
a
cura di
Luigi
Dappiano
1.
Nicolai Hartmann è uno dei principali protagonisti
del rinnovamento della metafisica nel 20° secolo. Il suo
nome viene di solito associato all'etica materiale dei
valori ch'egli, insieme a Scheler, propose negli anni
Venti, e ad una teoria della conoscenza di impianto
realista. Ma sarebbe un errore circoscrivere a questi due
settori il contributo filosofico di Hartmann: teoria dei
valori e teoria della conoscenza sono infatti elementi di
una complessa costruzione ontologica, il cui obiettivo è
esplicitare la struttura categoriale dell’essere, nei
suoi diversi strati. Non è possibile capire il senso
delle proposte teoriche e delle riabilitazioni
storiografiche di Hartmann, prescindendo dalla fondazione
ontologica della sua filosofia e dall'impianto sistematico
che ne deriva.
L'opera
di Hartmann è un sistema filosofico paragonabile ai
grandi sistemi del passato, da Aristotele a Tommaso d'Aquino,
da Wolff a Hegel, ma Hartmann non è tuttavia un pensatore
unilateralmente sistematico. I sistemi filosofici hanno
infatti la tendenza a semplificare la realtà a spese
della variopinta e complessa ricchezza fenomenica. Conscio
di questo rischio, Hartmann distingue metodologicamente pensiero
sistematico e pensiero problematico,
considerando il secondo premessa del primo.
Nel suo Systematische
Philosophie in eigener Darstellung (1931), Hartmann
articola l'analisi filosofica in tre momenti:
fenomenologia, aporetica, teoria. La fenomenologia è il
primo momento, ed è la descrizione non pregiudicata dei
fenomeni, che fornisce i contenuti reali al pensiero; l'aporetica
è la problematizzazione di questi contenuti, il
rinvenimento di tutte le difficoltà, le contraddizioni,
le antinomie presenti in essi. Fino a questo punto, la
scena filosofica è dominata dal pensiero problematico; il
pensiero sistematico entra direttamente nel momento
teoretico quando si tratta di organizzare i contenuti
problematizzati nella costruzione del mondo, nel rilievo
delle sue categorie costitutive e della sua struttura a
strati, nell'individuazione delle leggi che lo governano.
L'aporetica dunque non è solo propedeutica al sistema, ma
ne è anche l'elemento essenziale e duraturo: senza di
essa, il sistema si ridurrebbe a dogmatismo aprioristico,
ovvero a generalizzazioni affrettate e a violente
semplificazioni.
La
centralità del pensiero problematico permette di cogliere
un altro elemento decisivo di Hartmann: più ancora della
genialità e della coerenza dei sistemi, importante è l'ethos
filosofico, cioè la capacità del filosofo di aprirsi
alla vita e al mondo degli uomini, riconoscerne i problemi
nella loro ineluttabilità e spesso nella loro insolubilità,
senza precipitarsi in soluzioni apparenti e dogmatiche. Il
valore di una filosofia è dunque sempre valore di un'ethos,
di un insistito esercizio spirituale, in cui
l'apertura al mondo non si identifica, ma anzi precede
ogni presa di posizione sul mondo (eccezion fatta per la
presa di posizione radicale, quella per cui il mondo è).
2.
La vita di Hartmann non presenta segni e caratteristiche
di particolare rilievo, che ne possano fare una figura
drammatica come Bonhoeffer o carismatica come Heidegger:
defilato rispetto ad ogni prospettiva di impegno non
filosofico, Hartmann rimane, come è stato notato da Lukács,
non solo professionalmente, ma anche esistenzialmente
sempre all’interno della corporazione accademica
tedesca, vivendo in questo modo due guerre mondiali e gli
anni del totalitarismo nazista. Ma all’interno di
quest’ambito, Hartmann attraversa attivamente tutti i
principali movimenti filosofici in lingua tedesca della
prima metà del secolo, mantenendo una coerenza di
percorso intellettuale assolutamente insolita.
2.1. Nicolai
Hartmann nasce il 22 febbraio 1882 a Riga, capitale della
Livonia, in una famiglia appartente a quella ricca
minoranza baltica di lingua tedesca che, dopo l'assassinio
dello zar Alessandro 2° (1881), stava subendo un
tentativo di slavizzazione forzata da parte delle autorità
russe. Suo padre, Carl August (1848-1890), aveva trasmesso
a Nicolai l'interesse per la musica e l'astronomia, che
rimarrà costante per tutta la vita. La sua morte
prematura lascia però il peso dell'educazione sulle
spalle dell'energica madre Helene (1854-1938), la cui
caparbietà ha avuto un ruolo non secondario nella
formazione del carattere di Nicolai.
I primi
anni della carriera scolastica di Hartmann, obbligato a
seguire una scuola russa, non sono particolarmente felici.
La situazione muta col suo trasferimento al ginnasio di
lingua tedesca di San Pietroburgo (1897), che Hartmann
frequenta cercando di pesare finanziariamente il meno
possibile sulla famiglia e dedicandosi, oltre che a
studiare, a dare lezioni private e a svolgere attività di
precettore durante i periodi di vacanza. È in questo
periodo che Hartmann matura quelle conoscenze approfondite
sulla cultura, la lingua e la letteratura russe che lo
distingueranno dai filosofi tedeschi educati in Germania.
Sempre in
questo periodo, si definisce anche il suo atteggiamento
nei confronti del problema religioso, ancora legato
all'influenza che la madre, molto religiosa, aveva
esercitato sulla formazione del suo carattere. Hartmann
stesso raccontava che in questo periodo si dedicava a
frequenti, lunghe passeggiate in solitudine nei boschi,
attendendo una qualche forma di manifestazione divina. Il
fallimento di questo caparbio tentativo induce
definitivamente Hartmann a considerare quello religioso un
problema esistenzialmente poco rilevante. Ancora Hartmann,
ormai adulto, era solito raccontare di come egli non
avesse mai conosciuto nessuno che avesse fatto
un'esperienza diretta di Dio, ma solo persone che facevano
riferimento all'esperienza degli altri. Il posto
dell’esperienza mistica e sacrale viene assunto d’ora
in poi dalla discussione e dall'impegno conoscitivo.
Nel 1902
Hartmann si iscrive a Medicina a Dorpat, acquisendo
conoscenze di fisiologia e di biologia che, aggiunte a
quelle in astronomia, costituiranno la sua base di
competenza scientifica. Lo studio della medicina viene però
abbandonato dopo soli due semestri, a favore di studi in
filosofia e filologia classica condotti a San Pietroburgo
per due anni. A questo periodo, e all’influenza avuta da
Michail
Ivanovic Karinsky
(1840-1917) e da Nikolai
Lossky
(1870-1965), risale il primo incontro di Hartmann sia con
il realismo filosofico sia con le tematiche del
neokantismo. Può essere interessante osservare come
un’analoga impronta critico - realista fosse presente
nella formazione originaria di in un altro importante
pensatore lituano di lingua tedesca, cioè Oswald
Külpe
(1862-1915), fondatore a Würzburg di una scuola
psicologica per molti aspetti parallela a quella viennese
di Franz
Brentano
(1838-1917).
Dopo la
rivoluzione del 1905, Hartmann si trasferisce a Marburgo,
la capitale riconosciuta del neokantismo: è possibile che
il suo obiettivo fosse già quello di approfondire gli
elementi del trascendentalismo kantiano che più
risultavano problematici dal punto di vista di una
filosofia realista.
2.2
Tra il 1905 e il 1907 Hartmann studia con Hermann
Cohen
(1842-1918) e con Paul
Natorp
(1854-1924), vincendo anche un concorso accademico con un
lavoro su Il concetto di essere e non-essere nel suo
significato per la teoria platonica delle idee. Questi
studi confluiscono nella sua tesi di laurea su Il
problema dell’essere nella filosofia greca prima di
Platone (1907). Agli stessi anni risale anche il suo
incontro e l’inizio della sua lunga amicizia con Heinz
Heimsoeth (1886-1975), notevole storico della filosofia
moderna, alla cui impostazione, orientata verso una storia
della filosofia per problemi, Hartmann si sentirà sempre
molto vicino. In quel periodo, Marburgo è anche uno dei
centri più vitali della filosofia e della cultura
europee. Oltre a Cohen
e a Natorp,
continua a fare riferimento a Marburgo quella sorta di
"diramazione scolastica" dell’idealismo logico
che si era formata all’Università di Amburgo attorno ad
Ernst
Cassirer
(1874-1945) e ad Albert Görland (1869-1952). Insegnano
inoltre a Marburgo Georg Misch (1878-1965), Eugen Kühnemann
(1868-1946) e Wilhelm Hermann (1846-1922), nome di
richiamo per molti giovani studenti di teologia. Inoltre,
tra gli studenti e gli studiosi che erano convenuti in
quell’università, è presumibile che Hartmann abbia
avuto modo di conoscere José
Ortega y Gasset
(1883-1955), Wadyslaw
Tatarkiewicz
(1886-1980), Boris
Pasternak
(1890-1960), Rudolf
Bultmann
(1884-1976), i fratelli Barth: Karl
(1886-1968) e Heinrich (1890-1965), e quel Matvei Kagan
(1889-1937) a cui si deve la prima stratificazione
filosofica nella formazione di Mikhail
Bakhtin
(1895-1975).
Dopo una
breve parentesi come insegnante di greco e latino a San
Pietroburgo, Hartmann torna a Marburgo nel 1908,
riprendendo con Natorp gli studi sulla filosofia greca e
lavorando al conseguimento dell’abilitazione
all’insegnamento universitario. Nel 1909 escono La
logica platonica dell’essere, che riprende la sua
tesi di laurea, e I principi filosofici della
matematica in Proclo Diadoco, che gli vale
l’abilitazione e lo qualifica come principale erede di
Natorp e di tutta la tradizione marburghese.
Nel 1911
sposa Alice Stephanitz, da cui nel 1912 ha una figlia (Dagmar).
Sempre
nel 1912, Hartmann pubblica "I fondamenti filosofici
della biologia", "Metodo sistematico" e
"Formazione sistematica e idealismo", con i
quali emerge il distacco dal neokantismo marburghese, lo
sviluppo di tematiche realiste e l’approccio al metodo
descrittivo dei fenomenologi. A quest’ultimo riguardo,
va notato che l’accentuazione già in questa fase di
tematiche ontologiche e realiste sembra indicare una
maggior prossimità di Hartmann, più che a Edmund
Husserl
(1859-1938), a Alexius
Meinong
(1853-1920) – con il quale Hartmann ha anche tenuto un
interessante scambio epistolare - e alla scuola di Graz,
secondo un percorso che presenta molte interessanti
analogie con quello seguito da Hans
Pichler
(1852-1958).
La prima
guerra mondiale, alla quale Hartmann partecipa come
ufficiale tedesco sul fronte orientale, segna una
provvisoria interruzione nella sua carriera accademica. La
conoscenza del tedesco consente ad Hartmann di assumere
incarichi anche particolarmente delicati, come ad esempio
nell’abito delle trattative che, tra il dicembre 1917 e
il marzo 1918, approdano alla pace di Brest-Litowsk.
Tornato a
Marburgo nel novembre 1918, Hartmann diventa nel 1920
professore straordinario e nel 1922, ritiratosi Paul
Natorp,
ne eredita la cattedra. Parallelamente, tuttavia, Hartmann
comincia ad organizzare il suo grande progetto di
costruzione di una filosofia sistematica. Nel 1921 esce
infatti la sua prima opera sistematica, Principi di una
metafisica della conoscenza, in cui sono già
pienamente visibili le linee fondamentali del suo progetto
di ontologia critica e della sua teoria realista delle
categorie, anche se il vero manifesto programmatico di
questa impresa sistematica è probabilmente Com’è
possibile l’ontologia critica?, scritto in onore dei
70 anni di Natorp (1924).
La teoria
della conoscenza rappresenta, in questa fase, uno dei due
luoghi privilegiati in cui Hartmann consuma il suo
distacco dall’idealismo logico natorpiano, e neokantiano
marburghese in genere; l’altro luogo è rappresentato
dalla ricostruzione storiografica, dove Hartmann affronta
direttamente il problema dell’idealismo col primo volume
de La filosofia dell’idealismo tedesco (1923),
dedicato ai sistemi romantici, a Fiche e a Schelling, e
con Al di qua dell’idealismo e del realismo
(1924).
Come
professore, Hartmann dava di sé un’immagine di rigore
scostante, la cui dedizione all’approfondimento radicale
di tutti i problemi affrontati suscitava però grande
impressione e rispetto presso studenti e colleghi.
Soprattutto con gli studenti, Hartmann instaurava un
rapporto che non si concludeva nella lezione ma continuava
poi, soprattutto per gli studenti migliori, in un circolo
di discussione che Hartmann aveva istituito e ai cui
partecipanti imponeva il proprio stile di pensiero e di
comportamento, rigoroso e disciplinato. Entro queste
forme, la disponibilità di Hartmann ad aiutare gli
studenti, e a considerarli interlocutori da cui poter
imparare, era incondizionata.
