Richard Hare

 


a cura di
Matteo Berlanda

Richard Mervyn Hare è nato il 21 marzo 1919 a Blackwell, vicino Bristol, da Charles Francis Aubone Hare e Louise Kathleen Hare (già Simonds).
Fu educato alla Rugby School ed al Balliol College di Oxford (1st cl. Classical Honour Mods. 1939, 1st cl. Lit. Hum. 1947, BA and MA 1947).
Durante la seconda guerra mondiale fu arruolato nel 1940 nella Royal Artillery, fu tenente dell’Indian Mounted Artillery nel 1941 e prigioniero di guerra a Singapore e lungo la Burma-Thailand Railway dal 1942 al 1945.
Sposò, nel 1947, Catherine Verney, dalla quale ha avuto quattro figli.
Ha svolto presso l’Università di Oxford i seguenti incarichi: Fellow e Tutor in filosofia al Balliol College, 1947-66 (Hon. Fellow dal 1974); Lecturer in filosofia, 1951-66; Wilde Lecturer in Natural and Comparative Religion, 1963-66; White Professor in filosofia morale e Fellow del Corpus Christi College, 1966-81 (Hon. Fellow dal 1983).
E’ stato poi Graduate Research Professor di filosofia all’Università della Florida, Gainesville, dal 1983 al 1994.
Inoltre è stato Visiting Fellow o Professor: al Council of Humanities presso l’Università di Princeton (1957); all’Institute for Advanced Studies presso l’Università Nazionale Australiana, a Canberra (1966); presso l’Università del Michigan, ad Ann Arbor (1968); presso l’Università del Delaware, a Newark (1974); al Center for Advanced Study in the Behavioural Sciences presso l’Università di Stanford (1980); presso l’Università di Unisa e altre università Sudafricane (1985); presso il Centre for Human Bioethics dell’Università di Monash (1987 e 1993); presso le università di Kyoto, Osaka, Nagoya e Tokyo (1988); presso la FSU di Tallahassee (1990-94); alle Axel Hägerström Lectures all’Università di Uppsala, 1991.
E’ stato membro de: National Road Safety Advisory Council, 1966-1968; Church of England Working Parties on Ethical Questions, 1960-74; Church of England Board for Social Responsibility, dal 1962; Presidente della Aristotelian Society, 1972-73.
Ha ricevuto i seguenti riconoscimenti: Fellow della British Academy (1964); Tanner Award (1973); Foreign Hon. Member dell’American Academy of Arts and Sciences (1974); Hon. Ph.D. all’Università di Lund (1991).

 

