
a
cura di
Fabrizio
Maramao
Nacque
a Castelvetrano, in provincia di Trapani, il 29 maggio
1875, da Teresa Curti e da Giovanni Gentile. Dopo aver
trascorso la sua infanzia a Campobello di Mazara, dove la
famiglia si era trasferita, frequentò il liceo Ximenes a
Trapani. Durante l’ ultimo anno, su suggerimento del suo
professore di greco, Gaetano Rota Rossi, decise di
partecipare al
concorso per quattro
posti d’interno alla Scuola
Normale Superiore di Pisa, con tema su “La poesia
civile del Parini e dell’Alfieri”; dopo essere stato
ammesso si iscrisse alla facoltà di Lettere e di
Filosofia. L’esperienza presso l’ateneo pisano
influirà in maniera determinante sul suo pensiero
e sulle sue scelte culturali e politiche. La Scuola
Superiore di Pisa infatti, oltre ad essere l’istituto
scientifico più prestigioso del regno, aveva
avviato uno studio filologico e storico sulla
letteratura italiana nonché sul ruolo del pensiero
italiano all’interno della filosofia europea;
quest’impostazione era in linea con l’esigenza post
unitaria di cercare di rintracciare storicamente, e
fondare, l’unità della penisola non solo dal punto di
vista politico, ma anche culturale e spirituale. Gentile
fece sua questa preoccupazione e cercò , in particolar
modo nelle opere storiche, di meglio definire e
ricostruire la storia spirituale d’Italia,
con frequenti richiami alla continuità storica e
politica con il Risorgimento.
Sotto l’insegnamento storico di Alessandro D’Ancona e
filosofico di Donato Jaia, Gentile iniziò a pubblicare i
suoi primi articoli; l’influenza dei due professori fu
antitetica: mentre il primo, pisano, seguace del metodo
storico, veniva dalla storiografia positivista e da
ambienti liberali, il secondo, siciliano come Gentile, era
un hegeliano seguace di Spaventa e come quest’ultimo
aveva frequentato il seminario ma aveva rinunciato al
sacerdozio. Queste due personalità costituirono, nello
svolgimento del pensiero filosofico di Gentile, due
esigenze diverse ma allo stesso tempo conciliabili:
l’attenzione filologica per i documenti e per i testi, e
per l’interpretazione spaventiana della filosofia di
Hegel. Oltre all’influenza esercitata dai suoi due
maestri, fu determinante negli anni trascorsi a Pisa,
l’incontro con Benedetto Croce. Il loro
carteggio, che rappresenta uno dei documenti centrali per
la ricostruzione storica della cultura italiana del
periodo, iniziò nel 1896 e si protrasse fino
all’adesione di Gentile al partito fascista nel 1923. La
discussione tra i due si svolse all’inizio su argomenti
storici e letterari; in seguito, l’argomento principe
divenne la filosofia, avendo Gentile deciso, sotto la
spinta di Jaia, di
laurearsi in filosofia (si veda il
paragrafo su “Gentile e Marx”
per la discussione sui primi scritti di Gentile che si
riferiscono al periodo 1897-1899).