La sua
giornata tipo era organizzata secondo le abitudini già
acquisite a San Pietroburgo: si alzava a mezzogiorno,
teneva le sue lezioni di pomeriggio o in prima serata e si
metteva alla scrivania solo a mezzanotte, lavorando fino
alle cinque del mattino. Nei momenti di relax, amava
mettersi al cannocchiale per osservare le stelle, suonare
il violoncello, ascoltare musica o ondare al cinema. Tra
le sue letture non filosofiche preferite, troviamo testi
di storia o classici della letteratura: Shakespeare,
Goethe, Schiller, Dostoevsky, Ibsen.
Hartmann
rappresenta, in questa fase, e nonostante il progressivo
distacco, il principale erede a Marburgo della tradizione
neokantiana. Marburgo stava però conoscendo, nello stesso
periodo, anche un impetuoso sviluppo degli studi
teologici: già nel 1915 era giunto, sulla cattedra di
Hermann, Rudolf
Otto
(1869-1937), a cui tra il 1920 e il 1923 si aggiungono in
cattedra, oltre al vecchio studente di Hermann, Bultmann,
personalità quali Paul
Tillich
(1886-1965) e Friedrich Heiler (1892-1967): si forma così
un gruppo di giovani teologi fortemente polemici contro la
tradizione neokantiana in teologia, interessati
all’applicazione del nuovo metodo fenomenologico e
attraversati da spinte pacifiste e socialisteggianti. È
un gruppo con cui Hartmann non poteva non aprire un
confronto serrato, soprattutto con le tesi esposte da Otto
nel suo libro più famoso, Il sacro (1917): il
primo progetto di un’etica materiale da parte di
Hartmann lo si deve probabilmente a questa esigenza di
confronto. Ed è forse anche per controbilanciare la
crescente influenza di questo gruppo teologico che
Hartmann favorisce l’arrivo a Marburgo di Martin
Heidegger
(1889-1976), di cui apprezzava la competenza dimostrata
sull’ontologia antica e medievale, e in cui sperava di
trovare un valido collaboratore per il rinnovamento
dell’ontologia.
L’equivoco
però si dissolve subito, anche per le diverse abitudini
di vita dei due: come racconta Robert Heiß, nel suo
contributo al volume Nicolai Hartmann: der Denker un
sein Werk, il mattiniero Heidegger si alzava alle
cinque e teneva le sue lezioni anche alle sette del
mattino, per cui era già troppo stanco quando il pensiero
di Hartmann cominciava davvero a mettersi in moto: le luci
in casa Heidegger si accendevano proprio quando le luci in
casa Hartmann si spegnevano, e gli studenti di Marburgo
ironizzavano al riguardo, parlando di esempio di philosophia
perennis.
D’altra
parte, è noto l’atteggiamento aggressivo, che non
esitava ad invadere anche la sfera personale, tenuto da
Heidegger, almeno fino al 1934, verso tutti quei colleghi
che potevano rappresentare un ostacolo alla piena
affermazione della sua filosofia o della sua carriera
accademica. L’atteggiamento verso Hartmann non è molto
diverso da quello tenuto verso Cassirer, e perfino verso
il suo maestro Husserl: da una lettera a Jaspers del 14
luglio 1923, si evince chiaramente come Heidegger
giungesse a Marburgo vedendo in Hartmann un nemico a cui
giurare battaglia, da isolare dai colleghi e a cui
sottrarre gli studenti. Battaglia che si conclude con una
completa vittoria: gli studenti lasciano a frotte Hartmann
per andare da Heidegger, affascinati dal carisma della sua
personalità, mentre Bultmann comincia a tenere con
Heidegger corsi e seminari congiunti. È probabile che
Heidegger non si limitasse a questa "azione
indiretta", ma cercasse anche di trasmettere agli
allievi più vicini la sua ostilità verso Hartmann: Karl
Löwith
(1887-1973), che si stava abilitando proprio con Heidegger,
ricorda gli attacchi maligni di cui gli studenti di
Heidegger facevano oggetto Hartmann, e un po’ di questo
atteggiamento traspare ancora oggi dalle ultime note
autobiografiche di Hans-Georg
Gadamer
(1900-), in cui Hartmann, con il quale pure si era
abilitato, viene ricordato con una certa mancanza di
riguardo.
Fatto sta
che, in due anni, l’ambiente di lavoro di Hartmann si
deteriora e conduce Hartmann stesso ad accettare
volentieri l’invito di Max
Scheler
(1874-1928), trasferendosi all’Università di Colonia
(1925).
2.3
Il periodo di Colonia è segnato da due eventi: il primo
è l’uscita dell’Etica (1926),
progettata già a Marburgo in risposta a Otto, in cui
Hartmann accetta e sviluppa, nell’ambito della sua
ontologia critica, il progetto scheleriano di un’etica
materiale dei valori. Il secondo è l’incontro di
Hartmann con l’antropologia filosofica e la filosofia
della cultura, verso cui si indirizzavano le ricerche non
solo di Scheler, ma anche di Helmut
Pleßner
(1892-1985). Allievo di tutti e tre è uno dei principali
filosofi della cultura del Novecento, Arnold
Gehlen
(1904-1976). Collega di Hartmann, in questo periodo, è
anche Peter Wust (1884-1940), mentre tra gli allievi che
più risentiranno della sua influenza va sicuramente
ricordato Eduardo
Garcìa Maynez
(1908-1993), che seguirà Hartmann anche a Berlino.
Nonostante
il miglior ambiente umano, rispetto a quello che si era
creato a Marburgo, nemmeno a Colonia Hartmann riesce a
stabilire veri rapporti di collaborazione con i suoi
colleghi. Continua tuttavia a lavorare al suo progetto di
ontologia critica: nel 1926 pubblica "Leggi
categoriali", in cui vengono analizzate per la prima
volta le leggi della realtà stratificata. Gli apporti
derivanti dall’antropologia filosofica sono inoltre
messi a frutto nell’interpretazione di Hegel, che
troviamo nel secondo volume de La filosofia
dell’idealismo tedesco (1929). Questo lavoro
rappresenta quasi un esercizio propedeutico alla
costruzione di un’ontologia, secondo la visione
stratificata che Hartmann andava maturando: la dialettica
hegeliana è vista come un contributo significativo alla
teoria delle categorie, nell’ambito dell’ontologia di
un particolare strato della realtà, quello spirituale.
Il
periodo di Colonia è importante anche per le vicende
umane di Hartmann: nel 1926 egli infatti divorzia da Alice
Stephanitz, per sposare nel 1929 Frida Rosenfeld, dalla
quale avrà due figli: Olaf (1930) e Lise (1932).
2.4
Nel 1931 Hartmann viene chiamato alla cattedra di
filosofia dell’Università Humboldt di Berlino,
rifiutata da Heidegger. Berlino in quel periodo era uno
dei più importanti centri culturali europei, e tale
rimarrà almeno fino alla diaspora determinata
dall’avvento al potere di Hitler (1933).
Nell’Accademia Prussiana delle Scienze continuava a dare
un impulso di ricerca decisivo Max
Planck
(1858-1947), il quale aveva insegnato all’Università
fino al 1928 e che fu tra i principali oppositori alla
chiamata di Hartmann, sostenendo invece la candidatura del
suo vecchio allievo Moritz Schlick. Tra l’Accademia e
l’Università svolgevano inoltre la loro attività Albert
Einstein
(1879-1955), Erwin
Schrödinger
(1887-1961), Walter Nernst (1864-1941), Max von Laue
(1879-1960), Hans
Reichenbach
(1891-1953). Nel campo della psicologia, la presenza di Carl
Stumpf
(1848-1936), docente fino al 1921, aveva fatto di Berlino
uno dei principali centri di sviluppo della Gestaltpsychologie:
Max
Werthaimer
(1880-1943) e Wolfgang
Köhler
(1887-1967), suo successore in cattedra, ne erano i
maggiori eredi. In campo strettamente filosofico, la
tradizione neokantiana era rappresentata da Arthur
Liebert
(1878) e da Rudolf
Stammler
(1856-1938), mentre le ricerche teologiche avevano nel
protestante Dietrich
Bonhoeffer
(1906-1945), profondamente influenzato dalla teoria dei
valori hartmanniana, e nel cattolico Romano
Guardini
(1885-1968) i loro punti di riferimento. La tradizione
storicista veniva invece proseguita da Friedrich
Meinecke
(1862-1954) ed innovata da Eduard
Spranger
(1882-1963); insieme al quale Hartmann diresse tra il 1939
e il 1944 Ensayos y Estudios. Revista bimestral de Cultura
y Filosofía del Instituto Iber - Americano de Berlín
(ringrazio il dott. Mateo Dalmasso di Buenos Aires per le
preziose informazioni al riguardo); con questa tradizione
aveva aperto un duro confronto, in filosofia del diritto, Carl
Schmitt
(1888-1985), le cui lezioni erano anche seguite dal
vecchio allievo di Hartmann a Colonia, Garcia Maynez. In
campo estetico, infine, il punto di riferimento era Max Deßoir
(1867-1947), delle cui tesi si troveranno tracce nell’Estetica
di Hartmann.
Numerosi
erano anche gli studiosi convenuti a Berlino. Tra essi
vanno ricordati György
Lukács
(1885-1971), Jean-Paul
Sartre
(1905-1980), Eric Weil (1904-1977), Luis Recaséns Siches
(1903-), Francisco Larroyo (1912-), Xavier
Zubiri
(1898-1983), Ernesto
Grassi
(1902-1991) e Cesare Luporini (1909-1993), Carl
Gustav Hempel
(1905-1997), Helmut Kuhn (1899-1993), Abraham
Heschel
(1907-1972), Karl Zimmermann (1921-), che seguirà
Hartmann anche a Gottinga.
Nonostante
la ricchezza della vita culturale berlinese, Hartmann
abbandona la speranza di stabilire finalmente rapporti di
stretta collaborazione intellettuale con i colleghi (fatta
salva la vecchia abitudine di organizzare a casa propria
un circolo di discussione filosofica): l’unico rapporto
personale interessante, anche per gli sviluppi del
progetto di ontologia critica, nel campo della filosofia
della natura, sarà quello con il biologo Max Hartmann
(1876-1962), noto soprattutto per i suoi studi sulla
riproduzione e sulla sessualità dei funghi e delle alghe.
Il
periodo berlinese è comunque, sicuramente, quello in cui
l’insegnamento e il pensiero hartmanniani raggiungono la
loro maturità. Hartmann diventa un punto di riferimento
importante per gli studenti, partecipa a numerosi convegni
e pubblica i testi fondamentali nei quali il suo sistema
ontologico prende finalmente forma concreta. Nel 1933 esce
Il
problema dell’essere spirituale,
ontologia dello strato superiore dell’essere. In questo
testo Hartmann assorbe, nell’ambito di una teoria
categoriale dell’essere spirituale, sia il lavoro sulla
filosofia dello spirito hegeliana, sia gli approfondimenti
dell’antropologia filosofica maturati a Colonia. Nel
1935 esce La
fondazione dell’ontologia,
che rappresenta dal punto di vista sistematico il primo
volume del progetto di ontologia critica. In esso Hartmann
affronta le questioni generali di una teoria
dell’essere: dal concetto di essere al rapporto tra
"esserci" (Dasein) e "essere-così"
(Sosein), alla distinzione tra essere reale e
essere ideale. Nel 1938 esce il secondo volume, Possibilità
e realtà,
in cui troviamo un’analisi modale dei significati che,
all’interno dell’essere ideale e di quello reale,
assumono i concetti di "possibile",
"necessario" e "reale", con i
rispettivi contrari. Il terzo volume, La
costruzione del mondo reale,
esce nel 1940, ed espone una teoria delle categorie
ontologiche fondamentali e dei rapporti generali di
dipendenza e di stratificazione che si instaurano tra i
quattro livelli dell’essere (fisico, organico, psichico
e spirituale).
Nel 1942
esce Nuove vie dell’ontologia, esposizione
riassuntiva del complesso dell’ontologia critica;
parallelamente (tra il 1939 e il 1944) vengono pubblicati
diversi scritti su Platone e su Aristotele.
Il quarto
volume dell’ontologia, Filosofia
della natura,
pronto già nel 1942, viene però pubblicato solo nel
1950. Il testo, dedicato in primo luogo allo studio dello
strato organico dell’essere, affronta il problema delle
categorie speciali che contrassegnano la natura, con un
occhio particolare alla posizione che vi assume l’uomo.
Egli costituisce infatti, all’interno dello specifico
strato naturale, un riepilogo assolutamente originale e
unico del carattere pluristratificato dell’essere e dei
suoi intrecci categoriali.
Nel
febbraio del 1945, l’aula universitaria in cui Hartmann
teneva le sue lezioni è distrutta da un bombardamento: da
questo momento, e per tutta l’estate, mentre Berlino
veniva accerchiata, bombardata e occupata, Hartmann rimane
praticamente chiuso nella sua casa di Potsdam, scrivendo
di notte la sua Estetica
(pubblicata postuma nel 1953).
A guerra
finita, l’incertezza della situazione politica tedesca,
e soprattutto l’incertezza su chi avrebbe controllato
l’Università, spingono Hartmann ad accettare l’invito
proveniente da Gottinga.
