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cura di
Francesco
Giacomantonio
Jurgen
Habermas nasce nel 1929 a Duesseldorf. Il padre è un
industriale, e da adolescente, come molti a quell’epoca,
è costretto a far parte della “Gioventù hitleriana”.
Nel 1949 inizia i suoi studi di filosofia, storia,
psicologia, letteratura tedesca ed economia prima
all’Università di Gottinga e Zurigo (qui solo per un
semestre), poi a Bonn. Si laurea nel 1954 a Bonn con una
tesi sul filosofo idealista Schelling. Lavora quindi come
giornalista, occupandosi prevalentemente delle tendenze
sociali e intellettuali del suo tempo. Nel 1956 diventa
assistente di Theodor Adorno all’Istituto per la ricerca
sociale di Francoforte e si dedica all’analisi
sociologica del movimento studentesco. Dopo questo periodo
di studi, pubblica (1962) la sua tesi di
“Abilitazione”, Storia e critica dell’opinione
pubblica, che Adorno aveva precedentemente respinto e
diventa professore di filosofia presso l’Università di
Heidelberg. Nel 1964 torna a Francoforte come professore
di sociologia e filosofia e quattro anni dopo pubblica il
saggio Scienza e tecnica come ideologia, mentre il
movimento di protesta studentesco raggiunge il suo
culmine. Habermas critica l’ala attivista del movimento
per le sue tendenze “fasciste”. Sempre nel 1968
pubblica Conoscenza e interesse, primo tentativo di
fondazione teoretica della teoria critica. Nel 1970 esce Logica
delle scienze sociali, uno studio sulle basi
filosofiche delle scienze sociali. Dal 1971 al 1981 dirige
il Max Planck Institut, in cui vengono
effettuati studi e ricerche su vari aspetti del
mondo tecnico-scientifico. Pubblica
La crisi della razionalità nel capitalismo
maturo (1973) e Per la ricostruzione del
materialismo storico (1976). Dal 1974 fino al 1980
compie studi sull’evoluzione sociale e la psicologia
dello sviluppo, studi che lo conducono alla pubblicazione
dei due volumi della Teoria dell’agire comunicativo
nel 1981. Dal 1982 è nuovamente professore di filosofia a
Francoforte. Nel 1985 pubblica Il discorso filosofico
della modernità e un anno dopo intraprende un
progetto di ricerca sulla filosofia del diritto e la
teoria della democrazia. Nel 1988 esce Il
pensiero postmetafisico. E’ dal 1994 professore
emerito a Francoforte e alla Northwester University
di Chicago. Tra i suoi più recenti contributi di rilievo,
si segnalano L’inclusione dell’altro - Studi di
teoria politica (1996) e La costellazione
postnazionale (1998).
Al di là della varietà di posizioni teoriche e delle
loro evoluzioni nel tempo, il pensiero di Habermas, in cui
filosofia e sociologia sono sempre in una condizione di
continuo dialogo e supporto reciproco, ruota attorno ad
alcuni punti fondamentali che caratterizzano il corso
della sua lunga riflessione.
Innanzitutto Habermas cerca di approfondire il rapporto
tra scienze naturali e scienze sociali per sviluppare una
teoria finalizzata alla comprensione dei fenomeni sociali
che superi il riduttivismo di tipo positivistico, da lui
avversato anche nella celebre polemica-dibattito che lo
vide opposto negli anni ’60 a Popper e Albert. Habermas
rifiuta il realismo ingenuo del primo positivismo e l’induttivismo
della tradizione empirista. Egli sostiene che la tecnica
non è mai neutrale, ma che è il frutto di una precisa
scelta ideologica, che privilegia il momento della
manipolazione strumentale della realtà a scapito del
momento creativo e espressivo. Questa posizione è
chiarita in Conoscenza e interesse. Qui Habermas
mostra come ogni discorso scientifico parte
necessariamente da presupposti teorici che non riproducono
fatti in sé ma dipendono dall’organizzazione della
nostra esperienza rispetto a quello che egli chiama agire
strumentale, cioe’ un agire determinato da situazioni
particolari e orientato verso fini individuali,
considerato dal sociologo come meramente “tecnico” e
“non sociale”. A questo “agire strumentale”
Habermas verrà contrapponendo l’ “agire
comunicativo” (di cui parliamo più sotto).
In secondo luogo, Habermas tenta di stabilire, a partire
dal presupposto del legame tra conoscenza e interesse, il
carattere di totalità della realtà sociale e l’idea
che l’attività conoscitiva dello scienziato sociale sia
interna a tale totalità. Habermas , insomma, ritiene che
il momento conoscitivo non sia assoluto e trascendente
rispetto al fenomeno sociale che si studia : per
quanto lo scienziato sociale possa sforzarsi di dare
spiegazioni distaccate e obiettive di un fenomeno, queste
spiegazioni non possono essere “leggi” valide una
volta per tutte. Possono solo essere “interpretazioni”
legate al contesto in cui lo scienziato si colloca, che
vanno continuamente riesaminate e poste in discussione. In
quest’ottica i “fatti” sono sempre il risultato
della relazione tra la cosa e la nostra interpretazione di
essa, all’interno di un quadro orientato in base a
significati precostituiti e scopi perseguiti (si noti che
le virgolette esprimono la terminologia usata da Habermas
e servono per evidenziare come le parole “legge”,
“interpretazione”, “fatto” descrivano, in
definitiva, sempre uno stesso argomento, ossia la
spiegazione scientifica).