Col passare del tempo l’amicizia tra i due si rafforzò
fino a diventare cruciale per la formazione e lo sviluppo
del pensiero di entrambi, e per la carriera accademica di
Gentile, dal momento che questi, al contrario di Croce,
non aveva a disposizione una base economica tale da
esentarlo dall’insegnamento (funzione peraltro che
Gentile sentì come
una missione). La base della discussione con Croce fu
l’idealismo, che accomunò per un verso i due filosofi
ma che al tempo stesso li divise a causa di alcune
divergenze, sempre attenuate in nome della loro amicizia,
eppure sempre latenti, che saranno il motivo della loro
separazione. I due combatterono
insieme la stessa guerra, contro il positivismo e le
degenerazioni dell’università italiana; il loro scopo
fu quello di costituire un polo filosofico crescente, per
dimensioni e qualità, all’interno della cultura
italiana. Fondarono una rivista, La Critica nel
1903, e lavorarono incessantemente alla creazione di nuove
collane editoriali e alla pubblicazione delle loro
rispettive opere. Dopo la laurea a Pisa, e un corso di
perfezionamento a Firenze, Gentile iniziò la sua carriera
di insegnante, ottenendo una cattedra a Campobasso, al
liceo Mario Pagano. La sua aspirazione però fu, sin
dall’inizio, quella
di ottenere una cattedra universitaria; dopo una serie di
tentativi andanti a vuoto e sconfitte in altrettanti
concorsi, Gentile riuscì ad ottenere una cattedra di
storia della filosofia all’Università di Palermo nel
1906. Malgrado ambisse ad una cattedra a Napoli, per la
vicinanza con Croce e con gli ambienti culturali
napoletani (ben più vivi di quelli siciliani),
l’esperienza e l’insegnamento a Palermo furono per lui
determinanti. Nella città siciliana, infatti, cominciò a
crearsi intorno alla sua cattedra e agli incontri del
circolo culturale di Giuseppe Pojero,
quella scuola di allievi che contribuirono non poco
alla diffusione dell’idealismo attuale, della sua
filosofia che
si arricchì in quegli anni di testi importanti: tra
questi L’atto del pensare come atto puro del 1912
che ne costituirà il manifesto, e La riforma della
dialettica hegeliana del 1913, che sarà la base
dell’opera sistematica dal titolo La teoria generale
dello spirito come atto puro del 1916, una sintesi
delle speculazioni che Gentile sviluppò lungo la serie di
testi, discorsi e polemiche su argomenti filosofici
trattati nei primi anni della sua carriera universitaria,
prima a Palermo e poi a Pisa, e che è la prima vera
sistemazione dei suoi principi (e a cui farà seguito il Sistema
di logica come teoria del conoscere del 1917, la sua
opera più voluminosa e complessa).
L’insegnamento, oltre ad offrirgli la possibilità di
continuare i suoi studi e sostentare la sua numerosa
famiglia, gli diede quella di toccare con mano il disagio
della scuola italiana, che
sin dall’inizio, aveva giudicato non adatta a
contribuire alla fortificazione dell’unità nazionale e
delle sue basi culturali, e incapace di formare una nuova
classe dirigente che traghettasse il paese verso una sorte
migliore del degrado politico e spirituale in cui, ai suoi
occhi , versava. Gentile sentì sempre come una vera e
propria missione il suo ruolo di insegnante ed educatore;
la sua pedagogia, che è essenzialmente filosofica non può
essere staccata né dal suo sistema filosofico, né dal
suo progetto di riforma della scuola che attuò nel
1923-24, quand’era ministro della Pubblica Istruzione, e
che dai primi due discende (analizzeremo questo aspetto
nel paragrafo “La pedagogia e la riforma della
scuola”).
L’influenza di Gentile sulla cultura italiana,
accresciutasi nel tempo per merito delle sue
pubblicazioni, delle iniziative insieme a Benedetto Croce,
e della produzione della sua scuola filosofica, si estese
anche grazie ai tanti incarichi che ebbe modo di
ricoprire. La sua adesione al fascismo del 1923, se da un
lato costituì la molla della rottura con Benedetto Croce
(rapporto peraltro già incrinato da una polemica apparsa
sulla Voce dieci anni prima) e gli comportò molte
inimicizie (anche all'interno dello stesso partito
fascista) , dall’altro gli diede la possibilità di
accrescere ulteriormente la sua influenza sulla cultura
italiana, grazie anche ad alcune importanti iniziative
editoriali: tra queste la più importante, per il peso che
ricoprì e che ricopre tutt’ora, è senza dubbio L’Enciclopedia
Italiana, alla cui composizione collaborarono anche
molti intellettuali antifascisti, meno però di quanti
Gentile avesse auspicato. Nel suo disegno questa opera in
volumi doveva costituire un monumento all’unità e alla
concordia della cultura italiana, a cui dovevano
contribuire tutti gli studiosi, di qualsiasi credo
politico. La situazione storica e politica non lo permise
e Gentile dovette subire diverse sconfitte: la più
bruciante fu la firma del Concordato tra la Chiesa
Cattolica e lo Stato italiano nel 1929. Benché Gentile
considerasse il cattolicesimo come la forma storica della
spiritualità italiana, il Concordato contraddiceva al suo
disegno di uno Stato etico garante di una sorta di unità
divina tra gli appartenenti, che negava perciò ogni Dio
indipendente dallo Stato. La sua fedeltà al partito
fascista, in cui vide sempre l’espressione del moto
risorgimentale di unità nazionale, lo portò ad aderire
nel 1943 alla Repubblica Sociale Italiana; benché ormai
confinato dallo stesso regime ad un ruolo politico
pressoché nullo, questo non gli evitò di essere ucciso
il 15 aprile del 1944 sulla soglia della sua abitazione a
Firenze.
