
a
cura di
Roberto
Cordeschi
Credo che
la notizia della morte improvvisa di Herbert Simon abbia
colpito ricercatori in campi molto diversi. Una cosa che
caratterizza la biografia intellettuale di Simon è
infatti la sua presenza, come pioniere o come protagonista
indiscusso, in molteplici settori della ricerca del
Novecento, che vanno dalla psicologia sperimentale alla
scienza cognitiva, dall’economia all’Intelligenza
Artificiale all’epistemologia. Molti saranno poi rimasti
colpiti dalla notizia della sua morte perché, nonostante
l’età (era nato nel 1916), era ancora felicemente
attivo, sia nella ricerca che nella vita universitaria. Ci
si era abituati a rivolgersi a lui in modo non rituale,
per informarlo sulle proprie ricerche, scambiare opinioni,
ricevere suggerimenti e critiche—critiche sempre
franche, che potevano dar luogo a confronti accesi.
Si provi a consultare la sua Home
Page,
e si conteranno quasi un migliaio di titoli, tra
pubblicazioni e traduzioni delle sue opere in numerose
lingue. Certe sue opere sono pietre miliari
nell’evoluzione di alcune scienze del Novecento. Le
ricerche degli anni quaranta lo avevano portato alla
critica del modello classico dell’homo oeconomicus
e all’introduzione in economia di un modello più
realistico della presa di decisione umana (basato sulla
nozione di “razionalità limitata”) che gli valse il
Nobel per l’economia molti anni dopo, nel 1978. Quelle
stesse ricerche trovarono applicazioni, negli anni
cinquanta, nella costruzione dei primi programmi per
calcolatore che simulavano la presa di decisione umana in
diverse attività di problem solving, come gli scacchi o
la dimostrazione di teoremi. Si tratta di programmi
annoverati ormai tra quelli che hanno gettato le basi
dell’Intelligenza Artificiale e della scienza cognitiva.
Poche collaborazioni nella storia della scienza del
Novecento sono state così feconde come quella che Simon
ebbe in questi ultimi settori con Allen Newell per circa
un ventennio, fino ai primi anni settanta. Newell
(scomparso nel 1992) scelse in quel periodo una strada
diversa da quella originariamente condivisa con Simon.
Questa consisteva nella costruzione di specifiche e
dattagliate “microteorie” di particolari aspetti della
cognizione umana, ottenute attraverso l’esame accurato
della prestazione di soggetti alle prese con compiti loro
assegnati per lo più in laboratorio, e nella successiva
simulazione di tale prestazione mediante programmi per
calcolatore. L’idea era che la costruzione di un
programma simulativo, nella misura in cui incorporava le
ipotesi esplicative introdotte, forniva un test o un
criterio per il loro controllo. Newell si convinse che
questa strategia, alla lunga, avrebbe dato luogo a una
costellazione di microteorie che poteva essere difficile
integrare in una spiegazione più generale della
cognizione umana, e puntò a individuare per
quest’ultima un’architettura “unificata” (il
sistema SOAR ne è la testimonianza). Simon restò invece
sempre fedele all’impostazione originale della ricerca
simulativa, che continuò a costituire sempre il suo
interesse principale, anche se non esclusivo.
Su questo, che come egli riconobbe fu l’unico motivo di
dissenso con Newell, non aveva dubbi: la simulazione su
calcolatore doveva procedere cumulativamente, puntando a
costruire diverse teorie dettagliate, anche se
progressivamente più estese, di capacità cognitive
umane. Credo (e questo traspare anche nella sua
autobiografia, Modelli della mia vita) che qualche
volta egli sia rimasto un po’ deluso dal fatto che i
risultati delle sue ricerche, portate avanti tenacemente
con numerosi allievi e collaboratori, non fossero sempre
accolti con la dovuta attenzione tanto nel mondo della
psicologia sperimentale quanto in quello della scienza
cognitiva, dove, in particolare, troppe volte le
contrapposizioni tra schieramenti (“simbolico” contro
“subsimbolico”, o come si voglia) gli sembravano
ostacolare la corretta e spassionata valutazione del modo
in cui approcci diversi riuscivano o meno a spiegare i
dati sperimentali.
In rete c’è un’intervista
rilasciata nel 1994 in cui egli esprime le sue convinzioni
nel modo che gli era tipico: con orgoglio per i risultati
che riteneva indubitabilmente raggiunti e con asprezza
verso le critiche che riteneva immotivate e basate più su
pregiudizi che sulla valutazione dell’evidenza empirica.
In realtà, grande era il suo disprezzo verso le dispute
filosofiche sulla scienza non basate sulla conoscenza dei
dati sperimentali, e va onestamente riconosciuto che certi
filosofi (e non solo) hanno esercitato le loro critiche
verso l’Intelligenza Artificiale senza conoscerne a
fondo metodi, risultati e obiettivi. Ma altrettanto grande
era la sua insofferenza verso l’uso di modelli
idealizzati nella scienza, che nella loro magari seducente
astrattezza si rivelano incapaci di cogliere la complessità
dei fenomeni reali, e in questo caso certi economisti
hanno continuato ad essere il bersaglio delle sue critiche
più dure.
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