Breve presentazione della filosofia di R.M.Hare

Cercheremo di dare uno sguardo generale e panoramico sulla filosofia di Richard Mervyn Hare, mossi dalla domanda: quali sono i principali elementi teoretici e storiografici necesari per una comprensione della filosofia di R.M.Hare nel contesto della filosofia inglese del XX secolo?
In primo luogo mi sembra opportuna qualche breve riflessione sui pochi elementi del metodo di lavoro di Hare.
Molto interessante risulta, in primo luogo, l’abitudine di Hare di iniziare ogni nuovo libro con una serie di capitoli riassuntivi del contenuto qualificante delle sue opere (libri e saggi) precedentemente pubblicate. L’interesse risiede nel fatto che Hare, ogniqualvolta si trova a dover fare riferimento alle sue pubblicazioni precedenti, non si limita a ripeterne le tesi senza alcuna variazione, ma le rielabora in una nuova forma e, al limite, le rivede sì da tener conto del dibattito da esse suscitato. Esempi significativi di tale attenzione al risultato del dibattito coi suoi colleghi sono rinvenibili in Freedom and Reason e in Moral Thinking, ove Hare dice esplicitamente che in The Language of Morals «my own terminology [...] was slovenly». Hare dunque non fu affatto pregiudizialmente restio a correggere la sua teoria, anche se, come abbiamo avuto modo di notare in particolare nei suoi interventi del periodo 1964-1997, le rettifiche effettivamente apportate riguardarono solo aspetti marginali del suo prescrittivismo che peraltro rimane sostanzialmente immutato (o quantomeno secondo Hare rimane immutato) lungo tutta la sua carriera.
Notevolmente più rilevante è un altro aspetto dell’approccio di Hare ai problemi filosofici: Hare, come spesso avviene per i filosofi analitici inglesi, è molto disinvolto nel citare i grandi filosofi del passato, spesso si limita a citare in nota riferimenti sommari al passo in cui è contenuta l’idea che egli richiama e raramente ritiene necessario riportare il passo stesso. Un ottimo esempio di questo atteggiamento, che ci permette allo stesso tempo di esplicitare qualche perplessità sulla sua tesi dell’equivalenza tra la tesi dell’universalizzabilità e l’utilitarismo, ci è fornito dal trattamento da Hare riservato alla teoria etica kantiana; Hare - nell’attribuire alla morale kantiana un’impostazione compatibile con il suo utilitarismo - cita quasi esclusivamente la Grundlegung zur Metaphysik der Sitten e non sembra ritenere rilevanti (raramente li cita) i numerosi passi della Kritik der Praktischen Vernunft e della stessa Kritik der Reinen Vernunft ove Kant delineò il contesto teorico entro il quale andava inserita l’autonomia della morale e lo stesso imperativo categorico, ossia l’assoluta e necessaria mancanza di contenuti della sua etica, che non avrebbe mai permesso che i desideri e le preferenze individuali risultassero rilevanti nei contesti morali.
Senza voler con questo giustificare le sue imprecisioni, dobbiamo però indicare una possibile causa della "disinvoltura storiografica" di Hare nel carattere apertamente teoretico della sua ricerca: Hare non si propone, se non sporadicamente, obiettivi d’indagine storiografica, non intende cioè relazionare circa e confrontarsi con le risposte altrui ai problemi filosofici che lo interessano, ma è un filosofo che cerca di trovare le soluzioni ai problemi posti facendo affidamento solo sul proprio personale metodo filosofico: l’analisi del significato dei termini del linguaggio morale ordinario.
Il carattere prevalentemente teoretico della filosofia analitica inglese è peraltro un dato ormai acquisito dalla storiografia filosofica di questo secolo e si configura quasi come una discriminante programmatica. Per quanto detto, dunque, Hare appartiene a pieno titolo alla tradizione analitica anche da questo punto di vista.

Un’altra breve osservazione va dedicata all’attenzione di Hare per gli aspetti logico-formali dell’indagine filosofica; Hare si dimostra sempre interessato alle questioni formali e alla possibilità di strutturare sistemi di logica modale entro cui inscrivere una specifica logica deontica, ma il suo interesse sembra comunque essere quello di un osservatore almeno parzialmente "esterno". Se si confrontano ad esempio gli scritti di filosofi come A.Ross o G.H.von Wright con quelli di Hare si nota presto la notevole distanza tra i rispettivi approcci all’indagine etico-morale: mentre per i primi il compito della filosofia analitica nel campo dell’etica sembra essere proprio quello di costruire modelli logici formalmente ineccepibili, per Hare invece sembra essere prioritaria l’indagine linguistica e, per così dire, empirica del fatto ‘moralità’, mentre la modellizzazione è relegata al ruolo di organizzazione delle informazioni cui l’indagine linguistica perviene.

 

