
a
cura di
Piero
Giordanetti
Università
degli Studi di Milano
Il
pensiero di Immanuel Kant (1724-1804) ruota intorno
al concetto di "metafisica". Ciò emerge con
chiarezza dalla Prefazione alla seconda edizione
della Critica della ragion pura (1787). La
metafisica è conoscenza razionale speculativa del
tutto isolata, in quanto si eleva decisamente al di sopra
dell'esperienza e dei concetti, differenziandosi in ciò
dalla matematica, la quale applica i concetti
all'intuizione e quindi li costruisce; in essa la ragione
deve essere scolara di se stessa. Essa è la più antica
di tutte le scienze, e sussisterebbe anche qualora le
altre dovessero essere "inghiottite dall'abisso di
una barbarie senza fondo". Caratteristica della
metafisica è la pretesa di scoprire a priori quelle
stesse leggi che sono confermate dalla più comune
esperienza. Quando Kant intende dare una spiegazione di
questo, che risulta l'aspetto fondamentale della
metafisica, egli afferma che è la natura stessa ad aver
collocato nella nostra ragione la tendenza indefessa a
cercare la traccia del cammino sicuro di una scienza anche
per la metafisica; essa è uno dei più importanti
interessi della ragione, uno dei più importanti settori
del nostro desiderio di sapere. Suoi oggetti precipui
sono: la libertà, l'immortalità e Dio.
La
strada da imboccare affinché anche nella metafisica si
compia il passaggio alla dignità di una scienza come è
già avvenuto per la matematica e per la fisica coincide
secondo l'autore con l'attuazione di una improvvisa
rivoluzione. Essa dovrà riguardare la metafisica nelle
sue due parti costitutive: la conoscenza speculativa e la
conoscenza pratica.
Soffermiamoci
dapprima sulla "rivoluzione" che Kant intende
attuare nella prima parte della metafisica. Dopo avere
richiamato i nomi di insigni scienziati quali Galilei,
Torricelli e Stahl, Kant ritiene utile riflettere su
quella che considera l'ipotesi di Copernico.
I suoi "primi pensieri", la sua ipotesi, del
tutto rivoluzionaria e paradossale rispetto alle teorie
allora esistenti, sorsero poiché egli incontrava
difficoltà insormontabili nello spiegare i movimenti
celesti a partire dall'ipotesi, unanimemente accettata dai
suoi contemporanei, che l'insieme ordinato degli astri
ruotasse intorno allo spettatore; al contrario, e contro
quanto insegnano i sensi, egli propose di fare stare fermi
gli astri e di far ruotare lo spettatore.
Kant
propone un tentativo di imitazione del tratto essenziale
della rivoluzione che ha prodotto effetti benefici nella
matematica e nella fisica; questa imitazione può essere
condotta in quanto matematica e fisica sono scienze
razionali come la metafisica e vale quindi il principio
dell'analogia. A differenza di quanto tutti i filosofi
hanno fatto fino a quel momento, Kant propone di tentare
anche nel campo della metafisica, intesa come conoscenza
speculativa, il cammino che dal soggetto va all'oggetto,
muovendo dall'ipotesi che non sia la conoscenza a doversi
regolare sugli oggetti, ma che siano gli oggetti a doversi
regolare sulla conoscenza. In tal modo sarebbe possibile
avere una conoscenza degli oggetti a priori, prima che
essi ci siano dati nell'esperienza.
Egli
ne dà un'applicazione alla prima fonte delle nostre
conoscenze: l'intuizione sensibile. Essa non deve
regolarsi sulla costituzione degli oggetti; in tal caso
non sarebbe possibile saperne nulla a priori, ma è
l'oggetto in quanto oggetto sensibile a doversi conformare
alla natura della nostra facoltà intuitiva. Applica poi
il medesimo pensiero ai concetti dell'intelletto, seconda
fonte della nostra conoscenza. Le intuizioni da sole non
sono infatti conoscenze; esse devono essere riferite come
rappresentazioni ad un qualche oggetto che possa essere
determinato per loro mezzo; questa determinazione è
attuata da concetti i quali non si regolano sull'oggetto.
