David Hume

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a cura di
Marco Senatore

 

David Hume (1711 – 1776), filosofo scozzese nato a Edimburgo, fu il terzo grande esponente dell’empirismo britannico, dopo John Locke e George Berkeley. Dopo aver compiuto degli studi di giurisprudenza, Hume trascorse dal 1734 alcuni anni in Francia, a Reims e a La Flèche, già luogo di studio per Descartes e Mersenne; la gioventù di Hume fu caratterizzata da numerose letture, fra cui figuravano le opere di Virgilio, Cicerone, Hutcheson, Bayle e Malebranche. Nel 1737 Hume fece ritorno in Inghilterra, dopo aver preparato il Trattato sulla natura umana. Nel 1739 furono pubblicate le prime due parti del Trattato, di cui nel 1740 fu pubblicata la terza parte. Il Trattato trovò inizialmente scarso consenso, e Hume lo avrebbe in seguito definito come un lavoro “nato morto”. Maggiore successo ebbero i Saggi, Morali e Politici, pubblicati nel 1741 e nel 1742. Tra il 1744 e il 1745 tramontò la candidatura di Hume per la cattedra di Etica dell’Università di Edimburgo, per via delle accuse di ateismo e immoralità – contenute in un pamphlet anonimo – rivolte al filosofo, che pur si difese in uno scritto. Del 1748 fu la pubblicazione dei Saggi filosofici sull’intelletto umano, seguita nel 1751 dalla Ricerca sui princìpi della morale e dalla Storia naturale della religione. Nel 1754 iniziò la pubblicazione della Storia d’Inghilterra, l’opera di Hume più nota ai suoi tempi, criticata per i giudizi sulla sorte di Carlo I. Solo l’intervento dei presbiteriani progressisti evitò, nel 1755, la scomunica di Hume. Nel 1757 fu impedita, per via dell’opposizione degli ambienti più clericali, la pubblicazione di un volumetto con Cinque Dissertazioni, tra cui quelle Sull’immortalità dell’anima, Sul suicidio, Sulle passioni e Sulla tragedia, oltre alla Storia naturale della religione; Quattro Dissertazioni furono pubblicate, espungendo i primi due saggi, sostituiti con The Standard of Taste. Nello stesso anno Hume si trasferì a Londra. Nel 1762 fu completata la pubblicazione della Storia d’Inghilterra. Nel 1763 Hume partì per la Francia per accompagnare Lord Hertford, prima come segretario, poi come chargé d’affaires all’ambasciata; intellettuali come Diderot e D’Alembert accolsero caldamente Hume. Questi tornò a Edimburgo nel 1766, anno in cui Rousseau lo seguì dopo essere stato espulso dalla Svizzera. Hume ospitò Rousseau, il quale, sospettando che il filosofo scozzese stesse ordendo un complotto contro di lui, decise di abbandonare la Gran Bretagna. Nel 1769 Hume si ritirò a Edimburgo con la sorella Katherine, oramai molto ricco. Dopo la morte di Hume su iniziativa del nipote del filosofo, furono pubblicati Dialoghi sulla religione naturale.

 

Il pensiero di Hume condusse l’empirismo britannico in una direzione di fenomenismo scettico; già nel Trattato si trovava la distinzione, nell’ambito conoscitivo, fra due tipi di percezione della mente umana: le idee e le impressioni, delle quali, secondo Hume, le prime non erano che copie illanguidite. Nel Trattato si definiva inoltre il carattere apparente dell’unità e dell’identità dell’io, oggetto in realtà di una credenza (belief) non avente altro fondamento al di fuori della percezione che noi stessi abbiamo dell’io. Il Trattato sulla natura umana, affrontando anche i temi della morale, delineava l’intero sistema filosofico di Hume, oggetto di successive rielaborazioni.

La Ricerca sull’intelletto umano sviluppò vari temi del “Trattato”, concentrandosi tuttavia quasi esclusivamente sulla relazione di causa ed effetto; Hume distingueva fra proposizioni concernenti relazioni fra idee, fondate sulla ragione, e proposizioni concernenti questioni di fatto (matters of fact), fondate sull’esperienza. Secondo Hume – il quale, come Berkeley, negava l’esistenza delle idee astratte – è la credenza o abitudine a giustificare ogni conclusione che riguardi questioni di fatto prescindendo dal ricorso alla ragione. L’esperienza, che è alla base delle proposizioni sulle questioni di fatto, si fonda a sua volta, dunque, sulla credenza. Questa, attribuendo alle idee un contenuto più vivido di quanto faccia la loro rapsodica interazione, è alla base della relazione di causa ed effetto. Hume fornisce l’esempio di una palla da biliardo in movimento verso un’altra, che sia invece immobile: secondo il filosofo scozzese è l’abitudine o credenza a farci ritenere che dal movimento della prima palla possa conseguire quello della seconda, poiché la ragione non giustifica una tale conclusione; il configurarsi di un evento come causa e di un altro come effetto è dunque il risultato di un processo psicologico. D’altra parte, osserva Hume, quando si verifica ripetutamente che un evento è seguito da un altro, e quando essi sono costantemente congiunti (per rassomiglianza, contiguità o causazione), è possibile individuare in uno di essi la causa, e nell’altro l’effetto, poiché tali eventi divengono connessi, e non semplicemente congiunti.  Lo scetticismo di Hume trovò nella Ricerca del 1748 la propria più matura espressione, connotandosi in senso meno radicale di quanto fosse avvenuto nel Trattato.

