Carlo Michelstaedter

 


a cura di
Cristina Carestiato

Carlo Michelstaedter nacque a Gorizia il 3 giugno 1887, da Emma e Alberto Michelstaedter.

Il fratello maggiore di Carlo, Gino Michelstaedter, partì all’età di sedici anni per New York, dove trovò lavoro e fece rientro in Italia solo per visite sporadiche. La sorella Elda, molto più anziana di Carlo, si sposò presto e lasciò la casa paterna. Carlo ebbe un legame molto forte soprattutto con la sorella Paula, quasi sua coetanea. Paula fu sua compagna di giochi nell’infanzia e confidente ed amica nell’adolescenza.

Carlo Michelstaedter frequentò il Ginnasio, a Gorizia, dove studiò tedesco (lingua imposta dall'amministrazione austriaca), greco, latino, filosofia e italiano (essendo di nazionalità italiana). Durante gli anni del liceo strinse una profonda e duratura amicizia con Nino Paternolli e Enrico Mreule. Alla fine del Ginnasio, nel 1905, fu dichiarato maturo per iscriversi alla facoltà di Legge. Le attitudini di Michelstaedter erano però diverse: da un lato desiderava coltivare le sue doti pittoriche, dall’altro egli aveva dimostrato grande facilità nello studio della matematica. Inizialmente si iscrisse alla Facoltà di Matematica dell'Università di Vienna, ma mutò presto i suoi piani e nell’ottobre del 1905 partì per Firenze con l’intento di ammirare i capolavori artistici della città italiana e intraprendere la carriera artistica.

A Firenze sembrava intenzionato a lavorare per entrare alla scuola di nudo, o almeno questo era il motivo che serviva come giustificazione per i familiari del suo soggiorno fiorentino. A dicembre, invece, decise di iscriversi all’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Frequentando l’università, conobbe Vladimiro Arangio-Ruiz e Gaetano Chiavacci, che divennero suoi intimi amici. Con essi dibatteva temi filosofici e letterari, in particolare discuteva il pensiero di Schopenhauer e Nietzsche.

Gli fu assegnata una tesina di confronto su Lessing e Baretti, che lo spinse ad interessarsi al teatro. Si recò spesso a vedere opere e scrisse varie recensioni e critiche.

Sulla fine del 1906 conobbe Nadia B., una giovane signora russa rimasta vedova. Tra i due nacque subito una reciproca simpatia e, quando Nadia si tolse la vita, nel 1907, Michelstaedter cadde in una profonda crisi. L’episodio allargò le incomprensioni, che iniziavano a prendere forma allora, fra Michelstaedter e i suoi genitori. Insieme agli screzi familiari, cresceva in lui anche una certa insofferenza nei confronti dell’ambiente accademico.

Nell’estate del 1908 nacque la passione per Argia Cassini, a cui dedicò molte poesie, dove Argia veniva idealizzata nella figura di confidente e conoscitrice dei suoi più intimi pensieri. Le incomprensioni con il padre, intanto, continuavano ad aumentare.

Ormai era tempo di preparare la tesi: l’argomento assegnatogli riguardava i concetti di persuasione e rettorica nelle opere di Platone e Aristotele. Michelstaedter si dimostrava impaziente di laurearsi, ma un altro triste evento turbò il corso di studi: la morte del fratello Gino, che fu per Michelstaedter come ‘paglia al fuoco’, quasi una conferma dei pensieri che si agitavano in lui durante quegli anni.

Nel giugno del 1909 lasciò Firenze e tornò definitivamente a Gorizia, per lavorare alla tesi. Si prese un periodo di vacanza e in seguito si ritirò a Santa Lucia, dove iniziò a scrivere. Con il procedere del lavoro la tesi assumeva dimensioni sempre più imponenti e la data della sua conclusione slittava nel tempo.

Un altro fatto acuì la crisi che Michelstaedter attraversava: la partenza dell’amico del cuore Enrico Mreule, che allargò la solitudine in cui ormai egli si sentiva relegato. Fece vari tentativi di pubblicazione dei suoi scritti, mettendosi in contatto con vari editori, ma le risposte furono sempre negative. Da questo seguì un sentimento di frustrazione ed inadeguatezza. Questo valeva anche per gli esiti del suo soggiorno a Firenze, che non gli aveva dato nessuna opportunità di attività remunerative, né conoscenza altolocate - cosa che il padre gli rimproverava continuamente.

Da una lato Michelstaedter tentava di mettere in pratica quell’ideale che aveva preso forma negli scritti per la sua tesi di laurea, dall’altro soffriva delle difficoltà che la vita quotidiana lo costringeva ad affrontare, e che non sempre lo trovavano all’altezza delle aspettative, che si erano fatte sempre più elevate.