Al contrario, gli oggetti, che corrispondono
all'esperienza, nella quale soltanto possono essere
conosciuti, in quanto oggetti dati, si regolano sui
concetti. L'esperienza è una specie di conoscenza tale da
richiedere sempre l'intelletto, la cui regola deve essere
presupposta prima ancora che siano dati gli oggetti, e cioè
a priori. Questa regola si concreta in concetti a priori
rispetto ai quali tutti gli oggetti dell'esperienza
debbono regolarsi e con i quali debbono accordarsi.
Nella
metafisica il tentativo di una rivoluzione può essere
messo in atto, infine, anche relativamente agli oggetti
"semplicemente pensati" non
"conosciuti" dalla ragione, i quali non possono
essere dati nell'esperienza; questi oggetti, sebbene non
siano dati nell'esperienza, debbono pur potersi pensare e
i tentativi di pensarli offrono anch'essi una pietra di
paragone preziosa, in quanto anch'essi seguono il
principio che noi conosciamo a priori delle cose tanto
quanto noi stessi poniamo in esse.
Sin
qui l'autore ha esposto la sua ipotesi di rivoluzione
relativamente alla prima parte della metafisica; ora egli
chiarisce di che cosa essa si occupi in realtà. Vi
rientrano i concetti a priori di cui possono essere dati
oggetti corrispondenti nell'esperienza, le leggi che
stanno a priori a fondamento della natura intesa come
insieme degli oggetti dell'esperienza. Il tentativo di un
mutamento apre alla metafisica in questa sua prima parte
il sicuro cammino della scienza, ma al tempo stesso induce
a scoprire che il nostro potere di conoscere non ci
permette di oltrepassare i confini dell'esperienza
possibile. Proprio questa determinazione, nella quale si
realizza la deduzione, intesa come giustificazione e
legittimazione della nostra capacità di conoscere a
priori, offre alla metafisica la garanzia della
scientificità.
Lo
scopo generale della seconda parte della metafisica è
completamente diverso: l'intento principale di questa
scienza in generale è infatti quello di oltrepassare i
confini dell'esperienza possibile. Vi è dunque una
contraddizione tra le due parti della metafisica? La
limitazione della prima parte all'esperienza è dannosa
all'intento completamente opposto della seconda? Kant non
ha dubbi che proprio nel fatto che la conoscenza della
ragione arrivi solo fino ai fenomeni, lasciando senz'altro
che la cosa in sé sia per se stessa reale ma sconosciuta
a noi, si possa sperimentare la controprova della validità
di ciò che è emerso dalla svolta nella prima parte della
metafisica.
Egli
pone poi il quesito se nella conoscenza pratica della
ragione non siano rintracciabili dati in grado di
determinare il concetto razionale trascendente
dell'incondizionato e se non sia così possibile
oltrepassare il confine dell'esperienza possibile per
mezzo di una conoscenza a priori di carattere pratico
(morale); la ragione ci invita dunque, secondo i desideri
della metafisica, a occupare, per mezzo di dati pratici
(morali), lo spazio lasciato vuoto dalla ragione
speculativa. Qui non è ancora risolto il problema della
possibilità di un'estensione della conoscenza a priori
grazie a dati pratici, ma è chiarito che la ragione
stessa ci autorizza, anzi ci invita a compiere questo
passaggio al sovrasensibile. Nel caso si dimostrasse
l'esistenza di una conoscenza pratica, si potrebbe
realizzare il passaggio dai primi pensieri, dall'ipotesi,
dai primi tentativi ad una dimostrazione non più
ipotetica, ma apodittica del sovrasensibile,
dell'incondizionato, della cosa in sé.