Le tesi principali della filosofia di Richard Mervyn Hare

Per rispondere alla domanda principale che dobbiamo porci in sede storica, "quali sono i pricipali elementi teoretici e storiografici necessari per una comprensione della filosofia di R.M.Hare nel contesto della filosofia inglese del XX secolo?", delineare una ricostruzione sintetica e completa della filosofia di Hare e quindi cercare di trovare il suo "posto" all’interno della storia della filosofia inglese del ’900, è opportuno rivolgere la nostra attenzione agli intenti che ci eravamo proposti all’inizio del nostro lavoro. L’intento iniziale fu quello di analizzare in modo particolare quella parte della produzione filosofica di Hare in cui, al pari di tanti altri filosofi inglesi agli inizi degli anni ’70, egli spostò la sua attenzione dall’indagine metaetica della struttura formale dei discorsi morali all’applicazione pratica dell’etica a problemi morali concreti. Via via che il nostro lavoro procedeva ci siamo però accorti della relativa marginalità, nell’economia complessiva del pensiero di Hare, delle applicazioni pratiche dell’etica; i problemi concreti infatti da un lato svolsero certamente una funzione di stimolo della sua riflessione e, dall’altro, altrettanto sicuramente sono da lui considerati come il naturale "campo di prova" della bontà delle varie teorie etiche, ma - ci siamo convinti durante la nostra ricerca - la parte più importante dell’opera di Hare è proprio "ciò che sta nel mezzo" a questo duplice ruolo dei problemi concreti.
In mezzo stanno i due passaggi teorici fondamentali che abbiamo cercato di evidenziare suddividendo l’analisi delle opere di Hare nei due periodi 1949-63 e 1964-97; tali passaggi sono, dunque,
(1a) la costruzione di una metaetica puramente formale e contenutisticamente neutrale a partire da quelle che Hare chiama «intuizioni linguistiche» o «nozioni logico-concettuali»; e
(2a) il passaggio dal piano metaetico a quello normativo o sostanziale con l’individuazione del nesso (quasi di necessità logica) tra le tesi principali del prescrittivismo universale e l’utilitarismo dell’atto.
Questi due passaggi fondamentali vanno poi compendiati ognuno di un’indispensabile parte altrettanto importante anche se meno evidente; sono
(1b) la designazione della struttura semiotica generale entro cui s’inscrive la logica dei discorsi morali, e
(2b) l’applicazione della teoria metaetica e dei suoi sviluppi utilitaristici ai problemi morali concreti.
Per quanto riguarda (1b), la parte forse più metodologica e "analitica" in senso stretto della riflessione di Hare, il suo interesse per le questioni di pertinenza di questo ambito non sembra essere diminuito col passare degli anni, ma, anzi, sembra costantemente teso al conseguimento di forme sempre più raffinate di analisi logico-linguistica; testimonia questo perdurante interesse il fatto che l’esordio sulla scena filosofica di Hare, con il saggio Imperatives Sentences, e ancora il suo ultimo (sino ad oggi) saggio di un certo peso teorico, Some Sub-Atomic Particles of Logic, concernono entrambi una ricostruzione degli speech-acts tipici del linguaggio morale basata sull’analisi del linguaggio morale ordinario.
Il fondamento metodologico della filosofia di Hare può essere riassunto come segue: il metodo filosofico dell’analisi del linguaggio ordinario consente di esplorare il proprio oggetto (nel nostro caso il linguaggio morale) e di scoprirne il ‘significato’, cioè, principalmente, le proprietà logiche fondamentali dei suoi termini e dei suoi enunciati tipici. Questa esplorazione in Hare è sensibilmente influenzata dalla metodologia proposta da J.L.Austin, anche se Hare se ne discosta in modo significativo in punti qualificanti, ed ha come strumento analitico principale la suddivisione degli enunciati normativi in una serie di elementi costitutivi: il «frastic», il «neustic», il «tropic» ed il «clistic», rispettivamente denotanti il riferimento fattuale e l’assenso dato all’enunciato, il suo modo grammaticale e la sua completezza sintattica. L’attenzione invece alla possibiltà di costruire un sistema completamente formale di logica modale deontica non caratterizza l’opera del nostro autore.
Per quanto concerne invece i risultati da Hare raggiunti attraverso questa sua analisi durante quello che abbiamo definito il primo momento della sua filosofia, conviene prendere le mosse dalla breve prefazione da lui stesso preposta alla traduzione italiana di The Language of Morals; in essa si delineano molto chiaramente i cardini dell’intero programma filosofico dicendo:

I problemi fondamentali dell’etica sono quelli relativi alla teoria del significato. [...] Quando la teoria del significato viene a trattare delle differenze di significato tra enunciati di diversi modi grammaticali, essa non può venire separata dalla teoria degli speech-acts. [...] Ma oltre a indagare più a fondo sulle basi teoriche dell’etica, è necesario anche mettere alla prova le teorie etiche applicandole a problemi pratici.