Nell’agosto del 1910 il lavoro di stesura della tesi volgeva al termine, e mentre i familiari erano in villeggiatura, Michelstaedter rimaneva a Gorizia per dedicarsi allo studio. Il 17 ottobre, dopo giorni di intenso lavoro, la tesi era pronta. Un litigio con la madre affondò Michelstaedter ancor più nella solitudine dell’incomprensione. Stanco, provato dall’intenso studio e amareggiato per le continue delusioni e i lutti subiti, il 17 ottobre del 1910 attuò quell’idea, varie volte contemplata, del suicidio. Si uccise con un colpo di rivoltella.

 

Scheda concettuale:

Michelstaedter ha scritto molto, sperimentando diversi generi letterari, ma, nonostante questo, ha sempre mantenuto un punto fermo: il nucleo attorno al quale, seppure con delle evoluzioni, si sviluppa il suo pensiero. Questo nucleo è costituito dalla riflessione sul rapporto tra individuo, vita e morte.

Michelstaedter sceglie alcune figure come ideali interlocutori e ispiratori di tutta la sua opera: essi sono Parmenide, Socrate, Eraclito, Empedocle, Simonide, Eschilo, Sofocle, Cristo, Buddha, Petrarca, Leopardi e infine Ibsen. Ad essi si oppongono, come campioni della rettorica , Platone, Aristotele e Hegel.

La rettorica è antitetica alla persuasione e corrisponde al non essere; mentre la persuasione è l’essere.

La vita (o rettorica), così come noi la viviamo e ci appare, è come il desiderio che il peso ha del più basso: esso non si esaurisce mai ed è infinita tensione verso l’illusione del possesso del punto più basso. Il peso è in uno stato di continua insufficienza e sofferenza. "La vita è questa mancanza della sua vita". Come il peso non riesce mai a possedersi, finché è peso (cioè volontà inesausta di soddisfazione della sua eterna mancanza), così tutto ciò che vive, vive nella mancanza totale della propria vita. Fanno parte del mondo della rettorica il sapere accademico, che duplica l’uomo in ciò che è e in ciò che sa (in questo modo si viene meno al detto di Parmenide per cui pensiero ed essere sono lo stesso); e la società, che duplica l’uomo in ciò che è ed in ciò che fa ( e qui Michelstaedter fa suo, attraverso un’interpretazione personale, il concetto di alienazione).

La persuasione è, invece, quell’ideale, che le parole non riescono a descrivere totalmente, per cui ciò che vive cessa di vivere nel dolore, e, decidendo di dipendere solo da se stesso, diventa uno, non più duplice nell’animo.

Il più grande nemico all’attuazione della persuasione è il tempo: in esso le cose attuano la loro volontà infinita di dipendere da altro. Il tempo è la conseguenza della volontà che si esplicita come volontà di cose determinate, per una coscienza che è correlazione. La correlazione, ossia relazione fra determinatezze, è l’origine della vita inautentica. Nella continua e reciproca correlazione, gli uomini sentono l’eco del tu sei, che però è illusorio, perché fondato sul limite. La determinatezza, che si relaziona, è segnata, infatti, per sempre dal limite che, nella relazione, è posto dall’altro da sé, ed equivale al proprio nulla, al proprio non-essere. Il limite viene ripetuto infinitamente nelle differenti relazioni, nel vano tentativo di udire quell’autentico tu sei, che restituisca al singolo il potere su se stesso. Per questo il tempo, che è il luogo dove l’esistenza del limite si rende palese, è ciò che la persuasione deve distruggere. Solo nell’attualità del possesso assoluto il singolo è in grado di distruggere la sua relazione con il non essere (cioè l’altro), che lo getta nella deficienza e nella instabilità. La relazione con l’altro è violenza, perché è tentativo di appropriarsi della propria realtà e stabilità, annientando ciò che dichiara, invece, la propria determinatezza e morte.

La paura della morte che spinge l’uomo a rifugiarsi nelle false certezze della rettorica (cioè nella vita inautentica) è in realtà la paura della vita, che nasce quando l’uomo nasce come colui che, inesorabilmente, è costretto alla morte; ma il pensiero, che il presente deve essere in ogni attimo come l’ultimo, distoglie dalla paura della morte. Il tempo è paura della morte, distrutto il tempo si distrugge anche la paura, perché la morte toglie solo ciò che è "per il continuare". La persuasione si raggiunge con un atto della volontà, che affermi il valore individuale. Esso consiste nel prendere su di sé la responsabilità della propria vita: l’uomo risvegliato è il giusto. Nella persuasione, il dare è avere, continua e instancabile attività di identificazione e appropriazione del mondo, di modo che non è più la dipendenza a formare l’uomo, ma l’uomo a formare il suo mondo, ed esso sarà uno e identico con il tutto.

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