2.5
L'arrivo di Hartmann all’Università di Gottinga ha un
valore per certi versi simbolico. A Gottinga aveva infatti
insegnato, tra il 1901 e il 1916, Edmund
Husserl
(1859-1938) e qui si era costituito il
primo circolo fenomenologico,
con Alexander
Pfänder
(1870-1941), Moritz
Geiger
(1891-1952), Adolf
Reinach
(1883-1917), Dietrich
von Hildebrand
(1889-1977), Theodor Conrad (1881-1969) e sua moglie Hedwig
Conrad-Martius
(1888-1966), Johannes
Daubert
(1877-1947), Oskar
Becker
(1889-1964). A questo gruppo si erano poi aggiunti dopo il
1909 Alexandre
Koyré
(1892-1964), Roman
Ingarden
(1893-1970), Fritz Kaufmann (1891-1958), Edith
Stein
(1891-1942), e vi aveva idealmente aderito anche Scheler.
E proprio a Gottinga si era consumata, con l’uscita del
primo volume di Idee per una fenomenologia pura e per
una filosofia fenomenologica (1913) di Husserl, la
prima frattura nel movimento fenomenologico: in
maggioranza, gli esponenti del circolo di Gottinga
rifiutarono infatti la direzione trascendentalista
intrapresa da Husserl e approfondirono invece la
fenomenologia in senso ontologico. È a questa direzione
che Hartmann si era collegato negli anni Venti, rifiutando
anch’egli il trascendentalismo e il coscienzialismo
presenti nelle Idee husserliane.
Gottinga
era inoltre tradizionalmente famosa per gli studi
teologici: dopo la guerra, il docente di maggior richiamo
era infatti Friedrich
Gogarten
(1887-1967), le cui lezioni erano seguite, tra gli altri,
da Jürgen Moltmann (1926-) e da Wolfhart Pannenberg
(1928-). Insegnava a Gottinga anche Georg Misch, vecchio
collega dei tempi di Marburgo; purtroppo solo nel 1950,
cioè negli ultimi mesi di vita di Hartmann, approda a
quell’università anche un personaggio con cui Hartmann
avrebbe probabilmente potuto instaurare una proficua
collaborazione ancora per qualche anno, cioè Helmut
Pleßner,
già suo collega a Colonia. Tra gli studenti di Hartmann,
possiamo ricordare Günther Patzig (1923-), Jitendra
Mohanty (1928-), Ernesto Mayz Vallenilla (1925-), Jürgen
Habermas
(1929-).
Le
lezioni di Hartmann riprendono subito nel semestre
1945-46. Purtroppo, nel trasloco da Berlino si perde la
sua opera di logica, probabilmente un’integrazione e uno
sviluppo delle tematiche affrontate nell’Estetica.
Hartmann non riuscirà più a ricostruirla.
Quelli di
Gottinga sono gli anni in cui la fama di Hartmann, come ci
è testimoniato da Remo Cantoni, varca definitivamente i
confini tedeschi; ma sono anche gli anni in cui Hartmann,
pur continuando a partecipare a congressi e a incontri
filosofici, rallenta la sua produttività. Escono l’Introduzione
alla filosofia,
trascrizione autorizzata delle sue lezioni, e la Filosofia
della natura (1950).
Nell’estate
del 1950 Hartmann subisce il suo primo infarto, seguito il
9 ottobre 1950 da un secondo e decisivo attacco. Lo
scritto elaborato dal vecchio amico Heimsoeth in onore
suoi settant’anni diventa così uno scritto
commemorativo.
Postumi,
usciranno i Pensieri teleologici (1951), l’Estetica
(1952) e la raccolta di saggi Scritti brevi (tre
volumi: 1955, 1957 e 1958).
3.
Trattando del contesto culturale della filosofia di
Hartmann e della sua influenza, va subito notata una
circostanza piuttosto insolita. Punto di riferimento
importante nel dibattito filosofico dagli anni ’20 agli
anni ’40, la filosofia di Hartmann subisce un brusco
processo di oblio dopo la morte. Hartmann non è stato
considerato un vero caposcuola (e del resto egli non è
riuscito a fondare alcuna scuola filosofica), al contrario
di quanto invece è accaduto a Heidegger o a Jaspers.
Piuttosto, anche nelle considerazioni più positive, come
quella di Lukács, ad esempio, Hartmann rappresenta un
autore con cui eventualmente "fare i conti",
all’interno però di percorsi filosofici maturati e
indirizzati altrove, rispetto alla filosofia hartmanniana.
Se dunque risulta abbastanza semplice ricostruire il
contesto della filosofia di Hartmann, la ricostruzione dei
suoi influssi è un’operazione difficile.
In
termini molto generali, possiamo caratterizzare
l’origine della speculazione hartmanniana come una
posizione di dialogo critico rispetto ai tre grandi
movimenti che dominavano le università tedesche
all’inizio del secolo: neokantismo, storicismo e
positivismo. Pur recuperandone diversi aspetti, Hartmann
denuncia in questi tre movimenti l’unilateralità della
teoresi e dell’atteggiamento metafisico. Di contro, il
desiderio di tornare "alle cose stesse" avvicina
Hartmann alla fenomenologia e alla Lebensphilosophie.
Ma
Hartmann non può essere considerato semplicemente un
fenomenologo o un filosofo della vita. Il ritorno
fenomenologico alle cose stesse, nei termini in cui viene
declinato da Hartmann, era stato in qualche modo già
accennato in alcuni movimenti filosofici tardo -
ottocentesci, che erano stati esaminati da Hartmann prima
del suo incontro con la fenomenologia husserliana, in
particolare dalla metafisica della volontà, dal
materialismo e dalla metafisica induttiva. Lo specifico
della posizione di Hartmann emerge, in prima istanza, dal
confronto con questi tre movimenti; criticati sia
l’approccio della metafisica della volontà, perché
riduttivamente speculativo, sia l’approccio
materialistico, perché riduttivamente unilaterale,
Hartmann si avvicina per diversi aspetti all’approccio
metafisico – induttivo (Eduard
von Hartmann
(1842-1906), Hermann
Lotze
(1817-1881)), di cui condivide il metodo e il progetto di
fondazione dei principi metafisici sulle scienze
empiriche, ma rifiuta l’immagine teleologica del mondo.
L’idea di elaborare un’ontologia fondata su esperienza
e scienza, antiriduzionista, antiteleologica, capace di
rendere giustizia della pluristratificazione del mondo, si
delinea dunque già a questo livello e con questo tipo di
richiami alla filosofia tardo – ottocentesca. Abbiamo
così un primo elemento per caratterizzare lo specifico
hartmanniano all’interno dei grandi movimenti filosofici
della prima metà del Novecento.
3.1
Il rapporto di Hartmann con Kant e con il neokantismo è
piuttosto complesso. I primi anni filosofici di Hartmann
sono stati tradizionalmente interpretati nel segno di Cohen
e di Natorp,
e d’altra parte, nell’immediato primo dopoguerra,
Hartmann era considerato il "principe
ereditario" della Scuola
di Marburgo.
Si tratta tuttavia di una caratterizzazione inadeguata, se
consideriamo che nella formazione di Hartmann avevano
avuto un ruolo non secondario certe prospettive realiste
maturate già nel periodo russo. Non si capirebbe
altrimenti l’origine del distacco di Hartmann dalla
Scuola di Marburgo, già completo nel 1921.
Questo
distacco non lo si può però nemmeno interpretare
semplicemente come un distacco da Kant e da tutto il
neokantismo. Una rilettura in chiave realista della
filosofia kantiana era infatti già stata proposta,
all’interno della costellazione neokantiana, da Hermann
Helmoltz
(1821-1894), da Friedrich
Lange
(1828-1875), dal già citato Lotze, da Alois
Riehl
(1844-1924). Ciò che accomuna queste riletture, pur
diverse tra loro, è sempre l’interpretazione ontologica
dell’estetica trascendentale kantiana. E Hartmann,
ancora nel 1950, propone nella sua Filosofia
della natura
precisamente un’interpretazione ontologica
dell’estetica trascendentale. Il distacco dal
neokantismo va dunque circoscritto: ciò che viene
abbandonato è il formalismo trascendentale di Kant,
accentuato dalla Scuola di Marburgo, secondo il quale
tutto ciò che conosciamo rinvia a concetti a priori del
soggetto trascendentale, per cui l’essere è sempre
essere pensato. A fronte di questa idea, Hartmann recupera
la tradizione ontologica da Aristotele a Wolff, riabilita
la vecchia nozione di intentio recta come
fondamento della conoscenza e ripropone così una teoria
della conoscenza come rispecchiamento. Nell’ontologia
hartmanniana, il kantismo conserva tuttavia una presenza
come teoria delle categorie, per quanto non formale ma
realista, interessata cioè a cogliere il tessuto
categoriale non del soggetto, ma del mondo reale. E
kantiana è anche la concezione, cui Hartmann si attiene
per tutta la vita, della filosofia come scienza.
Sia Cassirer,
nel suo "Erkenntnistheorie nebst den Grenzfragen der
Logik und Denkspsycologie" (Jahrbücher für
Philosophie, 1927) che Rickert,
in Die Logik des prädikats und das Problem der
Ontologie (Heidelberg 1930, pp. 15 ss.) capirono
precisamente la sfida proveniente dal realismo
hartmanniano, e pur apprezzando i meriti della nuova
direzione gnoseologica assunta da Hartmann, ne rifiutarono
la teoria del rispecchiamento, a favore della tesi
tradizionale per cui l’inseità degli oggetti è
inconoscibile.
3.2
Anche nei confronti del positivismo ottocentesco
l’atteggiamento di Hartmann è di impronta kantiana. Ciò
che Hartmann non accetta è una concezione delle scienze
come mera registrazione dei fatti, con la conseguente
sottovalutazione del ruolo costruttivo che può assumere
il pensiero e del minimum di metafisica connesso ad
ogni impresa conoscitiva.
La
critica hartmanniana si estende anche all’empirismo
logico, anche se in questo caso dovremmo parlare di
reciproca indifferenza. Va però messa in risalto la
significativa eccezione di Ludwig
von Bertalanffy
(1901-1972), biologo teorico vicino alle tesi del Circolo
di Vienna e molto sensibile alla filosofia della natura e
alla teoria degli strati di Hartmann, tanto da considerare
la propria teoria generale dei sistemi una formulazione
matematica completa della teoria hartmanniana degli
strati. Attraverso Bertalanffy e la teoria dei sistemi,
alcune tematiche di Hartmann penetrano – in ambito
neopositivista – fino a Ernest
Nagel
(1901-1985) e alla sua teoria della spiegazione
scientifica.
3.3
L'atteggiamento di Hartmann nei confronti dello storicismo
è ambivalente: da una parte, il rifiuto del relativismo
dei Weltanschauungstypen, proposto da Wilhelm
Dilthey
(1833-1911), è netto e deciso, così come lo è, di
conseguenza, il rifiuto dell’idea per cui la conoscenza
è interpretazione. L’errore fondamentale e
irreparabile, in questo caso, è di aver assolutizzato
l’intentio obliqua nei confronti dell’oggetto.
Il progetto storicista di una fondazione delle scienze
dello spirito è tuttavia recuperato da Hartmann ed
inserito nel più vasto quadro di fondazione ontologica,
in riferimento soprattutto ai risultati
dell’antropologia filosofica.
3.4
Un impulso alle ricerche ontologiche di Hartmann è venuto
anche dalla filosofia della vita di Henry
Bergson
(1859-1941) e di Georg
Simmel
(1858-1918). In particolare, l’ontologia hartmanniana
rielabora alcune concezioni di filosofia della vita, nel
momento in cui sostiene la presenza di leggi specifiche
della vita non riducibili a materia, rifiutando con questo
l’uso di un rigido meccanicismo in biologia. Di Simmel
viene tuttavia contestata l’estensione allo spirito
delle categorie della vita, che conduce Simmel su
posizioni storiciste. Di Bergson, invece, Hartmann
contesta la contrapposizione tra intelletto e intuizione e
la metafisica, puramente speculativa, dello slancio
vitale.
3.5
Nel valutare i rapporti di Hartmann con il movimento
fenomenologico, si è insistito soprattutto sull’impulso
ricevuto da Husserl
e da Scheler
nel momento del distacco dalla tradizione marburghese. È
difficile tuttavia verificare con precisione la
significatività degli influssi husserliani, tenuto anche
conto del fatto che Husserl non ha mai preso posizione
sulla sfida hartmanniana alla fenomenologia: con
sicurezza, possiamo comunque parlare di una ripresa della
fenomenologia husserliana come metodo, fatto salvo che per
Hartmann il metodo fenomenologico non è l’unico, ma uno
dei possibili: non si tratta di essere fenomenologi, bensì
di essere descrittivi ed antiriduzionisti, per poter
legittimare un’ontologia realista. Questa impronta
teorica conduce Hartmann nei pressi piuttosto del maestro
di Husserl, Franz
Brentano
(1838-1917), oppure di un altro allievo brentaniano, cioè
Alexius
Meinong,
come dimostrano i notevoli apprezzamenti riservati da
Hartmann all’opera di Hans
Pichler.
In questo ambito, sarebbe interessante approfondire alcune
prossimità tra l’ontologia di Hartmann e la teoria
degli oggetti di Kazimierz
Twardowski
(1866-1938).