I tre concetti chiave della filosofia di Hare tra il 1949 e il 1963 sono dunque quelli di ‘teoria del significato’, di ‘teoria degli speech-acts’ (o, più generalmente, di ‘teoria dell’uso nel linguaggio ordinario’) e di ‘applicazioni pratiche della teoria’.
Dalla disamina della produzione letteraria di Hare condotta in questa tesi possiamo in primo luogo notare come il lavoro concernente il chiarimento e l’organizzazione di queste prime nozioni fondamentali, pur presentando una concentrazione degli interventi maggiormente innovativi nel primo periodo, copre l’intero arco della sua carriera.

In estrema sintesi, le tesi da Hare proposte rispetto alla costruzione della sua prospettiva metaetica sono le seguenti (per non citare che le più rilevanti tra quelle che abbiamo affrontato in questo nostro lavoro):

(a) la metaetica deve occuparsi soltanto delle questioni formali relative al linguaggio usato per parlare moralmente, e cioè in particolare delle proprietà logiche dei termini morali; tali proprietà sono:

(b) la prescrittività, cioè la proprietà per cui se enuncio il giudizio morale ‘si deve fare X’ allora con ciò stesso sottoscrivo l’imperativo singolare rivolto a me stesso ‘fa’ X/farai X’; e

(c) l’universalizzabilità, cioè la proprietà per cui prescrivendo ‘si deve fare X’ implicitamente sottoscrivo l’ulteriore prescrizione ‘chiunque, in situazioni simili per gli aspetti rilevanti, deve fare X’.

(d) I giudizi morali vengono così ad essere costituiti da due significati differenti: il significato prescrittivo, consistente nel lodare o raccomandare un’azione e responsabile del ruolo di guida del comportamento tipico della morale, ed il significato descrittivo, consistente nella descrizione fattuale delle situazioni e delle azioni prescritte e responsabile della proprietà dell’universalizzabilità; tra questi due significati vige un rapporto di

(e) consequenzialità e sopravvenienza, cioè una relazione per cui (e1) non si possono dare giudizi differenti se non vi sono differenze rilevanti tra i casi e per cui, allo stesso tempo, (e2) non si può dedurre alcun giudizio morale dal solo elemento descrittivo del significato; ciò equivale a considerare l’elemento prescrittivo come il carattere specifico dei giudizi morali.

Tale impostazione consente, tra l’altro, a Hare di sviluppare una puntuale e ben strutturata

(f) critica alle teorie etiche naturalistiche, intuizionistiche ed emotivistiche, delle quali peraltro egli riprende le istanze fondamentali, rispettivamente:

(f1) la sopravvenienza e consequenzialità dei giudizi morali;

(f2) la non-analiticità dei principi morali e l’impossibilità di ritenere veri giudizi contradditori;

(f3) la possibilità di includere elementi non-descrittivi nel significato dei termini morali.

Inoltre completa il quadro e ne fornisce la motivazione più profonda e duratura la difesa della

(g) fondamentale libertà di adottare qualsivoglia prescrizione e, contemporaneamente, la difesa della

(h) razionalità del ragionamento e del discorso morale, resa possibile dalla proprietà dell’universalizzabilità e anche attraverso l’argomentazione della

(i) possibilità di costruire inferenze tra giudizi morali, tra imperativi e tra giudizi morali e imperativi.

Per quanto riguarda invece il secondo momento teorico fondamentale, il passaggio dalla metaetica prescrittivista universale all’etica normativa utilitarista, esso viene abbozzato almeno a partire da Freedom and Reason (1963), ma raggiunge una solida fondazione solo nei saggi sull’utilitarismo pubblicati a metà degli anni ’70 ed è completato soltanto con il libro Moral Thinking (1981). I temi centrali della riflessione di Hare in questo secondo periodo cambiano sensibilmente rispetto a quelli del periodo precedente e, per quanto l’intento di Hare fosse quello di mantenerli uniti in una consequenzialità poco meno che necessaria, la discontinuità tra l’indagine metaetica puramente formale e l’etica normativa utilitarista venne da molti autori indicata come la principale responsabile degli aspetti meno convincenti della filosofia di Hare. Le tesi principali di questo secondo periodo sono le seguenti:

(l) esiste una stretta dipendenza tra il prescrittivismo universale, la teoria metaetica elaborata nel periodo precedente, e l’utilitarismo; quest’ultima etica normativa è il naturale (e quasi necessario) esito della ricerca metaetica.