Gentile
e Marx :
Quello
che può definirsi l’esordio filosofico di Gentile fu il
suo studio sulla filosofia di Marx, una rielaborazione
della sua tesi per l’abilitazione all’insegnamento
secondario, dal titolo Una Critica del Materialismo
Storico, che apparve a Pisa nel 1897. A questo testo
seguì La filosofia della prassi che venne
pubblicata , insieme al primo studio, nel 1899, nel
volume, edito sempre a Pisa, dal titolo La filosofia di
Marx. L’ incontro tra Gentile ed il pensatore
tedesco si deve in gran parte alle sollecitazioni di
Benedetto Croce, che in quegli stessi anni, sotto la
spinta del suo maestro, Antonio Labriola, stava cercando
di definire la sua posizione rispetto al dibattito sulla
dottrina marxista, in un periodo in cui l’Italia era
attraversata da forti tensioni sociali. La formazione del
Partito Socialista nel 1892 e la diffusione dei testi di
Marx e Engels all’interno della nuova componente
politica avevano contribuito alla diffusione di studi e
articoli sull’argomento. L’approccio di Gentile alla
filosofia di Marx e alla “questione sociale”, fu però
distaccato e, per alcuni versi, prevenuto (come ebbe modo
di costatare lo stesso Croce); ciò dipese sia dalla
noncuranza eccessiva nei confronti del clima che si
respirava in Italia alla fine del secolo (peraltro
dimostrata dagli scarsi accenni che Gentile fece nelle sue
lettere) e sia dalla sua impostazione hegeliana, che gli
fece vedere nella filosofia di Marx un mal riuscito
tentativo di superamento della filosofia di Hegel. Il tono
dei due studi appare ambivalente, perché, mentre entrambe
le conclusioni risultano essere una stroncatura del
marxismo, dal il corpo del testo, al contrario, si evince
una certa ammirazione per le intuizioni filosofiche di
Marx. Gentile
rivendica, nel corso dei due saggi, la matrice hegeliana
del pensiero di Marx contro l’interpretazione
positivistica, e contro il dilettantismo filosofico di
coloro che scrivono sull’argomento senza una reale
preparazione filosofica. Il primo studio si occupa di
rispondere alla domanda se il materialismo storico possa
essere definito o no una filosofia della storia: secondo
Gentile il pensiero di Marx può essere scisso in una
visone storica, e quindi una filosofia della storia, e in
una metafisica artificiosa su cui lo stesso Marx non
insistette; mentre la seconda può considerarsi “una
superfetazione del suo pensiero”, la prima ne
rappresenta la vera essenza.