Se
tuttavia vogliamo rimanere in un ambito husserliano, e
sempre tenendo conto che Hartmann non si legò mai a
qualche specifico circolo fenomenologico, dobbiamo far
riferimento all’Husserl precedente l’uscita delle Idee
(1913), e in particolare a quel circolo
di Gottinga
che, abbandonato Theodor
Lipps
(1851-1914) a Monaco, si era trasferito presso Husserl,
portando con sé in eredità l’impronta realista
tradizionale nella facoltà di filosofia di Monaco. Questo
gruppo rifiutò la direzione trascendentalista impressa da
Husserl alla fenomenologia, e mantenne un forte impianto a
carattere ontologico, cui Hartmann dimostrò di essere
sensibile. È il caso di Adolf
Reinach,
nella cui interpretazione ontologica dell’apriori
kantiano la necessità cessa di essere una condizione
della conoscenza per divenire una proprietà fondata nelle
cose, e come tale oggetto di un’intentio recta.
È il caso di Roman
Ingarden,
interessato ad una fondazione ontologica dell’estetica e
ad una concezione oggettivistica e stratificata
dell’opera d’arte. È il caso anche di Oskar
Becker,
il quale, pur seguendo Husserl nella sua svolta
trascendentalista e pur avvicinandosi progressivamente
all’ontologia esistenziale heideggeriana, aveva ripreso
diverse tesi di Hartmann nella sua teoria dell’esistenza
matematica (1927). È il caso ancora di Hedwig
Conrad-Martius,
Dietrich
von Hildebrand,
Edith
Stein,
interessati all’impiego della fenomenologia per la
costruzione di un’antropologia filosofica cristiana e
per una rifondazione realista dell’ontologia neotomista.
Questa direzione ha avuto notevoli sviluppi in America
Latina, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. È
interessante notare, in questo contesto, l’attenzione
rivolta all’ontologia di Hartmann, come strada possibile
per un ritorno realista dall’ontologia heideggeriana a
quella tomista. Esempio di questo tragitto lo abbiamo
nell’argentino Octavio
Derisi
(1907-).
A
conferma di questa collocazione dell’Hartmann
fenomenologo, tra Meinong e il circolo di Gottinga,
possiamo fare riferimento ad una sua lettera del
28.09.1915 a Meinong, pubblicata nelle Philosophienbriefe
di Meinong (hrsg. v. R. Kindiger, Graz 1965): "La mia
stima per questa direzione filosofica [Hartmann parla
della fenomenologia] si riferisce quasi esclusivamente ai
più giovani fenomenologi presso i quali, secondo la mia
opinione, il metodo è anzitutto diventato qualcosa di
vivente ed è entrato nelle questioni di dettaglio per le
quali esso è stato creato. In tal senso penso
principalmente a Scheler e Geiger,
e poi anche a Reinach, Pfänder,
Leyenducker e ad altri. Tuttavia, se ho fatto riferimento
a Husserl e non a costoro, ciò è dipeso solamente dal
fatto che egli, essendo il più conosciuto e il più
adatto al confronto, mi ha anche offerto degli appigli
particolarmente concreti. Per quanto riguarda le Idee
sono assolutamente d’accordo con lei. Questo libro mi ha
molto deluso".
Legato al
gruppo di Gottinga, di cui ha condiviso il rifiuto della
svolta trascendentalista in fenomenologia, è stato anche Max
Scheler,
sicuramente il fenomenologo con cui Hartmann ha avuto i
rapporti più significativi. L’influsso scheleriano su
Hartmann non si limita infatti all’ambito del metodo, ma
penetra in profondità, caratterizzando i contenuti stessi
dell’etica materiale e la polemica contro sia il
relativismo etico degli storicisti, sia il formalismo
kantiano.
Ma il
rapporto Scheler – Hartmann non è stato unidirezionale:
nei suoi scritti postumi, Scheler ammette di essere stato
egli stesso ispirato da Hartmann nel tentativo di superare
l’opposizione tra realismo e idealismo, pur rifiutando
la teoria hartmanniana del rispecchiamento. Inoltre, già
nella prefazione alla teza edizione del suo Il
formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori
(1926) Scheler aveva sottolineato i meriti di Hartmann
nello sviluppo dell’etica materiale dei valori e della
teoria della volontà libera. L’opposizione di Scheler
riguarda invece l’elevamento dei valori a una sorta di
idee platoniche, elemento questo che deriva
dall’impianto critico – realista e dalla radicalità
della polemica antistoricista di Hartmann; secondo Scheler,
al contrario, non si può accettare la tesi secondo cui i
valori possiedono un essere indipendente dagli atti
spirituali. I compiti dell’etica, inoltre, non sono
secondo Scheler nell’analisi delle virtù etiche
individuali (come invece per Hartmann), bensì
nell’analisi della dimensione sociale e storica della
coscienza dei valori. Anche in questo caso, Scheler
attenua la polemica antistoricista di Hartmann e articola
la sua etica materiale in relazione ad un’antropologia
filosofica e ad una teoria della cultura. Negli scritti
etici degli anni ’30-’40, Hartmann sembra anch’egli
orientarsi, gradualmente, verso la prospettiva scheleriana.
Un
secondo apporto importante di Hartmann alle teorie di
Scheler riguarda la teoria degli strati. Tale teoria,
presentata per la prima volta da Hartmann nel 1926, nel
saggio "Leggi categoriali", si fa sentire in
modo molto forte già nell’opera di Scheler del 1928, La
posizione dell’uomo nel cosmo. Diversamente che nel Formalismo
nell’etica, in quest’opera Scheler considera
infatti, in modo hartmanniano, la persona non un essere
liberamente fluttuante, ma un essere stratificato, il cui
strato più alto (spirituale) è condizionato dagli strati
inferiori (psichico e organologico). Rispetto ad Hartmann,
Scheler continua tuttavia ad attribuire allo spirito, pur
condizionato nel suo apparire mondano, un’inseità
indipendente dalla sua manifestazione.
3.6
La teoria hartmanniana degli strati ha avuto una notevole
influenza negli sviluppi dell’antropologia filosofica.
Fin dal
suo periodo di Colonia, Hartmann si era mostrato molto
sensibile all’antropologia filosofica di Scheler e di Pleßner,
concordando sia con l’intenzione di ricavare l’essenza
dell’uomo da una valutazione filosofica delle scienze
umane, sia con la concezione dell’uomo come essere
libero che realizza se stesso, nella doppia determinazione
natura / cultura. Su questa impostazione, l’ontologia
hartmanniana, e in particolare la sua teoria degli strati,
ha avuto un notevole effetto di ritorno: a questo effetto
si deve la concezione dell’uomo come essere aperto al
mondo e povero di istinto, essere psichico e spirituale
che si eleva, poggiando però necessariamente sulla sua
dotazione organica.
Nella
prefazione alla seconda edizione de I gradi
dell’organico e l’uomo (1965; prima edizione nel
1928), Pleßner si richiama ad Hartmann come ad uno dei
filosofi che meglio si è battuto contro lo svuotamento
dell’ontologia e dell’antropologia operato
dall’esistenzialismo. In particolare, di Hartmann Pleßner
valuta molto positivamente la concezione stratificata
dell’uomo, la filosofia dello spirito e la concezione
della storia della filosofia come storia di problemi.
L’influenza
di Hartmann su Arnold
Gehlen,
allievo di Scheler e di Pleßner e studente anche di
Hartmann, non è stata invece ancora ben approfondita. Ne L’uomo
(1940), Gehlen critica l’uso in antropologia della
teoria degli strati, avendo però di fronte soprattutto
Scheler. Dopo la recensione di Hartmann, in cui la teoria
degli strati è difesa vigorosamente, Gehlen scrive un
saggio (ancora inedito) che viene letto nella
commemorazione ad Hartmann del 1952, ma non è inserito
dagli editori nel volume collettaneo, dato il suo
carattere critico. Nelle edizioni successive de L’uomo,
Gehlen comunque attenua progressivamente il suo
atteggiamento negativo verso la teoria degli strati.
3.7
Con l’esistenzialismo, e in particolare con
l’ontologia heideggeriana, il contrasto di Hartmann fu
irriducibile. L’ontologia critica di Hartmann e
l’ontologia esistenziale di Heidegger
sono alternative fin nei problemi assunti, nello stile e
nell’ethos filosofico: per Hartmann il pensatore rimane
individuo tra individui, nello scorrere irreversibile del
mondo, laddove invece l’ethos esistenziale pone al
centro della realtà, in maniera antropocentrica, proprio
la posizione ontica dell’individuo.
Heidegger,
del resto, si è sempre espresso in modo molto polemico
nei confronti della teoria della conoscenza e
dell’ontologia hartmanniana. In Essere e tempo,
scritto nel periodo marburghese, in cui la polemica con
Hartmann è stata particolarmente accesa, Heidegger
critica la teoria del rispecchiamento come falsa, a favore
della teoria dell’apertura originaria al mondo.
L’intera problematica soggetto – oggetto si fonda
infatti, secondo Heidegger, su un errore ontologico:
l’intendere il soggetto conoscente in analogia con
l’essere delle cose psichiche, una specie di contenitore
interno che si oppone al mondo esterno; al contrario, nel
conoscere l’uomo si trova già, e originariamente, tra
le cose del mondo esterno. Hartmann è accusato da
Heidegger di essere appunto il maggior rappresentante
contemporaneo di questo errore. Dopo Essere e tempo,
Heidegger continua a criticare l’ontologia hartmanniana
(spesso senza citare Hartmann), accusata di essere
insufficientemente radicale, di non riuscire a porre la
domanda originaria sul senso dell’essere, di
sottovalutare la differenza ontologica tra essere e ente e
di oggettivare indebitamente la sfera ideale dei valori.
L’impressione è che, per Heidegger, Hartmann rimanga
fino alla fine uno dei suoi avversari principali, molto più
di quanto non mostrino i suoi stessi scritti.
Più
equilibrato fu invece l’atteggiamento di Karl
Jaspers
(1883-1969). La sua stima per Hartmann è espressa
pubblicamente già nel primo volume della Filosofia
(1932), dove Jaspers recupera la nozione hartmanniana di philosophischen
Weltorientierung (orientamento nel mondo).
Jaspers inoltre sostiene, in un modo che richiama
nuovamente e direttamente Hartmann, che le scienze
giungono ad un’articolazione del mondo in quattro strati
(materia, vita, anima, spirito), tale per cui lo strato più
basso è il presupposto esistenziale dello strato più
alto, ma lo strato più alto non può essere ridotto,
nella sua legalità categoriale, a quello più basso. E
ancora una presenza hartmanniana la si può rilevare sia
nella critica di Jaspers alle teorie (materialismo,
spiritualismo, vitalismo) che assolutizzano uno strato
della realtà, sia nella distinzione jaspersiana tra
spirito e anima.
Sarebbe
da approfondire, infine, il problema se Sartre
abbia ricevuto impulsi da Hartmann, che possano risalire
al periodo trascorso a Berlino. Di certo, Hartmann avrebbe
accolto con favore alcune tesi sartiane, come quella
secondo cui l’uomo è costretto ad essere libero e deve
attendere oggi a ciò che farà in futuro (tesi che si può
rintracciare in uno degli ultimi scritti hartmanniani, L’ethos
della personalità),
ma al momento è difficile andare oltre, e l’argomento
dovrebbe essere oggetto di ulteriori ricerche.
3.8
Può sembrare strano il fatto che Hartmann, spirito
profondamente ateo, abbia suscitato l’interesse di
diversi teologi. Ma la stranezza è solo apparente: già
nel suo periodo marburghese, infatti, Hartmann si era
trovato ad aprire un confronto ravvicinato con Rudolf
Otto,
e il confronto con posizioni teologiche prosegue a Berlino
(Guardini,
Boenhoffer)
e a Gottinga (Gogarten)
. E se l’Etica mette
in evidenza la posizione anti-teologica e l’ateismo
esigenziale di Hartmann, la sua Estetica
costituisce per alcuni aspetti un tentativo di spiegare,
in termini ontologici e categoriali, il sentimento e la
rappresentazione religiosi. In questo senso vanno
interpretati i riferimenti positivi ad Hartmann che
possiamo trovare in Schön, Sakral, Christlich
(1957) di Erich Przywara (1889-1972) e in Die Einheit
der teologischen Wißenschaften (1960) di Urs von
Balthasar (1905-1982).
Più
ancora che in ambito strettamente teologico, il realismo
di Hartmann e la sottolineatura della trascendenza della
cosa in sé, rispetto all’atto di apprensione, sono
stati presi attentamente in considerazione all’interno
della neoscolastica. Il terreno era già stato preparato
da alcuni sviluppi del circolo fenomenologico di Gottinga
(Stein,
von
Hildebrand,
Conrad-Martius):
successivamente, e sempre nel contesto di una
rivisitazione fenomenologia del tomismo, l’ontologia di
Hartmann viene utilizzata per fondare adeguatamente una Weltanschauung
e un’antropologia filosofica cristiane, evitando sia
le conseguenze immanentistiche dell’ontologia
esistenziale di Heidegger, sia le conseguenze
trascendentalistiche della fenomenologia husserliana dopo
le Idee. Oltra a Octavio Derisi e Erich Przywara
(di cui va ricordato il libro del 1959, L’uomo.
Antropologia filosofica), in questa direzione si sono
mossi ad esempio Giovanni
Battista Lotz
(1903-), Oswaldo Robles (1905-) e Xavier
Zubiri
(1898-1983). Leggermente spostato rispetto a questa
direzione, ma sempre interessato al realismo hartmanniano,
è il filosofo neosuarista Benjamin Ayabar (1896-1970),
mentre particolare è il tragitto dal materialismo
dialettico al realismo tomista seguito da Julio Fausto
Fernandez (1913-), il cui elemento di continuità è
fornito dal radicale realismo assiologico di Hartmann.