La relazione di dipendenza prevede infatti che

(m) il pensiero morale fondato sulla metaetica prescrittivista e universale consti di due componenti, una formale (le proprietà logiche dei termini morali) e una sostanziale (le preferenze di fatto), e che

(n) la sola componente formale «generate certain method of substantial normative moral thinking», cioè

(o) un pensiero morale utilitaristico strutturato su due diversi livelli:

(p) il livello intuitivo, preposto all’applicazione concreta dei principi morali, e

(q) il livello critico, che ha invece il compito di scegliere i principi da applicare e di risolvere i conflitti tra principi, e che è formalizzabile nell’equazione: giudizio moralea = preferenzaa (prescr., univer.) = s (sommatoria a...n prefa ...prefn); (questi due livelli del pensiero morale, ricordiamolo, si aggiungono al livello metaetico).

(r) Tale strutturazione della riflessione morale su tre livelli concatenati (metaetico/critico/intuitivo), rende possibile considerare l’utilitarismo come un’etica sia sostanziale che, al tempo stesso, neutrale quanto ai contenuti.

Nel contesto della difesa dell’utilitarismo vengono inoltre sostenute tesi rispetto alla

(s) identità tra prescrizioni e preferenze (se ‘preferisco fare X’, allora necessariamente prescrivo ‘devo fare X’ e viceversa), anch’essa funzionale alla possibilità della coesistenza di prescrittivismo e utilitarismo, e alla

(t) necessità di considerare possibile la comprensione, l’assunzione individuale e la comparazione delle preferenze e dei desideri delle altre persone.

Tale difesa, infine, è condotta anche attraverso

(u) la tesi storiografica della convergenza teorica tra morale universalista kantiana e morale utilitarista.

 

Le tesi di Hare nel contesto filosofico inglese

La filosofia di Hare va inserita in un contesto filosofico piuttosto vivace, dove questioni anche di secondaria importanza vennero dibattute a lungo specialmente sulle principali riviste di filosofia teoretica (American Philosophical Quarterly, Analysis, The Journal of Pilosophy, Mind, Monist, Philosophy, Philosophical Review, Philosophical Quarterly, Philosophical Studies, Proceedings of the Aristotelian Society) e di filosofia morale applicata (Bioethics, Business and Professional Ethics Journal, Ethics, Journal of Medical Ethics, Journal of Value Inquiry, Monash Bioethics Review, Philosophy and Public Affairs, Professional Ethics).

I molti dibattiti e le innumerevoli discussioni circa le tesi di Hare che si svolsero su queste riviste, nelle opere collettive e nei libri di filosofia morale coinvolsero molti tra i principali filosofi inglesi e americani; gli interlocutori principali di Hare furono: i cosiddetti descrittivisti, tra i quali ricordiamo G.E.M.Anscombe, P.T.Geach, Ph.R.Foot e G.J.Warnock, da sempre impegnati a cercare fatti morali da contrapporre al sostanziale non-descrittivismo dei giudizi morali prescrittivisti; qualche rappresentante inglese del materialismo marxista come M.Cornforth, critico verso la matrice nascostamente liberale della morale prescrittivista; i filosofi per certi aspetti "sulla stessa linea d’onda" di Hare (W.D. Hudson, J.Mackie, P.Singer, D.Parfit, I.Persson e N.Rescher), che svilupparono ed emendarono le tesi di Hare sia nella loro componente formale e metaetica che nei suoi risvolti pratici; i sostenitori della teoria "dell’osservatore ideale" come R.B.Brandt, che rilevò i numerosi punti di contatto tra le proprie tesi e quelle di Hare, e quelli della teoria dei "contraenti razionali" come J.Rawls, che cercò invece di ignorare ogni possibile somiglianza; utilitaristi del calibro di A.K.Sen e J.C.Harsanyi e anti-utilitaristi radicali come B.Williams; infine autori del calibro di R.B.Braithwaite, W.K.Frankena, E.Gellner, S.Hampshire, A.MacIntyre, R.Montague, A.Ross, J.Searle, S.E.Toulmin e J.Wisdom il cui interesse per i testi di Hare sembra essere sempre genuino e, se non benevolo, quanto meno solitamente ben informato e consapevole della centralità delle domande poste dalla sua riflessione.

