Willard van Orman Quine

vedi la cartina corrispondente


a cura di
Gianfranco Zanet

Quine nasce nel 1908 ad Akron, Ohio USA. Compie i suoi studi ad Harvard dove consegue anche il dottorato sotto la guida di N. Whitehead (coautore con Russell dei Principia Mathematica) occupandosi di logica. Le origini della sua riflessione filosofica si possono rintracciare in due diversi orientamenti filosofici che egli elabora in una sintesi originale: l’empirismo logico e il pragmatismo. La formazione filosofica di Quine infatti avviene negli anni in cui il pragmatismo raggiunge il suo apice nel pensiero di John Dewey, alle cui conferenze intitolate Art as Experience egli assiste ad Harvard ancora studente. Il legame con l’empirismo logico, invece, nasce in seguito ad un lungo soggiorno a Vienna e a Praga, compiuto negli anni 1932-1934, in cui Quine frequenta i membri del Wiener Kreis e stringe amicizia in particolare con Rudolf Carnap, che considererà il suo maestro. Una volta tornato in patria si troverà ad essere uno dei principali fautori dell'accoglienza negli Stati Uniti degli animatori del Circolo, in fuga dalla dittatura nazista.
Dal 1936 è stato professore di filosofia alla Harvard University fino alla fine della sua carriera accademica. Si è affermato come uno dei massimi pensatori del secolo, avendo fornito con le sue opere tradotte in 14 lingue un contributo imprescindibile in materia di filosofia del linguaggio e logica matematica .
Quine si è spento nell'ultimo Natale del millennio (25 dicembre 2000) a Boston.

Dell’empirismo logico Quine mantiene l’orientamento secondo cui l’origine delle conoscenze va ricercata nell’esperienza e l’idea che questa ricerca vada condotta con metodo scientifico. Ancora, dall’empirismo logico, che a sua volta lo desumeva dalla posizione sostenuta da Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus, egli deriva un altro orientamento fondamentale, secondo cui il linguaggio, a seguito della cosiddetta "svolta linguistica", assume un ruolo decisivo per l’indagine filosofica. Proprio la riflessione sul linguaggio è il campo scelto da Quine per prendere le distanze dall’empirismo e combattere contro i suoi "dogmi". Egli, infatti, rintraccia la radice della distinzione analitico-sintetico e del riduzionismo nella concezione del linguaggio secondo cui si può distinguere una componente linguistica e una fattuale delle proposizioni. Se ciò è possibile, si possono concepire delle proposizioni limite che sono vere per la sola componente linguistica, cioè analitiche; e si può anche concepire che la componente fattuale possa ridursi all’esperienza sensoriale. Abbandonare i due dogmi significa abbandonare l’idea che il linguaggio possa rispecchiare la realtà e l’idea della conoscenza connessa secondo cui la teoria è riducibile all’osservazione.Nell’abbandonare la concezione rappresentazionale del linguaggio gioca un ruolo fondamentale la prospettiva pragmatista congiuntamente alle riflessioni dell’ultimo Wittgenstein. Sia nel linguaggio inteso come "arte sociale" di Dewey che nella teoria dei "giochi linguistici" di Wittgenstein, è esplicito questo cambiamento di prospettiva, al quale, oltre che con la critica ai due dogmi, Quine contribuisce con la tesi dell’indeterminatezza della traduzione. Questa tesi, infatti, mira a scardinare l’idea, implicita in una concezione rappresentazionale del linguaggio, che esista qualcosa come il significato valido interculturalmente che poi si "incarna" in lingue differenti. L’indeterminatezza della traduzione, invece, ci mette di fronte al fatto che il lavoro del linguista è in larga misura congetturale. Egli non eguaglia enunciati di una lingua a quelli di un’altra sulla base del significato che essi hanno in comune, ma proietta sulla lingua che intende tradurre il proprio schema concettuale. Ciò può dare luogo a differenti proiezioni, ovvero a differenti manuali di traduzione compatibili con il comportamento verbale dell’indigeno ma non tra loro. quest’indeterminatezza è, comunque, una questione di grado. Gli enunciati osservativi possono essere ricondotti ad un significato sufficientemente indipendente dalle variazioni linguistiche così da consentirne la traduzione. Allo stesso modo gli enunciati occasionali possono essere tradotti dal linguista divenuto bilingue. Ma enunciati di alto grado teorico come "I neutrini sono privi di massa" costituiscono l’estremo superiore della scala che va da "osservativo" a "teorico". Perciò essi, come molti altri che si situano fra i due estremi, non sono comprensibili se non all’interno di un dato linguaggio. Il linguaggio, così interpretato, è un sistema, un gioco linguistico, un’arte sociale, al cui interno si rendono comprensibili i significati dei singoli enunciati. Queste interpretazioni del linguaggio, quindi, tendono a convergere verso una prospettiva olistica che, però, Quine non limita al solo linguaggio, ma sviluppa in un’articolata e coerente riflessione epistemologica. Infatti se rinunciamo a ridurre la teoria all’osservazione, secondo una prospettiva olistica, otteniamo un duplice effetto sull’epistemologia. Da un lato cambia radicalmente la natura dell’indagine epistemologica, dall’altro cambia anche il risultato di quest’indagine, cioè la concezione dell’evidenza empirica e del suo legame con la teoria. L’epistemologia non mira più a dare un fondamento alla scienza in termini di dati sensoriali ma rinuncia ad ogni forma di fondazionalismo e di "filosofia prima" rispetto alla scienza. Da questa rinuncia, assieme con l’olismo e con la visione del linguaggio corrispondente, ricaviamo l’idea che i dati osservativi non sono neutri ma vanno interpretati all’interno di un sistema teorico. L’indagine epistemologica viene così naturalizzata poiché s’incentra sul "soggetto umano fisico" e sul suo modo di costruire la teoria a partire dall’esperienza. Inoltre, se l’esperienza va vista il termini di interazione fra il soggetto umano fisico e la realtà, allora l’epistemologia diviene un’impresa psicologica in senso ampio, condotta con un metodo genetico che mira a comprendere la genesi e lo sviluppo della costruzione teorica. In questo senso il cambiamento del paradigma conoscitivo è rilevante. L’indagine si sposta dal problema del rapporto statico fra soggetto e oggetto, al problema del rapporto dinamico di assimilazione e accomodamento che coinvolge entrambi. Per studiare questo rapporto complesso è quindi opportuno condurre un’indagine genetica della conoscenza, che permette a Quine di comprendere e giustificare sperimentalmente, attraverso l’evoluzione linguistica e cognitiva dell’essere umano, il passaggio graduale che si ha dagli enunciati osservativi a quelli teorici. Inoltre quest’indagine permette di chiarire il ruolo di supporto evidenziale che gli enunciati osservativi svolgono all’interno del sistema teorico. Cambia così la visione del dato sensoriale che, in linea con la svolta linguistica e con il naturalismo, è interpretato come l’enunciato osservativo che il soggetto produce in risposta alla stimolazione sensoriale; e, in linea con l’olismo e con la teoria del linguaggio come "uso", è interpretato come il frutto dell’accordo intersoggettivo dei parlanti di una stessa comunità linguistica.

Vedi Bibliografia delle opere

 

indietro

 

 

SWIF-Sito Web Italiano per la Filosofia - Copyright © 1997-2002 - Periodico elettronico - registrazione n. ISSN 1126-47