Nella Ricerca Hume si occupò anche della probabilità, dei miracoli (a proposito dei quali il filosofo affermava che la religione cattolica è fondata sulla fede e in nessun modo sulla ragione), di libertà e necessità: Hume riteneva che non esistessero né il caso né la libertà, intesa come totale assenza di rapporti fra ciascun evento e gli altri.

Occorre considerare che il problema dell’induzione, quale problematica relativa alla possibilità o meno di definire princìpi generali dall’esperienza, è stato affrontato da molti pensatori, fino a Karl Popper. Profonda influenza Hume esercitò, oltre che sull’Illuminismo del diciottesimo secolo, sul positivismo ottocentesco e sul pragmatismo americano, anche sul neoempirismo e sulla filosofia analitica del Novecento.

La Ricerca sui princìpi della morale – l’opera ritenuta dallo stesso Hume come la migliore di quelle che egli ebbe a scrivere – riprendeva la parte morale del Trattato, e comportò accuse di immoralità a Hume, per la sua fondazione utilitaristica della morale.

Nella seconda Ricerca Hume distinse fra virtù utili a se stessi, agli altri, piacevoli per se stessi e piacevoli per gli altri; con tale opera il filosofo prendeva le distanze da Shaftesbury, che aveva definito il senso morale come innato, poiché Hume vedeva nel sentimento l’origine della morale. Hume criticava tanto l’impostazione di Mandeville quanto quella di Hobbes; il primo aveva sostenuto che il concetto di moralità è sostanzialmente illusorio, e il secondo aveva affermato che esso è legato a considerazioni di tipo egoistico. Hume, influenzato da Butler e Hutcheson, affermò invece che la benevolenza, necessaria per il nostro benessere, non si esaurisce tuttavia in quest’ultimo, e promuove l’affermazione dell’altra virtù sociale, la giustizia. Infatti i sentimenti di benevolenza ci conducono a condurre vita sociale, ci consentono di comprenderne i vantaggi, ci portano ad apprezzare atti giusti e a compierne noi stessi.

Neanche le virtù individuali, secondo Hume, possono essere approvate in virtù dell’amor proprio, benché possa sembrare che esse, a differenza delle virtù sociali, non si allontanino dall’ambito dei propri interessi.

L’etica di Hume, coerentemente fondata sull’osservazione della realtà, può essere definita come una morale della simpatia; tuttavia, nella Ricerca del 1751 la genesi della morale non veniva più ricondotta – a differenza che nel Trattato – al principio della simpatia quale ambito di trasmissione di qualsiasi percezione, ma a princìpi come l’approvazione di qualità in quanto utili per se stessi e per gli altri o piacevoli per se stessi e per gli altri.

Con i Dialoghi sulla religione naturale Hume criticava i diversi tipi di prova dell’esistenza di Dio, definendo come arbitraria ogni analogia fra l’ordine naturale e l’ambito umano.

Hume diede anche un significativo contributo alla teoria economica, che nel diciottesimo secolo vide la fondamentale presenza di Adam Smith, amico di Hume e altro esponente della filosofia morale scozzese, insieme a Thomas Reid, Adam Ferguson e allo stesso Hume.

Questi prese posizione contro la teoria mercantilista del valore, sottolineando che il flusso di oro che ha luogo verso un Paese ha effetti inflazionistici, e tende ad essere compensato dalle successive importazioni di beni esteri (meno costosi) che comportano un deflusso di oro verso l’estero.

 

Indicazioni bibliografiche

  • David Hume, Trattato sulla natura umana, Bompiani, 2001.

  • David Hume, Ricerca sull’intelletto umano, Editori Laterza, 1996.

  • David Hume, Ricerca sui princìpi della morale, Editori Laterza, 1997.

  • David Hume, Storia naturale della religione, Editori Laterza, 1999.

  • David Hume, Dialoghi sulla religione naturale, Giulio Einaudi editore, 1997.

  • David Hume, Opere, Laterza, Roma – Bari, 1987 .

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