempio,
è stampata sulla carta - non sembra sia un'immagine della
realtà della quale tratta" (T 4.011). Come può un
fatto, una macchia d'inchiostro sulla carta (ma anche un
qualsiasi altro segno o suono) diventare linguaggio,
ovvero fare segno verso un altro fatto "fuori nel
mondo"? La risposta di Wittgenstein, almeno nel Tractatus,
nasce dal riconoscimento che segno e designato debbano
condividere necessariamente qualcosa di comune. Scrive
Wittgenstein: "Il fatto, per essere, immagine deve
avere qualcosa in comune con il raffigurato" (T
2.16). Ciò che linguaggio e mondo hanno in comune, la
condizione dunque di possibilità per il linguaggio di
dire il mondo e per il mondo di essere detto dal
linguaggio è la forma logica che è quindi al
tempo stesso forma della realtà (di qui la
posizione estrema del Tractatus secondo la quale il
solipsismo, cioè la relatività del mondo al soggetto, se
svolto rigorosamente coincide col realismo puro).
"L'immagine ha in comune col raffigurato la forma
logica della raffigurazione" (T 2.2), forma logica
che non può essere detta, poiché condizione di ogni
dire, ma può solo mostrarsi in ogni immagine, in
ogni proposizione. Distinzione questa, tra dire e
mostrare, fondamentale nell'economia del Tractatus
e che, secondo alcuni interpreti, recupera l'istanza
trascendentalista kantiana.
Le proposizioni che compongono il Tractatus
trasgrediscono evidentemente il divieto che prescrivono
(lo riconosce lo stesso Wittgenstein in T 6.54). Sono,
infatti, immagini - in quanto proposizioni - di nulla, cioè
di qualcosa di inimmaginabile. Immagini insensate,
che esibiscono la loro insensatezza, l'insensatezza del Tractatus,
che come la celebre scala, deve essere gettata via dopo
che ci si è saliti (cfr. T pref.). Quella del Tractatus
non è affatto una filosofia scientifica e positivista
(come hanno creduto gli esponenti del Circolo di Vienna).
Tutto il contrario, il riconoscimento dell'insensatezza
delle proposizioni filosofiche non le squalifica, non fa
perdere loro valore, perché non è alla sensatezza che
esse guardano. Piuttosto Wittgenstein ci invita a pensare
che "anche una volta che tutte le possibili
domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri
problemi vitali non sono ancora neppur toccati" (T
6.52). In altre parole, si tratta di riconoscere che il
nostro umano problema non è alla lettera un problema, non
necessita di una risposta, infatti "la risoluzione
del problema della vita si scorge allo sparir di
esso" (T 6.521).
Per quanto negli scritti successivi al '29 Wittgenstein
sia sempre maggiormente critico nei confronti della sua
opera giovanile, è comunque un fatto che egli rimane
incessantemente fedele ad alcune questioni generali che
l'avevano motivata. Per quanto l'autore delle Ricerche
filosofiche non si stanchi di sottolineare la sua
personale distanza da quello che aveva scritto il Tractatus
logico-philosophicus, appare tuttavia evidente che la
domanda intorno al significato, al modo cioè in cui le
parole riescono a raggiungere le cose è al centro
dell'attenzione anche del secondo Wittgenstein.
Le Ricerche filosofiche - il testo più
rappresentativo della produzione del secondo periodo -
hanno una struttura singolare. In realtà non sono
letteralmente un libro, non hanno l'unità ne l'impianto
argomentativo del libro. Come scrive lo stesso
Wittgenstein nella Prefazione, sarebbe meglio
considerarle "una raccolta di schizzi
paesistici" oppure un "album" il cui
oggetto più che corrispondere ad un particolare argomento
è piuttosto "una vasta regione del pensiero"
difficilmente delimitabile. Ciò nonostante esiste un filo
rosso che lega molte delle osservazioni che compongono le Ricerche.
I paragrafi dedicati all'agostinismo linguistico, al
comprendere, all'intendere e al seguire una regola, al
significato come uso risultano essere differenti occasioni
per mostrare le lacune di una determinata concezione del
linguaggio, immagine nella quale il linguaggio è ridotto
a semplice collezione di nomi, la cui unica funzione è
quella di stare al posto delle cose. Il denominare diviene
dunque, in questa prospettiva, il fondamento istitutivo
della segnicità e la definizione ostensiva funge da
spiegazione ultima del senso delle parole. D'altra parte,
quest'orientamento eminentemente critico non deve impedire
di riconoscere l'attaccamento anche del secondo
Wittgenstein a temi tradizionalmente e positivamente
filosofici. Quello di Wittgenstein è infatti, a mio
parere, un tentativo di continuare a porre la domanda
filosofica (Wittgenstein non ha mai teorizzato l'abbandono
dell'interrogazione filosofica a favore della letteratura
o della scienza linguistica), facendosi tuttavia carico
dei paradossi (come quello messo in luce da Kripke,
secondo il quale Wittgenstein avrebbe mostrato
l'impossibilità di giustificare l'uso corretto del
linguaggio) e dei punti di non ritorno ai quali una
determinata pratica filosofica ci ha condotto. Dualismo
(nell'accezione interessata dal discorso wittgensteiniano,
la radicale alterità di segno e significato) e mentalismo
(l'idea che il fondamento della significazione risieda
nella sfera del mentale) sono quei caratteri tipici del
sapere filosofico tradizionale che le ultime opere di
Wittgenstein incessantemente cercano di decostruire per
mostrarne l'infondatezza. Per esempio, comprendere il
significato di un qualsiasi segno o immagine non vorrà più
dire aggiungere ad una materialità di per sé inerte un
contenuto oggettivo esterno ad essa (immagine mentale,
pensiero fregeano o idea platonica). E' decisamente un
errore, nella prospettiva delineata dall'ultimo
Wittgenstein, pensare al significato e alla regola in sé
come a qualcosa di autonomo che, nel momento della
comprensione, si affianca al segno. Piuttosto bisogna
riconoscere - e questo è il senso di slogan
wittgensteiniani quali "il significato è l'uso"
e "seguire una regola è una prassi" - che un
segno diviene significativo, si aggancia dunque alle cose
grazie ad un'attivazione pragmatica che rende
possibile il segno stesso, la parola in quanto tale. Con
"attivazione pragmatica" intendo ciò che nella
terminologia wittgensteiniana è detto "gioco
linguistico" oppure anche "uso" o
"prassi", cioè tutte quelle situazioni concrete
nelle quali il segno letteralmente vive e funziona (cfr.