Solo
le leggi centrali dei moti dei corpi celesti hanno potuto
conferire rigorosa certezza all'ipotesi di Copernico
portando alla luce la forza invisibile dell'attrazione che
unisce il mondo; ciò non significa che l'ipotesi
copernicana sia dimenticata e passi in secondo piano come
insignificante; al contrario, si sottolinea che Newton non
avrebbe potuto scoprire la forza invisibile della
gravitazione se Copernico
non avesse osato indagare per primo, in contrapposizione
all'insegnamento dei sensi, ma secondo verità, i
movimenti osservati non negli oggetti del cielo, ma nel
loro spettatore. Come prima Copernico
costituiva un modello per l'imitazione da parte di una
metafisica che voleva abbozzare solo ipotesi, così ora
questa funzione paradigmatica è attribuita a Newton in
relazione ad una metafisica che mira a trasformare
l'ipotesi in certezza apodittica. Ciò che Kant esige
dunque da se stesso come autore di una profonda
rivoluzione nella metafisica è un'impresa paragonabile a
quella compiuta da Newton nella fisica; ciò cui egli mira
è la fondazione rigorosamente certa, la dimostrazione
apodittica della propria ipotesi di una rivoluzione.
In
conseguenza di questa argomentazione, il paragone con
l'ipotesi copernicana cede il posto alla comparazione con
la scoperta della gravitazione universale da parte di
Newton. Nella Prefazione, chiarisce Kant, il
mutamento nel modo di pensare è proposto come ipotesi;
nell'opera stessa esso è però esposto ed è analogo
all'ipotesi; mentre i primi tentativi del mutamento sono
ipotetici, nel corso della trattazione la dimostrazione si
trasforma da ipotetica in apodittica. Il punto di partenza
di questa dimostrazione apodittica è costituito dalle
rappresentazioni dello spazio e del tempo;
successivamente, nell'opera, anche i concetti elementari
dell'intelletto sono oggetto di dimostrazione apodittica.
La
trasformazione da ipotesi a dimostrazione apodittica non
si limita però alla ragion pura speculativa. Se fin qui
abbiamo preso in considerazione la critica della ragion
pura speculativa, non dobbiamo dimenticare che Kant, dopo
aver confermato e ribadito che la ragione speculativa non
può compiere alcun progresso nel campo del sovrasensibile,
si pone il quesito se nella conoscenza pratica della
ragione non siano presenti dati pratici i quali potrebbero
"determinare" il concetto razionale trascendente
dell'incondizionato, e in tal modo dare una risposta certa
alle esigenze della metafisica, a quello che poco prima è
stato definito "l'intento principale di questa
scienza". Quale sarà dunque l'utilità della
metafisica? Essa ha un'utilità negativa: impedisce che la
ragione speculativa si avventuri oltre i limiti
dell'esperienza. Ma ha anche un'utilità positiva: i
principi sui quali la ragione speculativa si fonda per
condurci al di là dei suoi limiti non producono alcun
ampliamento nell'uso della nostra ragione, ma al contrario
una restrizione, ovvero il pericolo di estendere
incondizionatamente il dominio della sensibilità
eliminando così il campo dell'uso puro pratico della
ragione. L'utilità positiva della critica consiste dunque
nel restringere l'uso speculativo eliminando il pericolo
di una restrizione dell'uso pratico. Questa idea
presuppone il riconoscimento di un uso pratico della
ragione (l'uso morale) assolutamente necessario, nel quale
la ragione si estende inevitabilmente al di là dei limiti
della sensibilità, senza però richiedere aiuti
conoscitivi. Libertà, immortalità e Dio possono essere
"pensati" e diventano oggetto di una fede
pratica, ovvero morale; questa fede però non ha in sé
nulla del fideismo, ma mira anzi ad elaborare
dimostrazioni di carattere morale apoditticamente certe
che possano essere dotate del medesimo rigore che si
riconosce alle scoperte fondamentali della fisica, pur
fondandosi su fonti completamente diverse.
Sul
pensiero di Kant in generale si consigliano: O. Höffe, Immanuel
Kant, Bologna, Il Mulino, 1986; G. Riconda, Invito
al pensiero di Kant, Milano, Mursia, 1991; S. Marcucci,
Guida alla lettura della Critica della ragion pura
di Kant, Roma-Bari, Laterza, 1997; A. Guerra, Introduzione
a Kant, Roma-Bari, Laterza, 2000.
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