In ambito
protestante, oltre Otto e a Gogarten si è proposto come
interlocutore del pensiero hartmanniano (soprattutto della
sua teoria della modalità) il teologo neocalvinista
olandese Herman
Dooyeweerd
(1894-1977), della libera università di Amsterdam,
allievo di Abraham Kuypers (1837-1920), le cui prospettive
filosofiche presentano in effetti molte affinità con
quelle di Hartmann. Da approfondire sarebbe inoltre il
ruolo che ha avuto Hartmann nella formazione intellettuale
di Dietrich
Bonhoeffer:
come mi ha confermato un attento studioso italiano di
Bonhoeffer, il dott. Alberto Conci di Trento, le note a Systematische
Philosophie in eigener Darstellung, contenute in Resistenza
e resa, aprono a questo riguardo alcune prospettive
affascinanti.
Questa
serie di riferimenti giustifica pienamente la valutazione
molto positiva di Hartmann data dal logico e filosofo
neoscolastico padre Joseph
Maria Bochenski
(1902-), in La filosofia europea del presente.
3.9
Un ruolo importante la filosofia di Hartmann lo ha avuto
negli sviluppi della biologia teorica. Il primo biologo a
riconoscerlo è stato sicuramente l’amico Max Hartmann,
il quale giudicò la Filosofia della natura del
1950 l’opera più significativa scritta sull’argomento
dai tempi di Kant. Seguendo Nicolai, anche Max Hartmann
finì per difendere un punto di vista organologico opposto
sia al vitalismo che al meccanicismo, nonostante i suoi
punti di partenza, espressi in Filosofia delle scienze
naturali (1937) possano essere considerati vicini alle
concezioni meccaniciste.
Lungo la
stessa direzione, incontriamo anche l’opera teorica di Konrad
Lorenz
(1903-1989) il quale, nel suo L’altra faccia dello
specchio (1973), recupera l’impianto realista di
Hartmann, la sua teoria degli strati e il suo rifiuto
della teleologia. Lorenz sottolinea in particolare la
corrispondenza tra la teoria degli strati e la
filogenetica, criticando però l’assenza
nell’ontologia di un’analisi storico –
evoluzionista. La tesi di partenza di Lorenz è
sicuramente hartmanniana: ogni strato ha una struttura
categoriale, e ogni categoria è regolata da leggi che
valgono anche per la categoria successiva. Quando però
due categorie sono poste insieme, si verifica un salto
categoriale che produce una forma più evoluta: ne deriva
che il "salto di livello" ontologico che conduce
dall’inorganico all’organico è prodotto
dall’integrazione delle leggi fisiche che governano la
materia inorganica, e questo principio vale anche per i
successivi salti di livello. Parallelamente, vi sono tante
branche della scienza quante sono le leggi fisiche, ma è
solo una loro visione integrata e sintetica che ci
permette di raggiungere un piano di comprensione
superiore. In questo senso, possiamo vedere nella teoria
di Lorenz uno sviluppo e un approfondimento della teoria
degli strati di Hartmann.
Di
notevole interesse è inoltre la presenza di Hartmann in
quello che è probabilmente uno dei più importanti
biologi teorici e filosofi della scienza degli ultimi
cinquant’anni, cioè Ludwig
von Bertalanffy.
Anche in Bertalanffy, come in Lorenz e in Max Hartmann
ritroviamo la polemica simmetrica contro il meccanicismo e
il vitalismo. Questa polemica conduce Bertalanffy alla
teoria degli organismi viventi come sistemi complessi
dotati di proprietà specifiche. Si tratta di una teoria
che presenta molte affinità con l’ontologia
hartmanniana dei complessi (Gefüge), punto di
riferimento anche per la teoria lorenziana dello sviluppo
evolutivo. Bertalanffy però generalizza la teoria dei
sistemi biologici e perviene ad una teoria generale dei
sistemi, la cui validità – come paradigma esplicativo -
si estende a tutti gli ambiti scientifici, scienze umane
comprese. Al di là del successo o del fallimento del
programma bertalanffiano, è qui che la questione del
rapporto tra Hartmann e Bertalanffy si fa interessante. In
Problemi della vita (1960), Bertalanffy ritiene che
tutta l’ontologia di Hartmann, dal 1912 al 1950,
comporti, per essere compresa, l’acquisizione di un
corretto concetto di "sistema": una necessità
che conduce Hartmann a formulare la sua teoria degli
strati. Nello stesso testo, Bertalanffy giunge pertanto a
dire che la teoria generale dei sistemi risulta essere la
forma epistemologicamente più compiuta (in quanto
matematica) della teoria delle categorie nel senso di
Hartmann.
Qualche
anno prima, questa convergenza tra la teoria dei sistemi
di Bertalanffy e la teoria degli strati di Hartmann era già
stata intuita da un allievo di Hartmann, Theodor Ballauff
(1911-), il quale, ne Lo stato attuale del problema
dell’essere organico (1943), si era impegnato in un
tentativo di sintesi, adottando la definizione di
Bertalanffy di sistema organico ed esponendone le
conseguenze filosofiche all’interno dell’ontologia
hartmanniana.
3.10
Una questione interessante riguarda l’influenza avuta
sul marxismo teorico da un personaggio politicamente
conservatore come Hartmann, nella cui formazione
filosofica Marx non ha svolto alcun ruolo, né positivo né
negativo. Parlando di Hartmann e il marxismo, il primo
pensiero va ovviamente a Lukács,
il quale aveva già apprezzato Hartmann al congresso su
Hegel svoltosi a Berlino nel 1931 e che poi, dopo il 1956,
comincia una lettura sistematica ed approfondita
dell’ontologia hartmanniana, vista come un efficace
antidoto antiesistenzialista. Il programma di Lukács era
quello di riattivare contro positivisti, esistenzialisti e
neoscolastici lo schema teorico della polemica di Lenin
contro l’empiriocriticismo: l’ontologia di Hartmann
doveva assumere il ruolo fondativo che Lenin aveva
affidato al materialismo di Häckel.
Già l’Estetica
(1963) risulta profondamente influenzata dall’estetica e
dalla teoria della conoscenza hartmanniane, soprattutto
per l’opposizione tra rispecchiamento antropomorfizzante
(arte) e rispecchiamento scientifico della realtà. Ma è
soprattutto nell’Ontologia dell’essere sociale
(1984-1986), tentativo di costruzione di un’ontologia
marxista, che i riferimenti di Lukács a Hartmann
diventano significativi. Lukács accetta il realismo
hartmanniano, così come la sua concezione stratificata e
la sua polemica contro materialismo meccanicista e
spiritualismo vitalista. Aver proposto un’ontologia come
prosecuzione della coscienza quotidiana e scientifica è,
secondo Lukács, il grande merito di Hartmann. Il suo
grande limite è invece nel non aver condotto un’analisi
della categoria di genesi e, di conseguenza, nell’aver
sottovalutato il ruolo del lavoro all’interno della
filosofia dello spirito. Come si può notare, la prima
parte della critica (insufficiente analisi della categoria
di genesi) presenta alcune simmetrie con la critica
rivolta a Hartmann dai biologi teorici, e segnatamente da
Lorenz. In Lukács, però, la critica perviene ad un
recupero – come base per una teoria della genesi –
della polarità aristotelica potenza / atto, che si attiva
socialmente nella prassi (intesa marxianamente). Il
recupero aristotelico consente a Lukács di estendere la
sua critica anche alla teoria dell’essere ideale e alla
teoria modale di Hartmann, oltre che alla distinzione
ipostatizzante tra psichico e spirituale: due strati che
nell’ontologia Lukácsiana scompaiono, diventando
momenti dialettici dello strato sociale.
Interessante
è il fatto che, in questo modo, il materialismo storico
– dialettico cessa di essere considerato una filosofia
generale della natura per diventare appunto una ontologia
dell’essere sociale, ovvero un’analisi ontologico
- categoriale di un particolare strato della realtà:
quello superiore.
La
prospettiva "hartmanniana" di Lukács è stata
ripresa da molti teorici interessati ad una rifondazione
ontologica del materialismo storico - dialettico. Tra gli
altri, possiamo ricordare Nicolas
Tertulian
(1929-), il venezuelano Federico Riu Farre (1925-) e
soprattutto Wolfgang
Harich
(1923-1995), protagonista e vittima negli anni Cinquanta
di uno dei più clamorosi casi di repressione culturale in
DDR.
Allievo
di Hartmann a Berlino, convertitosi al marxismo sulle orme
di Ernst
Bloch
(1885-1977) e soprattutto di Lukács, collaboratore di Sinn
und Form, dirigente della Aufbau Verlag e redattore
capo della più autorevole rivista filosofica della DDR,
la Deutsche Zeitschrift für Philosophie, Harich ha
rappresentato tra il 1945 e il 1955 una delle figure
culturali e politiche più vivaci nella Germania
Democratica, in un periodo in cui il regime sembrava
essere sensibile (o comunque non ostile) allo sviluppo del
dibattito culturale interno. I suoi punti di vista
filosofici, da cui emerge l’originario insegnamento
hartmanniano, erano improntati ad una rivendicazione del
realismo, inteso come atteggiamento fenomenologico nei
confronti della realtà storico – sociale e delle sue
condizioni oggettive: ciò comportava il rifiuto di
considerare il materialismo dialettico una chiave di
lettura universale, e soprattutto il rifiuto, conseguente,
di sovrapporre le modalità di apprensione soggettiva
(incarnate dall’ideologia di partito) alle leggi
oggettive della realtà. Questo atteggiamento lo
ritroviamo anche in un altro grande intellettuale
dissidente berlinese, l’accademico delle scienze Robert
Havemann
(1910-1982: si veda in particolare il suo Dialettica
senza dogma, del 1964). A proposito di Havemann,
tuttavia, non è possibile attestare con sicurezza le
eventuali presenze hartmanniane, al di là dell’indubbia
convergenza tra il suo antidogmatismo e alcuni motivi
centrali della teoria degli strati.
Dal punto
di vista politico, la rivendicazione di realismo condusse
Harich su posizioni duramente antistaliniste e
antiburocratiche. In particolare, egli criticava il rigido
centralismo imposto alla società tedesca dalla SED e
caratterizzato dal rifiuto della democrazia partecipativa,
dalla pianificazione forzata e dal legame con l’URSS. La
stessa Unione Sovietica, dal momento in cui aveva
cominciato ad imporre il proprio regime come modello
internazionale, si stava del resto trasformando per Harich
in uno stato reazionario. Al socialismo burocratico di
Stalin e di Ulbricht, Harich contrapponeva il richiamo a
Rosa Luxemburg e alla tradizione della sinistra
socialdemocratica (non escluso Trockij): ciò doveva
tradursi (i) nel rilancio della democrazia partecipativa e
delle libertà economiche e sociali, a partire dalla nuova
centralità dei consigli operai, (ii) in un maggiore uso
dell’analisi empirica dei processi economico –
sociali, contro l’ideologismo del marxismo ufficiale, (iii)
in un processo di decentramento e di reale socializzazione
delle forze produttive, che preludesse ad una progressiva
estinzione dello stato in campo sia culturale che
economico, e (iv) in una ricomposizione tra una SED
depurata degli stalinisti e la SPD, come premessa per una
riunificazione della Germania.
Attorno
ad Harich si raccolse un vero e proprio gruppo culturale e
politico, diversi membri del quale avevano subito, come
Harich, il fascino dell’insegnamento di Hartmann: è il
caso, ad esempio, di Manfred Hertwig e dell’accademico
delle scienze Fritz Behrens, allora direttore
dell’Istituto di scienze economiche. Alla fine del 1956
(un anno difficilissimo per il comunismo internazionale)
il gruppo venne sciolto. Harich fu arrestato, condannato a
dieci anni di reclusione e amnistiato solo nel 1964: il
suo ritorno al lavoro filosofico lo vide curatore della
nuova edizione critica delle opere complete di Ludwig
Feuerbach e, negli ultimi anni di vita, impegnato in un
recupero e in un riesame della sua prima stratificazione
filosofica, quella legata appunto ad Hartmann.
Per
completare l’esame dei rapporti tra il marxismo ed
Hartmann, non si può non fare un riferimento anche
all’attività svolta in Italia dalla rivista Studi
Filosofici (1940-1944; 1946-1949), diretta da Antonio
Banfi
(1886-1957) e che dedicò ad Hartmann il numero
monografico del 1943. Non si può considerare Studi
filosofici una rivista marxista in senso stretto,
nonostante il suo direttore e i suoi redattori guardassero
in quel periodo con molto interesse e simpatia alla figura
di Marx. Soprattutto con Remo Cantoni (1914-1978) e con
Enzo Paci (1911-1976) la lezione hartmanniana fu recepita
e utilizzata per un profondo ripensamento in chiave
antropologico – filosofica del marxismo di cui, in
assenza di un apporto della cultura contemporanea, venne
negata la compiutezza e l’autosufficienza.
Un
percorso analogo è ricostruibile anche per Rodolfo
Mondolfo (1877-1976) il quale, nel suo periodo argentino,
tendette ad accentuare il carattere di realismo storico e
di antropologia filosofica critico – pratica del
materialismo storico. Nel caso di Mondolfo, tuttavia, si
può parlare di influenza di Hartmann solo per via
indiretta, tenendo presente che nel contesto in cui
Mondolfo insegnava (le università di Cordoba e di Tucuman)
era molto viva la discussione sulla filosofia hartmanniana,
e in particolare sulla sua antropologia e sulla sua teoria
dei valori.