Quale fu - ci chiediamo ora - l’atteggiamento prevalente tra questi autori nei confronti della complessiva prospettiva filosofica di Hare?

Ponendo questa domanda ci proponiamo di individuare quali tra le succitate tesi di Hare abbiano più inciso nel dibattito filosofico e quali, in particolare, siano state condivise dai suoi contemporanei.

Ad un primo superficiale sguardo retrospettivo ci si può accorgere di questo: se si prendessero in esame soltanto le tesi da Hare elaborate sino alla metà degli anni ’60, cioè la sua metaetica, la loro diffusione e condivisione ci porterebbe certamente a includere Hare nel novero degli autori più importanti e più ascoltati, nel Regno Unito e nei paesi anglofoni, in fatto di ricerche etiche; egli infatti è uno tra i primi e più autorevoli filosofi che inaugurano la cosiddetta "terza via" in etica ed il suo contributo ad un’etica fondata su un nuovo paradigma di significato influì certamente in modo rilevante sugli ulteriori sviluppi di questa disciplina; a chiara testimonianza della grande influenza esercitata da Hare sugli studiosi di etica annotiamo il gran numero di ripubblicazioni che ebbero i suoi principali saggi appartenenti a questo periodo, l’intenso dibattito che vide contrapposte le tesi di Hare e quelle dei già citati descrittivisti e la stessa notorietà degli autori che intervenirono sulle questioni sollevate (anche) dai lavori di Hare.

Questa certezza però sfuma nel dubbio, e la nostra opinione diviene conseguentemente meno sicura, se si estende l’attenzione anche agli anni compresi tra il 1965 ed i giorni nostri. L’apertura di credito all’utilitarismo e la consequenzialità che Hare indicò sussistere tra esso ed il prescrittivismo universale furono infatti spesso interpretate come un "tradimento" dello spirito che aveva guidato le analisi metaetiche: se c’era una nozione alla base del prescrittivismo universale concordemente considerata come corrispondente alla realtà dell’etica, questa era proprio quella neutralità rispetto ai contenuti della morale che, con la svolta normativa utilitaristica, sembrò a molti essere sconfessata. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo per la sua grande importanza: Hare credette e crede ancora fermamente che non vi sia contraddizione tra la neutralità del prescrittivismo universale, cioè il basarsi esclusivamente su intuizioni linguistiche universalmente valide, e il suo esito necessariamente utilitaristico, ma, purtroppo per lui, molti autori ritennero che questo fosse un passaggio indebito o che, quantomeno, non fosse da Hare sufficientemente argomentato. Il già citato saggio di Maurizio Mori ci offre lo spunto per una ulteriore considerazione circa il posto di Hare nella filosofia inglese a partire dal 1971: secondo Mori una tra le cause scatenanti il passaggio dell’interesse prevalente dalla metaetica all’etica normativa avvenuto in quell’anno è il fatto che «da qualche parte si sollevano dubbi sulla distinzione tra etica normativa e metaetica»; possiamo dire con sicurezza che Hare certamente non condivise questa motivazione nel rivolgere il suo interesse verso l’etica normativa e i problemi morali concreti; Hare cerca infatti di mantenere sempre al centro dell’attenzione un nesso piuttosto forte tra le sue tesi metaetiche e l’analisi dei problemi concreti attuata in quegli anni. E’ forse per questa sua convinzione che, a partire dalla completa formalizzazione della sua etica normativa nel 1981 con Moral Thinking, la filosofia di Hare viene un po’ ridimensionata nella sua portata teorica, o quanto meno è questo il motivo per cui l’interesse per le sue opere sembra concentrarsi lungo tre direzioni di ricerca almeno parzialmente alternative: o si studiano, ormai da un punto di vista prevalentemente storico, i suoi contributi alla metaetica appartenenti al periodo 1949-63, o ci si sofferma, teoreticamente, sulla problematicità e le debolezze del suo "passaggio all’utilitarismo", oppure si discutono, ci si confronta con, si citano i suoi saggi di etica normativa. Nello stesso saggio di Mori Hare viene citato soltanto per un suo contributo, del tutto marginale, all’affermazione dell’etica ambientale, mentre le peculiarità della sua "svolta" dalla metaetica all’etica normativa non vengono neppure citate in nota.