In terzo luogo, Habermas, partendo da un tentativo di
interpretazione e critica della società del
tardo-capitalismo, elabora l’idea della necessità di
una dimensione di “razionalità sostanziale” da
contrapporre a una “razionalità strumentale” di tipo
tecnologico. A tale idea risulta connessa, in polemica con
un altro sociologo tedesco, Niklas Luhmann (1927-94), la
critica alle strutture produttrici di alienazione, alle
distorsioni derivanti dal dominio e dal potere, degli
effetti nefasti delle ideologie sulla comunicazione
all’interno della sfera sociale.
L’obiettivo di Habermas è l’elaborazione di una
teoria globale dell’azione e dei sistemi sociali. Ciò
spiega la tendenza del filosofo
ad assimilare dialetticamente (nel solco della
tradizione tedesca da Hegel e Marx fino ad alcuni
esponenti di spicco della Scuola di Francoforte come
Adorno, Horkheimer e Marcuse), anche in modo eclettico,
elementi delle più diverse posizioni di pensiero,
integrandole con il proprio articolato sistema teorico (la
questione su quanto la filosofia di Habermas si ponga in
termini di continuità o rottura con la Scuola di
Francoforte è ancora molto dibattuta). Egli si confronta
così con la teoria dell’azione di Weber, col
materialismo storico, col funzionalismo e
neofunzionalilismo (Parsons, Luhmann) con la sociologia
fenomenologica di Schutz, con l’interazionismo simbolico
di Mead, con l’etnometodologia di Garfinkel e Cicourel,
con la filosofia del linguaggio di Wittgenstein, Chomsky,
Winch, Austin e Apel, fino all’ermeneutica di Gadamer e
alle posizioni della psicologia cognitivista e della
psicanalisi di Freud.
Nel pensiero habermasiano assume un ruolo centrale anche
il concetto-programma di una comunicazione senza limiti e
non autoritaria. Si tratta di una situazione discorsiva
ideale che Habermas delinea come soluzione ai problemi
della società e
della politica nel mondo contemporaneo. La possibilità
che tutti i gruppi sociali,
dai politici agli intellettuali, dagli
scienziati-tecnocrati all’opinione pubblica in generale,
comunichino liberamente e siano partecipi in egual misura
del dibattito sui problemi sociali, è vista da Habermas
come la migliore difesa contro fenomeni quali le
ideologie, l’alienazione, la sottomissione del momento
politico alle logiche della tecnica e dell’economia, la
crisi di identità dell’individuo e l’insicurezza
ontologica, i rischi della globalizzazione. Tale concetto
è alla base di quella che si può forse considerare
l’opera maggiore di Habermas, la Teoria dell’agire
comunicativo, in cui il filosofo delinea una
situazione linguistica ideale propria di un modello di
società in cui il consenso è prodotto in modo
argomentato, con la partecipazione di tutti,
senza distorsioni o condizionamenti esterni.
Parallelamente a questa teoria consensuale della verità,
Habermas ribadisce il valore permanente della “modernità”
e delle sue idee ispiratrici (razionalità, progresso,
ecc.).
Negli anni più recenti Habermas ha rivolto i suoi
interessi al problema di una società fondata su una
democrazia deliberativa (tema sviluppato nel testo del
1996 L’inclusione dell’Altro - Studi di teoria
politica), approfondendo:
a) la saldatura tra le questioni della giustificazione
delle norme e l’analisi empirica delle condizioni
sociali necessarie per la realizzazione delle istituzioni
democratiche;
b) la relazione tra liberalismo e democrazia;
c) la necessità che le istituzioni politiche e giuridiche
si impegnino a favorire la coltivazione di identità
religiose e culturali all’interno di società di tipo
pluralistico.
Si è inoltre occupato dei problemi connessi con i
processi di globalizzazione e dell’evoluzione
socio-politica degli stati-nazioni ( si veda La
costellazione postnazionale).
Nonostante le svariate critiche che si possono muovere al
sistema habermasiano (soprattutto quella dell’ottimismo
eccessivo riposto nella applicabilità concreta
dell’agire comunicativo), il filosofo-sociologo tedesco
ha avuto e continua ad avere una notevole influenza sulla
filosofia, la sociologia e le scienze sociali
contemporanee. Inoltre, il fatto che Habermas si mostri
sempre propenso al dialogo con gli sviluppi del pensiero
etico, sociologico e politologico, rafforza l’idea che
il dibattito e l’analisi dell’evoluzione sociale e
politica nel corso dell’ultimo secolo non possa
prescindere dai suoi contributi, sia in termini di
adesione che di dissenso.
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