
a
cura di
Matteo
Abbà
Il
25 novembre 1998 è morto, negli Stati Uniti, Nelson
Goodman, uno dei filosofi americani di maggior rilievo.
Uscito da molti anni dalla scena accademica, la sua
scomparsa ha trovato poco spazio nel mondo della cultura e
della filosofia (vedi tuttavia l'articolo di Armando
Massarenti sull'inserto del Sole24
Ore).
Nelson Goodman era nato nell' agosto del 1906 a Somerville.
Dal 1928 al 1940 era stato curatore di una galleriad'arte
a Boston, una passione, quella per l'arte, che lo ha
accompagnato per tutta la vita. Nel 1941 aveva conseguito
il dottorato in filosofia all'università di Harvard
e l'anno successivo era partito per la seconda guerra
mondiale, arruolato nell'esercito statunitense. Prima di
essere nominato Professore di Filosofia ad Harvard aveva
insegnato per 18 anni all'Università di Pennsylvania.
Cresciuto alla scuola dei filosofi europei esiliati alla
fine degli anni trenta (primi fra tuttiCarnap e Neurath),
Goodman è stato uno dei principali esponenti della
filosofia analitica americana, accanto a Quine e Sellars.
Docente ad Harvard nei primi anni settanta e poi
professore emerito sempre nella stessa università, dedicò
gran parte della sua ricerca ai temi dell’estetica,
riuscendo ad integrare l’ermeneutica artistica con
contributi di grande rilievo all’epistemologia ed alla
logica.
Fin dagli anni quaranta, Goodman indirizza la sua ricerca
sui temi della logica e con W.V. Quine, nel 1947, pubblica
sul Journal of Symbolic Language un saggio dal
titolo Steps
Toward a Constructive Nominalism .
Questo breve contributo ha l’obiettivo di dimostrare,
attraverso un’analisi nominalistica del
linguaggio matematico, l’esigenza di un apparato di
regole estranee al linguaggio formale, che sia in grado di
reggere e giustificare il processo scientifico basato
sulla matematica.
"I
vantaggi che sembrano essere derivati alla scienza
dall’uso di formule matematiche, non implicano che
queste formule siano vere. Nessuno, neppure il pragmatico
più convinto, definirebbe le palle di un pallottoliere
vere, e la nostra posizione è che le formule matematiche
siano, come le palle di un pallottoliere, mezzi di
computazione che non interessano la questione sul loro
statuto di verità".
Non
importa la struttura formulistica, piuttosto è rilevante
la descrizione, le regole in base alle
quali questa struttura è costruita ed è valida. Già in
questo contributo dedicato alla logica, vengono in luce i
temi principali che porteranno Goodman a sviluppare
un’attenta critica al concetto di induzione ed ad
applicare poi il relativismo che ne deriva
all’ermeneutica artistica. In particolare, nella sua
opera del 1954, Fact, Fiction and Forecast, il
filosofo statunitense definisce quello che è ormai
noto come il
paradosso di Goodman.
Partendo da una semplice osservazione empirica, ed in base
al processo induttivo (per cui se sono valide n osservazioni
riguardo ad un fatto F allora può essere costruito un
predicato vero riguardante F) è possibile
affermare che "gli smeraldi sono verdi". Goodman
osserva che la validità di questaaffermazione è legata
alla contingente natura del concetto di verde. Ipotizziamo
di adottare il concetto di blerde inteso
come il predicato di un oggetto che ha un determinato
colore, poniamo verde, prima di un tempo t, ed è
invece blu se esaminato dopo questo tempo t. Ecco
che allora l’applicazione del processo induttivo
porterebbe ad un paradosso. Se stabiliamo che t =
anno 2000, allora gli smeraldi saranno sì verdi ma nello
stesso tempo saranno anche blerdi poiché è in base al
medesimo processo della iterabilità induttiva che
determiniamo il predicato che definisce il colore dello
smeraldo. Dunque l’osservazione empirica non fornisce
risposte efficaci e veritiere: è necessario un passo
indietro per individuare il principio che determina la
veridicità o meno di ciò che vediamo. Sono le regole, la
struttura che scegliamo di applicare alla realtà che
determina a posteriori la nostra percezione di
essa.
E’ in base a queste argomentazioni che nell’opera del
1978, Ways of Worldmaking, Goodman incentra la
propria analisi sul concetto di costruzione
di mondi.