PU I, 432). Questa relativizzazione, operata da
Wittgenstein, del significato e del linguaggio alla prassi
effettiva produce delle conseguenze profonde sulla
filosofia impedendole di presentarsi come parola assoluta,
come teoria. La filosofia sarà portatrice
"solo" di un ordine, di un ordine per uno
scopo determinato (cfr. PU I, 132). Pratica tra le altre
non potrà dunque più essere spiegazione del vero
significato, piuttosto sarà descrizione, ricerca
grammaticale che mette in mostra il carattere inaugurale
dell'uso, dei molteplici usi linguistici rispetto al
significato; mostrando il sorgere di esso in una scena
pratica, che lo determina per quello che è.
Bibliografia:
 |
The
Blue and Brown Books
(1933-4 e 1934-5), a cura di R. Rhees, Blackwell,
Oxford 1958, 19692 [tr. it. Libro blu e libro
marrone, Einaudi, Torino 1983] |
 |
Bemerkungen
über Farben
(1950-51), a cura di G.E.M. Anscombe, Univ. of
California Press, Berkeley and Los Angeles 1977 [tr.
it. Osservazioni sui colori, Einaudi, Torino
1981] |
 |
Bemerkungen
über Frazers "The Golden Bough"
(1930-1 e tra il 1936 e il 1948), a cura di R. Rhees,
"Synthese" 17 (1967) [tr. it. Note sul
"Ramo d'oro" di Frazer, Adelphi,
Milano 19792] |
 |
Bemerkungen
über die Grundlagen der Mathematik
(1937-42), a cura di G.H. von Wright, R. Rhees e
G.E.M. Anscombe, Blackwell, Oxford 1956, terza ed.
riveduta e accresciuta, ibid. 1978 [tr. it. Osservazioni
sopra i fondamenti della matematica, della prima
ed. Einaudi, Torino 1971; della terza ed. Einaudi,
Torino 1988] |
 |
Bemerkungen
über die Philosophie der Psycologie
(1946-9), a cura di G.E.M. Anscombe e G.H. von
Wright, 2 voll., Blackwell, Oxford 1980 [tr. it. Osservazioni
sulla filosofia della psicologia, Adelphi,
Milano 1990] |
 |
Notes
for Lectures on 'Private Experience' and 'Sense
Data' (1934-6 ca.),
in "Philosophical Review", 77 (1968) |
 |
Philosophische
Bemerkungen
(1929-30 ca.), a cura di R. Rhees, Blackwell, Oxford
1964 [tr. it. Osservazioni filosofiche,
Einaudi, Torino 1976] |
 |
Philosophische
Grammatik
(1930-33), a cura di R. Rhees, Blackwell, Oxford
1969 [tr. it. Grammatica filosofica, La Nuova
Italia, Firenze 1990] |
 |
Philosophische
Untersuchungen (I:
1945; II: 1947-9), a cura di G.E.M. Anscombe e R.
Rhees, Blackwell, Oxford 1953 [tr. it. Ricerche
filosofiche, Einaudi, Torino 19833] |
 |
Tagebücher
(1930-2/1936-7) a cura di I. Somavilla, Haymon,
Innsbruck [tr.it. Movimenti del pensiero. Diari
1930-1932/1936-1937, Quodlibet, Macerata 1999]. |
 |
Tractatus
logico-philosophicus
(1921), Routledge and Kegan Paul, London 1922 (1961)
[tr. it. Einaudi, Torino 19642, in appendice Quaderni
1914-16] |
 |
Über
Gewissheit
(1950-1), a cura di G.E.M. Anscombe e G.H. von
Wright, Blackwell, Oxford 1969, [tr. it. Della
certezza, Einaudi, Torino 1978] |
 |
Vermischte
Bemerkungen, a cura
di G.H. von Wright, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1977 [tr.
it. Pensieri diversi, Adelphi, Milano 1980] |
 |
Wittgenstein's
Lectures - Cambridge 1930-1932,
dalle note di J. King e D. Lee, a cura di D. Lee,
Blackwell, Oxford 1980 |
 |
Wittgenstein's
Lectures - Cambridge 1932-1935,
dalle note di A. Ambrose e M. Macdonald, a cura di
A. Ambrose, Blackwell, Oxford 1979 |
 |
Zettel
(1945-8), a cura di G.E.M. Anscombe e G.H. von
Wright, Blackwell, Oxford 1967 [tr. it. Einaudi,
Torino 1986] |
|