La conclusione di Gentile è che la filosofia della storia
di Marx sia mutuata da quella di Hegel, sia per
quanto riguarda la forma,
dialettica per entrambi, sia per quanto riguarda il
contenuto: all’Idea hegeliana, Marx ha sostituito
la Materia, ma facendo questo è incorso in una
contraddizione, data l’impossibilità logica di una
filosofia della storia del relativo, dell’ a
posteriori; il materialismo storico
quindi, secondo
Gentile, altro non è se non “uno dei più
sciagurati deviamenti dell’hegelismo”. Nel secondo
studio, Gentile si sofferma su quello che giudica il
maggior risultato della speculazione marxiana, e cioè il
concetto di prassi, che elimina il dualismo tra
teoria e pratica, conoscere e fare. Per il concetto di
prassi la conoscenza non può mai essere disgiunta
dell’esperienza, ogni conoscenza si scopre facendola. Ma
questo concetto, come nota lo stesso Marx, è vecchio
quanto l’idealismo stesso e Gentile ne traccia la storia
partendo da Socrate fino a Hegel, passando per Platone e
Vico. Il saggio gentiliano si sviluppa contro il
materialismo dualista ( il testo
si apre con le Undici Tesi di Marx a
Feuerbach ed è un merito di Gentile averle pubblicate per
la prima volta in Italia) e contro ogni metafisica
dualista, rivendicando, come nel primo saggio, la paternità
hegeliana del materialismo storico e, nella conclusione,
asserendo la finale contraddizione di quest’ultimo.
Malgrado il magro successo di pubblico che ebbero, e
malgrado il fatto che solo nel 1932 furono pubblicati il
Italia L’Ideologia Tedesca e I manoscritti
economico-filosofici del 1844 di Marx ( due saggi
importanti per l’interpretazione del pensiero marxiano),
i due testi
gentiliani offrirono un
contributo importante
al dibattito sul
marxismo (Lenin
ne terrà conto e lo giudicherà uno dei testi migliori di
autori non marxisti), e offrono tutt’ora un importante
spaccato sullo sviluppo del pensiero di Gentile, che in
quel periodo, oltre agli scritti su Marx, pubblicava anche
nel 1898 la sua tesi di laurea su Rosmini e Gioberti.
L'Attualismo
e la riforma della dialettica hegeliana
La
riforma della dialettica hegeliana compiuta da Gentile (
ma iniziata, secondo lo stesso Gentile, da Bertrando
Spaventa di cui si considerò sempre discepolo), risolve
la realtà nell’atto di pensiero e sposta,
all'interno del soggetto che pensa, il nucleo della
dialettica del reale. Secondo Gentile, lo sbaglio
concettuale di Hegel è stato quello di aver tentato,
nella sua Logica, una dialettica del pensato cioè
del concetto, mentre al contrario, l'unica dialettica
possibile, cioè l'unico sviluppo o divenire possibile è
soltanto del pensante, cioè del soggetto che
pensa, nell'atto stesso in cui pensa. La vera e unica
realtà è quindi il pensiero in atto, o il soggetto
attuale del pensiero (da qui il termine attualismo).
L'oggetto del pensiero pensante non ha realtà
fuori dell'atto del pensiero che è un atto
creatore ed infinito dal momento che, al di fuori di sé,
non esiste nulla che possa in alcun modo
limitarlo. La battaglia, che abbiamo visto iniziare
nei primi scritti di Gentile, contro le metafisiche
dogmatiche, si sviluppa nell’attualismo realizzando la
rigorosa e totale immanenza di ogni realtà nel
soggetto pensante ed eliminando la divisione tra soggetto
e oggetto. L’omnicomprensività dell’atto racchiude in
sé la totalità della realtà: fuori dell'atto del
pensiero non sussistono né la natura né Dio e neppure il
passato e l'avvenire, il male e il bene, l'errore e la
verità: tutto il positivo e tutto il negativo vengono
racchiusi nell'atto e nel divenire dell'atto inteso come
totalità. E’ impossibile, per Gentile, uscire dall'atto
di pensiero: esso è infinito e omnicomprensivo, creativo
di sé (l’atto è quindi autoctisi) e libero. Il
pensiero in atto è il Soggetto trascendentale, l'
Io universale o assoluto, mentre l'Io empirico, cioè
l'uomo singolo, è solo un oggetto creato e posto dall’
Io trascendentale. Gli altri Io sono anch'essi oggetti, ma
nell'atto di pensarli, sono inglobati e identificati con
l'Io trascendentale che li pensa. La natura, come
qualsiasi altra realtà presupposta al pensiero, è una
finzione: essa sussiste grazie ad un precedente atto di
pensiero che la pensa come particolare e individuale. Di
fronte all'assoluta libertà dello spirito,
all'assoluta creatività, l'oggetto o l'essere sono necessità.