Un cenno
va fatto infine anche a Cesare Luporini (1909-1993), che
aveva seguito le lezioni di Hartmann a Berlino. In Dialettica
e materialismo (1974), Luporini ripercorre il suo
tragitto all’interno del marxismo: ciò che ne emerge è
un percorso che approda ad un’ontologia critica
marxista, che in alcuni passaggi (ad esempio
nell’introduzione delle nozioni di "ordine di
grandezza" e di "formazione economico –
sociale") riecheggia in modo evidente la teoria degli
strati e l’analisi categoriale hartmanniane. Il fatto
che Luporini non faccia riferimenti espliciti ad Hartmann
non cancella l’evidenza di questi richiami concettuali.
3.11
Se i rapporti di Hartmann col marxismo furono assenti ma
non impedirono ad Hartmann di diventare un interlocutore
di importanti scuole marxiste, i rapporti col nazismo
furono sicuramente più ambigui, ma non fecero di Hartmann
un punto di riferimento per il pensiero conservatore o per
quello reazionario.
È
sicuramente vero che, sotto il famigerato appello del 1934
degli intellettuali tedeschi in appoggio a Hitler, c’è
anche la firma di Hartmann, ed è vero, stando a quanto
ricorda la moglie Frida, che Hartmann vedeva nel governo
nazista una possibile soluzione a drammatici problemi
sociali quali la disoccupazione. E quando, nel 1936, Eduard
Spranger
decise di dimettersi dal corpo insegnanti dell’Università
di Berlino, il polemica con le autorità naziste, Hartmann
non espresse alcuna solidarietà al collega, ma anzi
giudicò la sua decisione eccessiva (va comunque anche
ricordato che poi, a partire dal 1939, Hartmann e Spranger
collaborarono nella direzione della rivista dell'Istituto
Ibero - Americano di Berlino, Ensayos y Estudios). È
chiaro dunque come Hartmann, all’inizio, non fosse certo
maldisposto nei confronti di Hitler, e anche in seguito il
suo primo obiettivo fu sempre quello di salvaguardare
l’autonomia del proprio spazio accademico e la sicurezza
dei suoi studenti, di ogni razza o ideologia.
Tuttavia
l’ethos filosofico di Hartmann non fece mai alcuna
concessione al nazismo. Ancora Frida Hartmann ricorda di
come lei stessa avesse cercato di spingere il marito a
prendere la tessera del partito, per avere maggior
influenza accademica, e ricorda il deciso rifiuto opposto
da Nicolai. In nessuna delle opere berlinesi di Hartmann
è dato trovare il benché minimo aggancio all’ideologia
nazista: il tentativo di W. Haug di dimostrare un nazismo
latente di Hartmann a partire da alcune coincidenze
linguistiche, come ad esempio l’uso di termini come Volksgeist
e a volte anche Führer, sembra francamente
piuttosto fragile. È vero invece che, in "Hegel e il
problema della dialettica del reale", uscito nel
1935, si possono trovare alcune considerazioni positive a
proposito del marxismo, e che nel capitolo "Nuova
ontologia e nuova antropologia" di Nuove vie
dell’ontologia (1942) Hartmann prende
inequivocabilmente le distanze da ogni teoria razzista,
riconoscendo sì il condizionamento dei fattori biologici
ereditari sulla vita spirituale, ma precisando comunque
che tale condizionamento non è in grado di spiegare la
specificità del fenomeno culturale: tutti i patrimoni
genetici hanno infatti in sé la possibilità di
diversificarsi e dunque di produrre, in situazioni
particolari, fenomeni culturali e spirituali
diversificati, e non solo una particolare tipologia di
fenomeni.
Di questo
ethos filosofico, che salvaguardò la dignità e il rigore
morale di Hartmann di fronte al nazismo, abbiamo il
ricordo di Remo Cantoni, che così descrive il suo
incontro con Hartmann a Berlino nel 1942 (Che cosa ha
detto "veramente" Hartmann, p. 15):
"Dopo un suo riserbo iniziale, che mi parve fin
troppo severo nel nostro primo incontro, si aprì poi
schiettamente e coraggiosamente con me, che ero il suo
primo traduttore italiano, e non mi nascose, dopo ch’io
avevo osato rompere il ghiaccio della prudenza, la sua
insofferenza per il nazismo e le condizioni difficili e
fastidiose in cui viveva, vigilato da colleghi nazisti,
nell’Università di Berlino".
4.
La filosofia di Hartmann non ha conosciuto, nei
trent’anni successivi alla morte del filosofo, una
grande diffusione. Una temperie culturale orientata
prevalentemente in senso metafisico – religioso,
esistenziale o politico, come quella che ha dominato la
filosofia continentale tra gli anni Cinquanta e Settanta,
non era certo la più adatta a recepire l’ethos stesso
della filosofia hartmanniana. D’altra parte, la critica
agli atteggiamenti metafisici, ermeneutici o ideologici
della filosofia continentale veniva svolta prevalentemente
secondo i moduli della filosofia analitica di stampo anglo
– americano, rispetto ai quali la rocciosità
dell’ontologia critica e la prospettiva cosmologica
della filosofia della natura hartmanniana rimanevano
estranee.
La
situazione ha cominciato a modificarsi a partire dagli
anni Ottanta, con lo svilupparsi parallelo di indirizzi di
ricerca post – analitici nel mondo anglo – americano e
post – ermeneutici nel mondo continentale. La rinnovata
attenzione per l’ontologia (formale e materiale), sia in
campo logico che epistemologico, lo sviluppo delle
indagini su una teoria generale dei valori, il diffondersi
di atteggiamenti realisti, il recupero di interesse per la
filosofia tardo – ottocentesca e per autori quali Franz
Brentano e la sua scuola, hanno contribuito a ricondurre
la contrapposizione tra "analitici" e
"continentali" al suo nucleo originario e hanno
preparato il contesto per l’attuale ripresa della
filosofia hartmanniana.
Ma prima
di fare il punto sull’attualità di Hartmann, cerchiamo
di ricostruire una storia anche "geografica" del
suo influsso filosofico, sapendo che, in larga misura, si
tratta di un lavoro rabdomantico.
Cominciamo
esaminando la caratterizzazione di Hartmann come
"filosofo tedesco". A ben guardare, si tratta di
una caratterizzazione limitativa. È vero che Hartmann
compì tutta la sua carriera accademica nelle università
tedesche, e che dunque è in Germania che il suo
insegnamento esercitò il maggiore influsso, ma molti
aspetti della sua ontologia, come
l’antitrascendentalismo, l’impostazione realista, il
recupero della tradizione ontologica da Aristotele a Wolff,
lo avvicinano a stili di pensiero propriamente austriaci,
in particolar modo lungo la linea Brentano – Meinong
(circostanza questa riconosciuta episodicamente da
Hartmann e approfondita già nel 1939 da Hartlich e nel
1952 da Pichler): la stessa prossimità di Hartmann ai
fenomenologi di Gottinga è leggibile in questo contesto.
Non meravigliano così le convergenze tematiche tra la
filosofia di Hartmann e scuole che, al di fuori della
Germania, si ricollegano direttamente o all’insegnamento
di Brentano o al circolo di Gottinga: il riferimento è in
particolare alla filosofia polacca e alle ontologie di Kazimierz
Twardowski
(1866-1938) e di Roman
Ingarden
(sulla cui convergenza con l’ontologia hartmanniana ha
scritto cose convincenti la Tymieniecka già nel 1957).
Oltre a questo, non va dimenticata l’origine baltico -
tedesca di Hartmann: un’origine condivisa
significativamente da pensatori come Külpe
e Köhler
e che ha lasciato tracce durevoli nella formazione
filosofica di Hartmann, come è stato più recentemente
messo in luce da Harich (1983) e da Wolandt (1983 e 1984).
Possiamo pertanto considerare Hartmann non un
"filosofo tedesco", bensì un "filosofo
mittel-est-europeo di lingua tedesca".
Tra le
università tedesche, quelle in cui Hartmann ha lasciato
la maggiore impronta sono le università di Marburgo e di
Gottinga: è stata quest’ultima ad aver organizzato i
due simposi in onore di Hartmann del 1952 e del 1982, che
hanno costituito due importanti messe a punto sul pensiero
hartmanniano e sulla sua diffusione, oltre che due
occasioni di confronto tra i colleghi più vicini ad
Hartmann il primo, tra gli studiosi di Hartmann il
secondo. A Berlino, invece, l’insegnamento di Hartmann
non è riuscito a depositarsi in modo stabile, soprattutto
per le vicende storiche che hanno assegnato la Humboldt
Universität alla zona orientale e hanno provocato una
progressiva irregimentazione marx-leninista della ricerca
filosofica. Abbiamo già considerato, in negativo, la
questione esaminando la vicenda emblematica di Harich.
Alla fine
degli anni ’30 la teoria della conoscenza hartmanniana
aveva suscitato un certo interesse anche presso
l’università di Würzburg, a partire
dall’impostazione critico – realista tradizionale di
quell’università (ricordiamo che proprio lì aveva
insegnato e fondato la sua scuola Külpe);
questa direzione di ricerca poteva essere particolarmente
promettente, soprattutto per i collegamenti proposti tra
Hartmann e Külpe da una parte, Brentano dall’altra.
Purtroppo, dopo la guerra, questa strada sembra essere
stata abbandonata.
Negli
ultimi venti anni, Hartmann è stato oggetto di studio
anche presso le università di Bonn, dove ha operato tra
il 1967 e il 1977 Gerd Wolandt; di Aquisgrana, dove
insegna attualmente lo stesso Wolandt e dove è stato
costituito, nel Zentrum für Ontologie und
Tranzendentalphilosophie, un Forschungstelle
Nicolai Hartmann; di Monaco, per impulso di H.M.
Baumgartner; di Bamberga, dove insegnano Heinrich Beck e
Erwin Schadel. Degne di nota sono altresì le indagini di
Martin Morgenstern, attualmente incaricato presso
l’università di Saarlandes. Le interpretazioni di
Hartmann sulla filosofia di Platone sono state inoltre
esaminate con attenzione critica dalla cosiddetta
"Scuola di Tubinga", aggregatasi attorno a H. Krämer.
Per
rimanere in area mitteleuropea, al di fuori della Germania
si rileva l’interesse per l’etica di Hartmann da parte
di Jörg Büchli, studioso di teologia presso
l’università di Zurigo. Fortemente orientata in senso
religioso, ma più rivolta verso un’antropologia
filosofica, è anche la ripresa di Hartmann avvenuta negli
ultimi decenni all’università di Innsbruch, per opera
soprattutto di Giovanni
Battista Lotz
e di Emerich Coreth, mentre all’università di Graz, in
cui Rudolf Haller è da anni impegnato
nell’approfondimento della filosofia di Meinong, la
figura di Hartmann è sì tenuta in molta maggior
considerazione rispetto a quella del grande avversario
Heidegger, ma non risulta essere oggetto di
approfondimenti specifici, nemmeno per quanto riguarda le
prossimità tra la sua ontologia e quella meinonghiana.
D'altronde, l’interesse per Hartmann da parte di
ambienti filosofici "brentaniani" è
relativamente recente, nonostante i lavori pionieristici
alla fine degli anni ’30 di H. Pichler, C. Hartlich, H.
Kuhaupt, A. Konrad e, negli anni ’50, dello stesso
Pichler e di A.T. Tymieniecka.
Il
riferimento a quest’ultima autrice ci consente tuttavia
di vedere un terreno propizio alla ripresa di studi
hartmanniani proprio in Polonia, in virtù della presenza
viva qui di due tradizioni ontologiche e realiste
convergenti (senza dimenticare quella legata
all’insegnamento di W.
Tatarkiewicz,
vecchio compagno di studi di Hartmann a Marburgo): la
tradizione che prende le mosse dal circolo fenomenologico
di Gottinga (mediatore Ingarden)
e quella che prende le mosse direttamente
dall’insegnamento di Brentano (mediatore Twardowski).
J. Wolenski, J. Galarowicz, J. Perzanowski e la stessa
Anna Tyminiecka sembrano essere tra gli studiosi più
interessati a seguire questa strada.
Segnali
di ripresa degli studi hartmanniani si registrano anche in
Cechia e in Lettonia, mentre in Ungheria, soprattutto
presso l’università di Budapest, l’interesse per
Hartmann non è mai venuto meno: per decenni associato a
Lukács e alla sua scuola (Heller, Vajda, Márkus), oggi
Hartmann viene riproposto anche in modo autonomo, ad
esempio da Elemer Hankiss.