Rispetto invece al problema di stabilire per ognuna delle diciannove tesi succitare il rispettivo "grado di approvazione" e l’eventuale influsso sul dibattito filosofico, questo compito non può che essere qui accennato, rimandando il lettore più attento a quelle parti di questa tesi ove si affronta in modo particolare la "ricezione" delle opere di Hare da parte dei suoi contemporanei. Per non dare che un estremamente sintetico quadro generale possiamo quindi così riassumere: le tesi (b) e (d), che sin dapprincipio assunsero il ruolo di "bandiera" del prescrittivismo, e, più marcatamente, la tesi (g), furono oggetto di qualche perplessità e di puntuali ‘distinguo’ a causa della loro evidente assonanza con le tesi centrali dell’emotivismo; le tesi (a) e (h), inscrivibili all’interno della cosiddetta "terza via" in etica, furono ampiamente dibattute e in larga parte condivise nel contesto filosofico anglofono, almeno sino alla metà degli anni ’70; un’analoga attenzione, con intenti però sia critici che di approvazione, investì le tesi (c) e (i), caratterizzanti l’interesse di Hare per gli aspetti logico-formali dell’indagine filosofica e, talvolta, persino per la possibilità di costruire un modello completamente formale per il linguaggio tipico della morale; la tesi (e), o almeno la sua prima parte, fu quella sulla quale si registrò uno dei pochi punti di contatto tra Hare e i suoi oppositori storici, i descrittivisti.

Per ciò che concerne invece le tesi appartenenti al periodo 1964-97, possiamo sommariamente affermare che: sulle tesi (l), (m), (n) e (r), quelle che pongono in stretta connessione l’indagine metaetica e gli sviluppi normativi, Hare rimase piuttosto solo e dovette difendersi dalle numerose critiche: anche se dette tesi godettero di grande diffusione e furono molto discusse, non ci sembra si possa dire che esse riscossero un particolare favore e, anzi, l’atteggiamento prevalente tra i suoi colleghi fu quello di un non troppo velato scetticismo circa la bontà dei suoi argomenti; le tesi (p) e (q) non erano certo una novità per la filosofia morale, ma qualche critico (es. B.Williams) notò come su questo aspetto il discorso di Hare divenisse ambiguo poiché non era del tutto chiaro se tale duplicità di livelli volesse semplicemente essere una descrizione dei comportamenti ordinari in fatto di morale o se invece si volesse prescriverla quale innovativa procedura di decisione morale; le tesi (o), (s) e (t), quelle che approfondiscono maggiormente le questioni morali sostanziali relative all’utilitarismo e le sue conseguenze sul piano psicologico-antropologico (es. la comprensione delle altrui preferenze e l’immedesimazione in esse), furono anch’esse lungamente dibattute all’interno però di un panorama più vasto e articolato (es. il dibattito sulla questione dell’identità personale o quello sulla commensurabilità delle preferenze) ove le tesi di Hare non erano, a differenza di (l) ...(r), la novità per certi aspetti dirompente con cui tutti dovettero confrontarsi; infine la tesi storica (u), concernente una possibile convergenza tra utilitarismo e morale kantiana, ricevette un’attenzione piuttosto marginale, almeno in parte da attribuirsi alla scarsa propensione ad approfondite indagini storiografiche ricorrente tra i filosofi analitici inglesi, e per quel poco che se ne discusse venne sostanzialmente criticata per la mancata tematizzazione del nesso vitale, in Kant, tra la parte specificamente pratica della sua teoria e quella teoretica e fondante.

vedi Bibliografia delle opere

 

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