Non è né la realtà visibile (lo smeraldo verde o blerde)
né la logica matematica (indimostrabile anche facendo
riferimento ad un metalinguaggio) ad avere un ruolo
centrale nella ricerca della verità di ciò che
costituisce il mondo, quanto invece la descrizione,
il disegno che regge la nostra costruzione. E’ a
partire dai sistemi e dai mezzi che utilizziamo e che
ciascuno di noi applica nella lettura del mondo, che la
realtà ci appare colorata di sfumature diverse di volta
in volta. In questo senso la scienza e l’arte, secondo
Goodman, si servono dei medesimi mezzi espressivi (che
egli definisce simboli),
dei medesimi linguaggi che si distinguono tra loro sia in
base al loro campo sia a seconda del modello, della struttura
gnoseologica che viene loro applicata.
Goodman
è stato, in questo secolo, tra i filosofi più efficaci
nel dimostrare l'impossibilità di condurre una ricerca
filosofica in grado di procedere in modo monodisciplinare.
Infatti i concetti logici penetrano nell'interpretazione
artistica e questa a sua volta si fa parte integrante
dell'epistemologia. Se questo è valido per quanto detto
fino ad ora, lo è ancora di più se si considera la
particolare accezione di metafora, in quanto strumento
conoscitivo, che Goodman ha costruito nell'opera Languages
of Art. In questo contesto la metafora è
l'espressione stessa della variabilità del mondo e di
conseguenza del fondamentale ruolo ermeneutico
dell'artista. La metafora
infatti
agisce all'interno di una triangolazione che si crea tra
l'artista, l'oggetto rappresentato ed il fruitore
dell'opera. L'artista istituisce una relazione tra un
determinato significato, una determinata emozione (termini
che, nel contesto concettuale fino ad ora tracciato, hanno
spazi semantici simili) e l'oggetto rappresentato, l'opera
d'arte. Il passaggio metaforico trasferisce
l'emozione dall'opera allo spettatore con un cambiamento
di stato del significato che viene trasmesso
dall'opera. Non può esistere un quadro triste, tristi
sono solo gli esseri umani, può però esistere un quadro metaforicamente
triste perché vi è una traduzione del predicato
attuata da colui che osserva il quadro e che agisce da
agente ermeneutico.
L'interpretazione goodmaniana della metafora è stata ed
è ancora alla base di un dibattito
estremamente
vivace. Quello che è indubbio è l'apporto che la ricerca
di Goodman ha portato ad una integrazione disciplinare che
nel Novecento ha caratterizzato il lavoro delle principali
figure del pensiero mondiale. Sotto questo punto di vista
Goodman ha saputo offrire un contributo estremamente
valido, mostrando quanto il linguaggio logico sia in grado
di offrire strumenti ermeneutici ed analitici
all'interpretazione artistica. Questa, a sua volta,
integra ed arricchisce l'attività epistemologica che
agisce sì in un ambito diverso ma che in realtà non deve
mai essere considerata come separata dall'arte. Con questa
frase, che conclude questo breve contributo, Goodman ci
lascia uno spazio di riflessione aperto,dal notevole
fascino: "Una linea spezzata: che cos'è? Potrebbe
essere un diagramma, un diagramma delle quotazioni di
Borsa o delle temperature di ieri, o di qualsiasi altra
cosa. D'altro canto, la guardi di nuovo, potrebbe essere
il disegno di una montagna fatta da un artista giapponese.
Ora, qual'è la differenza tra queste due funzioni dello
stesso simbolo?La questione è quanta parte del simbolo,
quanti aspetti del simbolo in realtà funzionino
simbolicamente, perché come diagramma tutto ciò che
conta è la distanza di un punto dalla base.Al contrario,
se fosse un disegno giapponese, tutto avrebbe rilevanza,
per così dire: la sfumatura leggera, le differenze di
colore".
Qual'
è e dove si pone il limite tra la realtà dell'arte e
quella della scienza? E' questa domanda la più
significativa eredità che Nelson Goodman sembra averci
voluto lasciare.
Bibliografia
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The
Structure of Appearance (Boston,
MA: Reidel, 3a ed., 1977, orig. 1951)
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Fact,
Fiction, and Forecast (Cambridge,
MA: Harvard University Press, 4a ed., 1984, orig.
1954)
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Languages
of Art
(Indianapolis, IN: Hackett Publishing Company, 1968,
tr. It. Il Saggiatore)
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Problems
and Projects
(Indianapolis,IN: Hackett Publishing Company, 1972)
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Ways
of Worldmaking
(Indianapolis,IN: Hackett Publishing Company, 1978,
tr. It. Laterza con il titolo Vedere e costruire
il mondo)
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Of
Mind and Other Matters (Cambridge,
MA: Harvard University Press, 1984).
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