Spostandoci
dal mondo di lingua tedesca alla Francia, entriamo in un
contesto culturale in cui la filosofia di Hartmann non è
stata fatta oggetto di particolari approfondimenti. Non
mancano certo alcune similitudini con la filosofia di Sartre
e (forse soprattutto) di Merleau-Ponty,
ma non si può non osservare come gli scritti in lingua
francese che hanno preso in considerazione Hartmann siano
dovuti in maggioranza (a parte un articolo di Jean
Vuillemin del 1940, una breve monografia del 1953 di Paul
Ricoeur
e naturalmente le notevoli lezioni tenute alla Sorbona nel
1953 da un "battitore libero" come Jean
Wahl)
ad autori non di origine francese quali Anna Tyminiecka e
Stanislav Breton (polacchi), Lucien
Goldmann
e Nicolas
Tertulian
(rumeni), George Gurvitch (russo). In un saggio del 1996
("The Neurath-Haller Thesis. Austria and the Rise of
Scientific Philosophy", in K. Lehrer e J. C. Marek (a
cura di), Austrian Philosophy Past and Present,
Dordrecht), Barry Smith ci dà una spiegazione plausibile
di questa situazione. Smith parla infatti di una
tradizione franco - tedesca che si è imposta in Francia
dopo la seconda guerra mondiale e che ruota in gran parte
attorno a Heidegger e, in posizione subordinata,
all’ultimo Husserl. Questa tradizione è caratterizzata
in particolare dalla spiccata antipatia per uno stile di
lavoro "scientifico", sostituito spesso da una
sovraesposizione ideologica, e per un’accentuazione
retorica della tematica della "fine" (della
filosofia, dell’uomo, della ragione, del soggetto,
dell’identità, ecc.). Si può intuire la radicale
estraneità – nei contenuti, nello stile, nell’ethos
– della filosofia di Hartmann rispetto a questa
tradizione; ma come ci dice Smith, questa estraneità si
inserisce nella più generale esclusione operata da questa
tradizione rispetto alle scuole brentaniane (compresa
quella di Husserl fino al 1913), rispetto al circolo
fenomenologico di Gottinga, rispetto anche a importanti
correnti di pensiero francesi. Mi ricollego a
quest’ultimo punto soprattutto per sottolineare alcune
consonanze tematiche tra Hartmann e le cosmologie di un Boutroux
o di un Theilhard
de Chardin:
anche in questo caso, tuttavia, la circostanza è stata
sottolineata da uno studioso non francese, l’australiano
Anthony
Kelly.
Situazione
molto diversa è invece quella che si è avuta nel mondo
di lingua spagnola, sicuramente favorita anche dal fatto
che Hartmann fu tra il 1939 e il 1944 co-direttore di
Ensayos y Estudios, rivista che nel 1942 gli dedica un
numero monografico e su cui, nel 1941, esce la prima
versione (in spagnolo) di Neue Ontologie in Deutschland,
pubblicata poi in italiano nel 1943 e in tedesco (su una
rivista turca) solo nel 1946. Particolarmente interessante
è la situazione in America Latina (in cui comprendiamo
anche il Centroamerica e il Messico), dove l’interesse
per Hartmann è sorto alla confluenza tra due tradizioni
"indigene" (una neokantiana ed una neotomista),
i più giovani esponenti delle quali già negli anni ’20
avevano preso l’abitudine di andare a studiare presso le
scuole fenomenologiche tedesche, e l’impulso dato alla
ricerca filosofica dai cosiddetti "transterrados",
cioè dai filosofi spagnoli, in particolare delle
università di Madrid e di Barcellona, fuggiti dopo la
guerra civile: a questo proposito, va osservato che già a
metà degli anni ’30, soprattutto grazie
all’instancabile opera di traduttore e divulgatore di
Manuel García Morente (1886-1942), erano disponibili in
spagnolo, tra l’altro, le principali opere di Brentano e
di Scheler, le Ricerche logiche di Husserl, l’Etica
di Hartmann e numerose opere dei fenomenologi di Gottinga.
In questo contesto, è difficile sottovalutare il ruolo di
educatore e punto di riferimento di Ortega
y Gasset,
"transterrado" egli stesso in Argentina tra il
1939 e il 1942.
Oltre a
Ortega, tra i filosofi spagnoli emigrati in America latina
vanno ricordati José Gaos (1900-1969), traduttore di
Hartmann e approdato all’Universitad Nacional Autonoma
de Mexico (UNAM), che elaborò una versione di storicismo
in cui si cercava di conciliare – alla luce della
filosofia orteghiana – l’ontologia esistenziale di
Heidegger, la psicologia di Dilthey, il neokantismo
marburghese e l’etica materiale di Hartmann / Scheler; Manuel
Granell Muñiz
(1906-1993), approdato all’Universitad Central de
Venezuela e propugnatore di un realismo critico che,
oltrepassando l’opposizione tra idealismo e realismo
ingenuo, giungesse alla logica vitale delle cose; Juan
David García Bacca
(1901-1992), anch’egli approdato all’Universitad
Central de Venezuela e anch’egli propugnatore di un
realismo critico orientato in senso antropologico. Anche
se non fu un "transterrado", va citato pure Xavier
Zubiri
(1898-1983), docente alle università di Madrid e di
Barcellona, che seguì i corsi di Hartmann a Berlino, e
nella cui filosofia motivi provenienti dall’etica
materiale di Scheler - Hartmann, dall’ontologia
esistenziale di Heidegger e dal dibattito epistemologico
contemporaneo hanno trovato una sintesi entro un impianto
neotomista. Infine, su un altro versante, è necessario
ricordare come alcuni interessanti saggi su Scheler e su
Hartmann fossero stati scritti anche da Ramiro
Ledesma Ramos
(1904-1936), leader del nazionalsindacalismo spagnolo (un
movimento di ispirazione fascista) ucciso dai
repubblicani.
Per
quanto riguarda l’Argentina, i centri in cui la
filosofia di Hartmann è stata più studiata sono
sicuramente le università di Córdoba, di Tucumán e di
Buenos Aires. In queste università avviene infatti
un’interessante ibridazione di motivi provenienti dal
neokantismo, dalla fenomenologia di Scheler e di Hartmann,
dalla filosofia dell’esistenza di Ortega e di Heidegger.
Figure centrali in questo contesto sono state sicuramente Carlos
Astrada
(1894-1970) e Francisco Romero (1891-1962), entrambi
docenti a Buenos Aires, università in cui si laurea e poi
opera anche Risieri Frondizi (1910-1983), acuto interprete
di una teoria fenomenologia del valore. A contatto con
questo ambiente si evolve anche la riflessione filosofica
di Rodolfo Mondolfo, docente a Córdoba dal 1940 al 1947,
a Tucumán fino al 1950, a Buenos Aires fino al 1954: tra
il 1942 e il 1955 esconoEn los origines de la filosofia
de la cultura e La comprension del sujeto humano en
la cultura antigua, un testo in cui Mondolfo propone
una filosofia dello spirito oggettivo improntata ad un
realismo umanista in cui risuonano, attraverso la
mediazione di Romero, accenti tipicamente hartmanniani.
Sempre a Buenos Aires ha studiato e insegnato
l’epistemologo Mario
Bunge
(1919-), sulla cui convergenza con la filosofia di
Hartmann ha scritto in modo convincente Martin Morgenstern.
In queste
stesse università, tuttavia, l’etica materiale di
Scheler - Hartmann è al centro anche del rinnovamento del
neotomismo, operato ad esempio a Tucumán da Benjamín
Aybar (1896-1970) e a Buenos Aires da Octavio Derisi.
Analogo è altresì l’interesse per l’etica materiale
mostrato all’università di Montevideo da Juan Llambías
de Azevedo (1907-1972) e alla Universitad Pontificia
Bolivariana da Rafael Virasoro (1906-).
Altri
centri latino-americani che hanno posto attenzione alla
filosofia di Hartmann sono: l’Università di San Marco a
Lima (Perù), con Humberto Chiriboga e Honorio Delgado,
entrambi allievi di Alejandro Deustua (1849-1945) ed
entrambi interessati al personalismo hartmanniano; l’Universidad
Central de Venezuela (Caracas), con Federico Riu Farre
(1925-), interessato, sulle orme di Lukács, a recuperare
Hartmann per una fondazione ontologica del materialismo
storico, e Ernesto Mayz Vallenilla (1925-), più spostato
invece su tematiche heideggeriane; l’università di El
Salvador, con Julio Fausto Fernández (1913-), interessato
al realismo assiologico di Hartmann, riletto in chiave
tomista, e Ignacio
Ellacuría
(1930-1989), laureato in teologia a Innsbruch e seguace di
X. Zubiri, trucidato da soldati salvadoregni il 16
novembre 1989.
Per
quanto riguarda il Messico, la filosofia di Hartmann ha
esercitato un notevole richiamo presso la UNAM di Città
del Messico e attraverso la sua rivista, Dianoia.
Vanno ricordati al proposito Samuel
Ramos
(1897-1959), traduttore di Hartmann e propugnatore di un
umanesimo realista fondato fenomenologicamente, "dal
basso verso l’alto"; Oswaldo Robles (1905-), il
quale recupera Hartmann all’interno di un’ontica
esistenziale di carattere neoscolastico; Francisco Larroyo
(1912-), propugnatore di un personalismo critico di
carattere eclettico, in cui si incrociano influenze dei
neokantiani, di Croce, di Dewey, di Simmel, di Hartmann; Leopoldo
Zea
(1912-), anch’egli vicino a posizioni di tipo eclettico,
all’ombra dell’"ontologia messicana" di
Ramos; e soprattutto Eduardo
García Maynez
(1908-1993), grande filosofo del diritto e allievo di
Hartmann a Colonia e a Berlino.
Recentemente,
un certo interesse per Hartmann e per le tematiche
collegate alla sua filosofia è comparso anche nell’Anuario
Hispano Cubano de Filosofía, negli articoli a firma
di Pablo
Guadarrama Gonzáles.
Per
quanto riguarda infine il Brasile, va fatto riferimento
alla ripresa del "pensiero – problema" di
Hartmann che si può riconoscere nei lavori di Antônio
Paim
(1927-), dell’università federale di Rio de Janeiro.
Diversa e
più complessa è la storia della fortuna di Hartmann nel
mondo di lingua inglese (Regno Unito e Stati Uniti). Qui,
la sostanziale egemonia analitica e logico – positivista
stabilitasi dopo la seconda guerra mondiale ha reso
problematica la diffusione del pensiero hartmanniano,
nonostante già negli anni ’30 fossero stati tradotti
alcuni testi di Hartmann. Non è un caso che, fino al
1980, di significativo su Hartmann in lingua inglese
troviamo (a parte l’interesse mostrato da von
Bertalanffy e gli scritti pionieristici di Mohanty, il
quale però insegna a Calcutta fino al 1972 e arriva negli
Stati Uniti solo nel 1973) solo un articolo di M. Landmann
per Philosophy and Phenomenology Research
(1942-43), uno di H. Kuhn per The Philosophical
Quarterly (1950-51), uno di J.E. Smith per la Review
of Methaphysics (1954), un libro monografico,
l’unico uscito, di O. Samuel (1954) e le pagine dedicate
a Hartmann nel classico The Phenomenological Movement
di H. Spiegelberg (1960). Ancora nel 1966, nel suo A
Hundred Years of Philosophy, per decenni vero e
proprio breviario del filosofo di lingua inglese, John
Passmore così presentava Hartmann (nel capitolo "Recalcitrant
Metaphysician"): "La sua Etica (1925) è
stata tradotta in inglese (1932); i suoi scritti
ontologici, di cui sono apparsi cinque volumi tra il 1933
e il 1950, non sono stati invece molto letti in Gran
Bretagna o in America. Ciò non deve sorprendere. Nella
predominante atmosfera critico – analitica della
filosofia britannica contemporanea, l’ambizioso
tentativo di Hartmann di costruire una ’teoria
dell’essere’ difficilmente può essere letto con
simpatia, anche se il suo attacco alla tradizione
cartesiana potrebbe essere recepito con maggior
favore" (pp. 318-319: traduzione mia). Per alcuni
aspetti, Passmore aveva effettivamente ragione, ma la
situazione diventa meno limpida se, anziché sottolineare
unilateralmente l’"atmosfera critico –
analitica", facciamo attenzione anche alla presenza
profonda di correnti critico – realiste, indotte
originariamente dalla lettura di Lotze,
Brentano,
Wundt,
che percorrono la filosofia anglo – americana della
prima metà del secolo e che di fatto offrono un terreno
favorevole per una lettura più simpatetica
dell’ontologia di Hartmann. Già Samuel
Alexander
(1859-1938), docente a Oxford e a Manchester, aveva
interpretato Kant in termini realisti, proponendo
un’ontologia che introduceva la nozione di "livelli
di realtà", e sulla stessa linea, con riferimenti
diretti a Hartmann, Ward, Stout e lo stesso Alexander,
troviamo un docente di origini nord – indiane a
Cambridge, Allama
Iqbal
(1882-1938). Ma i riferimenti più significativi sono
soprattutto alla cosmologia di Alfred
North Whitehead
(1861-1947), elaborata dopo il suo trasferimento a Harvard
del 1924 e le cui convergenze con la filosofia della
natura di Hartmann sono state studiate da Jitendra Mohanty;
alla teoria dei "regni dell’essere" di George
Santayana
(1863-1952), anch’egli docente a Harvard (1889-1912); al
"naturalismo dell’emergenza" di Roy
Wood Sellars
(1880-1973), docente dell’università del Michigan, e più
in generale al gruppo di coautori del volume Essays in
Critical Realism (1920). Comune a questi pensatori è
una decisa professione di realismo congiunta al rifiuto di
posizioni monistiche e all’affermazione che la realtà,
di cui fa parte anche l’attività cognitiva dell’uomo,
è articolata per livelli, dotati di strutture specifiche,
tra i quali vi può essere continuità o salto: temi
questi che anche Hartmann aveva posto stabilmente al
centro della propria riflessione. Non voglio certo
proporre qui la tesi di un rapporto diretto tra Hartmann e
il realismo critico americano: voglio invece, a parziale
correzione della tesi di Passmore, mostrare come
all’interno della tradizione anglo - americana fossero
presenti, e non in modo marginale, correnti in grado di
recepire e discutere la filosofia di Hartmann.
Osservazione,
quest’ultima, che viene rafforzata da un’ulteriore
osservazione, concernente i modi di diffusione della
fenomenologia negli Stati Uniti. Protagonista di questa
diffusione fu soprattutto Marvin
Farber
(1901-1980), allievo di Husserl a Friburgo e fondatore
della International Phenomenological Society, in
grado di fare dell’università di Buffalo un importante
centro del movimento fenomenologico. La posizione di
Farber era decisamente critica nei confronti del pensiero
husserliano dopo il 1913, e in particolare nei confronti
degli sviluppi heideggeriani. Il suo interesse si
rivolgeva soprattutto verso l’Husserl d’inizio secolo,
e in questo la sua prospettiva convergeva naturalmente con
quella del circolo fenomenologico di Gottinga e finiva per
adottare un tema caro a Hartmann: la fenomenologia è
essenzialmente metodo rigoroso. L’obiettivo di Farber
era quello di innestare la fenomenologia sul tronco della
tradizione naturalistica e epistemologica statunitense.
Non meraviglia così che, negli anni Trenta, approdarono a
Buffalo dall’Europa fenomenologi distanti dalle
prospettive tardo – husserliane come Moritz
Geiger
e il viennese Alfred
Schütz
(1899-1959), e che per molto tempo al nome di Husserl
negli Stati Uniti furono associati i nomi di Scheler, di
Hartmann, dei fenomenologi di Gottinga, non certo quello
di Heidegger. Va osservato che l’università di Buffalo
ha mantenuto, nel corso degli anni, questa vocazione, oggi
ben interpretata da Barry
Smith.
Tra le
altre università statunitensi in cui Hartmann è stato
recentemente o è tuttora oggetto di interesse, ricordo la
Florida State University (per impulso di William H.
Werkmeister) e la Temple University, dove insegna Jitendra
Mohanty, già allievo di Hartmann a Gottinga e professore
all’università di Calcutta fino al 1972, nel quale
l’interesse per l’antico maestro si accompagna ad una
forte attenzione per tematiche di religione indiana.
Prima di
concludere con la fortuna di Hartmann in Italia, è
doveroso qualche accenno anche alla Turchia e più in
generale al mondo islamico.
La
ricerca filosofica in Turchia già alla fine del XIX
secolo aveva cominciato ad avvicinarsi alla filosofia
tedesca (complici anche le vicende politiche che videro il
progressivo imporsi del movimento dei Giovani Turchi);
negli anni Trenta la Turchia diventa luogo di emigrazione
di intellettuali tedeschi, come Reichenbach;
nel 1946 è sulla rivista legata all’università di
Istanbul, il Felsefe Archivi, che esce per la prima
volta in tedesco "Neue Ontologie in Deutschland".
Proprio all’università di Istanbul la filosofia di
Hartmann ha avuto una larghissima diffusione tra gli anni
Cinquanta e Settanta, come ad esempio nel pensiero di Takiyettin
Mengusoglu,
all’interno di un processo di forte laicizzazione
dell’indagine filosofica. Purtroppo, problemi di
traduzione e di marginalità rispetto ai principali flussi
di comunicazione filosofica hanno reso finora impossibile
alla comunità internazionale accedere a questi studi.
Orientato
in senso teologico e interno alla tradizione
dell’aristotelismo islamico, è l’interesse per
Hartmann emerso nelle scuole teologiche iraniane tra gli
studiosi di Muhammad ibn Ibrahim al Qawami al Shirazi (Mulla
Sadra),
che hanno dato vita al Sadra Islamic Philosophy Research
Institute di Teheran. Anche venata da suggestioni
islamiche, ma più legata a stili filosofici occidentali
(in particolare anglosassoni), è la presenza di Hartmann
nel contesto della rinascita della filosofia di Allama
Iqbal che si sta sviluppando in Pakistan, e che ha il suo
maggior protagonista in Muhammad Maruf, dell’università
del Punjab (Lahore).
Concludiamo
con l’Italia, certamente una delle nazioni in cui la
filosofia di Hartmann ha avuto maggior fortuna (per
quanto, non dimentichiamo, della quadrilogia ontologica
risulta al momento tradotto solo Zur Grundlegung der
Ontologie). Analogamente a quanto avvenuto in area
ispanica, anche in Italia l’interesse per Hartmann è
nato fin dall’inizio in due ambiti distinti: quello
legato alla neoscolastica (o più in generale alla
filosofia neoclassica) e quello legato al processo di
transizione dal neokantismo alla fenomenologia. È curioso
notare come i due movimenti si impongano, quasi
contemporaneamente (anni Trenta), nelle due università
milanesi, la Cattolica e la Statale.
In
assoluto, il primo filosofo italiano a parlare in modo
significativo di Hartmann è stato nel 1926 Antonio
Banfi
(1886-1957), non ancora docente dell’Università Statale
di Milano, cui approda nel 1933. Che questa data
rappresenti, a tutti gli effetti, l’inizio del decollo
degli studi hartmanniani in Italia è dimostrato
dall’uscita due anni dopo di un importante articolo
sulla filosofia morale di Hartmann del maestro di Banfi, Piero
Martinetti
(1872-1943), la figura di maggiore spicco alla facoltà di
Filosofia della Statale. Questo decollo, che giunge al
numero monografico dedicato nel 1943 a Hartmann da Studi
Filosofici, vede come protagonisti i giovani
assistenti di Banfi, in particolare Enzo Paci (1911-1976),
Dino
Formaggio
(1914-) e il già più volte citato Remo Cantoni, primo
traduttore di Hartmann in Italia e probabilmente il
pensatore italiano più vicino all’ethos filosofico
hartmanniano.
Solo
pochi anni più tardi, anche Sofia Vanni Rovighi
(1908-1991), dell’Università Cattolica, presenta
l’ontologia di Hartmann sulle pagine della Rivista di
Filosofia Neoscolastica, aprendo così un campo
parallelo di recupero della filosofia hatmanniana, in
connessione con alcuni sviluppi realisti della
fenomenologia di Gottinga.
Nei
decenni successivi alla guerra, i due centri "hartmanniani"
proseguono la loro attività: il gruppo banfiano rimane
operativo, negli anni Cinquanta e Sessanta, tra la Statale
di Milano e l’università di Pavia: ad esso possiamo
aggiungere, pur essendo allievo di Barié e non di Banfi, Leo
Lugarini
(1920-). Cantoni prosegue il suo notevole lavoro di
diffusione della filosofia di Hartmann, della cui estetica
Formaggio inizia un importante lavoro di recezione, mentre
Paci ospita sulla sua rivista, Aut Aut, diversi
contributi sulla sua filosofia. Negli anni Sessanta,
periodo in cui Formaggio insegna a Padova, anche
quell’università contribuisce alla diffusione in Italia
del pensiero hartmanniano: dietro impulso di Formaggio,
nel 1969 Massimo
Cacciari
(1944-) traduce parte di Möglichkeit und Wirchlichkeit
e di Ästhetik.
La
"seconda generazione", cioè gli allievi dei
componenti del primo gruppo, ha progressivamente diminuito
i riferimenti diretti a Hartmann, ma ha mantenuto spesso
l’uso di categorie e di impostazioni metodologiche
hartmanniane.
L’impulso
di Vanni Rovighi è stato invece decisivo per le ricerche
hartmanniane condotte da Francesco Sirchia, da Gianfranco
Morra e da Giancarlo Penati, ma può essere altresì
considerato all’origine dell’interesse, in verità
piuttosto effimero, maturato nel gruppo genovese di
Michele Federico Sciacca (1908-1975) e di quello, ben più
corposo, maturato nel gruppo torinese di Augusto Guzzo
(1894-1986). Proprio l’università di Torino va
considerata, a partire dal dopoguerra, il terzo grande
centro di diffusione del pensiero hartmanniano, con Vittorio
Mathieu
(1923-), Corrado Rosso e soprattutto Francesco
Barone
(1923-), autore nel 1948 della prima monografia completa
su Hartmann e che può essere finora considerato, con Remo
Cantoni, il principale interprete hartmanniano in Italia.
Interessante
infine, ma al momento senza seguito, è stato il tentativo
di Rosario
Assunto
(1915-1994), docente di estetica all’università di
Urbino e allievo di Pantaleo Carabellese (1877-1948), di
mettere in evidenza le simmetrie tra le ontologie critiche
di Hartmann e di Carabellese.
Tra gli
studiosi italiani che con più incisività sono oggi
impegnati sulla filosofia di Hartmann o utilizzano
esplicitamente categorie hartmanniane, dobbiamo
sicuramente fare riferimento a Antonio Da Re,
dell’università di Padova, interessato soprattutto a
questioni di etica materiale e di antropologia filosofica,
a Giancarlo Penati, dell’Università Cattolica di
Milano, allievo di Sofia Vanni Rovighi e traduttore di Neue
Wege der Ontologie, a Alfredo
Marini,
dell’Università Statale di Milano, allievo di Remo
Cantoni e traduttore di Das Problem des geistigen Seins,
e a Alberto Peruzzi, dell’università di Firenze,
interessato a questioni di teoria delle categorie, di
cosmologia e di ontologia formale.
Alla fine
di questa "ricognizione geografica" della
fortuna di Hartmann, proviamo a fare, almeno
provvisoriamente, il punto sulla sua attualità.
L’impressione è che la crescita di interesse per la
filosofia di Hartmann cui stiamo assistendo non sia dovuta
solo a questioni "celebrative" (nel 2000 ricorre
il cinquantenario della morte), ma soprattutto ad un
cambiamento complessivo di clima: è tornata in auge la
pazienza del lavoro scientifico e analitico e si è
ridestato l’interesse per questioni ontologiche e
cosmologiche. Sempre più spesso viene richiesto alle
teorie (anche quelle che praticano territori in passato
fortemente deontologizzati, come l’epistemologia, la
semantica, la teoria dei valori) di esplicitare la propria
ontologia di riferimento. In questa situazione, più che
di un ritorno a Hartmann, magari in una prospettiva
scolastica, dobbiamo parlare di una sua reinterpretazione
e di un suo inserimento nel dibattito attuale, che
comportano la disseminazione di teorie hartmanniane
settoriali in filosofie anche distanti dall’impostazione
complessiva di Hartmann.
Alcuni
aspetti del pensiero hartmanniano risultano, in effetti,
superati o da aggiornare: penso soprattutto alla teoria
del rispecchiamento, all’etica materiale e a tutte le
problematiche che oggi sono collocate all’incrocio tra
ontologia e teoria del linguaggio. C’è a questo
riguardo in Hartmann una rigidità platonica che non solo
tende ad "ingessare" il progetto di ontologia
critica, ma rende obiettivamente difficile il dialogo con
alcuni degli sviluppi più vitali del dibattito filosofico
contemporaneo: penso ad esempio agli sviluppi delle
scienze cognitive (in relazione alla teoria della
conoscenza) e a quelli dell’ontologia formale (in
relazione alla filosofia del linguaggio). Da aggiornare
sembra essere altresì la filosofia dello spirito e
l’antropologia filosofica che vi è connessa, poco in
grado di catturare le radici effettive della socialità
umana.
Sicuramente
attuali, e in grado di offrire ancora oggi un contributo
importante al dibattito filosofico, sono invece la teoria
della stratificazione, che per valore euristico può
essere considerata un’acquisizione scientifica
definitiva, e l’indicazione metodologica di tenere
chiaramente distinti pensiero – problema e pensiero –
sistema, affidando alla fenomenologia un’essenziale
funzione aporetica.
Ritengo
che un lavoro di reinterpretazione del pensiero di
Hartmann, che ne salvaguardi l’impostazione ontologico -
critica e l’ethos filosofico complessivo, possa
procedere lungo quattro direzioni:
- ripercorrere
a ritroso, e per così dire "contropelo", la
storia della filosofia degli ultimi centoventi anni,
per riportare alla luce teorie e tradizioni che,
nell’opposizione tra "analitici" e
"continentali" così come si è sviluppata
negli ultimi cinquant’anni, hanno perso gran parte
della loro visibilità;
- scandagliare
le simmetrie di contenuto, di metodo e di stile tra
l’ontologia critica di Hartmann e analoghi progetti
teorici sviluppatisi negli ultimi centoventi anni, con
particolare attenzione per la tradizione critico –
realista presente nella filosofia anglo – americana;
- mettere
in relazione la discussione su Hartmann con la
rinascita della filosofica austriaca, e più in
particolare della tradizione brentaniana, e con il
rinnovato interesse per i fenomenologi di Gottinga;
- conservare
rigorosamente l’importante indicazione di Hartmann,
secondo cui va garantita la capacità della filosofia
di acquisire sempre, e in modo categorialmente
corretto, i risultati della ricerca scientifica, nei
suoi diversi ambiti.
La
speranza è che, con l’occasione delle celebrazioni del
2000, gli studi hartmanniani possano davvero orientarsi,
anche con spregiudicatezza, in queste direzioni.
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