Dio, la natura, l'idea, il fatto, sono necessari perché
sono già posti dal pensiero, sono i risultati dell'atto,
e sono quindi diventati, per il pensiero che li pensa,
entità immobili, che non possono essere diverse da quelle
che sono; al contrario, il pensiero che le pone, nell'atto
in cui le pone, è libero e non obbedisce a niente altro
che alla propria interna necessità: la sua attività non
è mai pura contemplazione di una realtà già fatta, ma
sempre prassi, azione, attività creatrice. Lo spirito è autoctisi.
Per Gentile, così come per Hegel nella Enciclopedia
delle scienze filosofiche in compendio, all’interno
della dialettica del reale le forme spirituali più alte
sono tre : Arte, Religione, Filosofia; l'arte esprime,
secondo Gentile, il momento della pura soggettività
spirituale: dal momento che il mondo dell'arte è un mondo
fantasticato, che vale solo soggettivamente ma non
possiede realtà oggettiva; è il regno del sentimento,
dell'espressione di una individualità immediata che non
accetta di essere oggettivata. La religione, all'opposto,
è intesa da Gentile come negazione del soggetto
nell'oggetto: cioè come l'atto con cui il soggetto,
riconoscendo in Dio una realtà oggettiva preesistente,
superiore e staccata dal proprio Io, si trova in una
posizione subalterna e non è libero. Il soggetto allora
concepisce la creazione come eteroctisi. : la
conoscenza diventa quindi rivelazione che l'oggetto
fa di sé al soggetto e la buona volontà non viene intesa
come creazione che la volontà fa del bene, in vista di
una meta ideale, ma come grazia che il bene (Dio)
fa di sé al soggetto. La religione è quindi
l'annullamento dello spirito nel suo oggetto e il suo
sbocco è il misticismo (Il ruolo della religione nel
pensiero di Gentile sarà analizzato, per ciò che
concerne il ruolo formativo che Gentile le affidò, nel paragrafo
inerente la riforma della scuola).
La Scienza, presupponendo una natura al di fuori
del soggetto pensante e dell'atto di pensiero, si trova
nella stessa condizione della religione. Essa, secondo
Gentile, è sempre dogmatismo e naturalismo: dogmatismo
per il suo presupposto naturalistico, in quanto
afferma che c'è una realtà
al di fuori e indipendente dal soggetto e quindi
dall'atto di pensiero; naturalismo perché la realtà
naturale così presupposta non può essere che immobilità
e meccanismo, quindi negazione della libertà dello
spirito. La Filosofia rappresenta l'ultimo stadio
della dialettica delle forme dello spirito, essa è il
sapere assoluto in cui il soggetto pensante si riconosce e
conosce il suo oggetto nell'atto stesso in cui pensa. La
filosofia, superando la soggettività dell’arte e
l’oggettività della religione, le ingloba entrambi come
momenti della sua dialettica di cui costituisce lo
sviluppo l'ultimo, il punto d'arrivo e l'inveramento.
Essendo per sé stessa attività creatrice, volontà e
conoscenza, essa è insieme teoria e pratica, è prassi.
La
pedagogia e la riforma della scuola
Gentile,
come detto nella scheda biografica, sentì sempre il suo
ruolo di insegnante come una missione. La riforma della
scuola che egli attuò nel 1923-24, quando era ministro
della Pubblica Istruzione, e che difese lungo tutto il
restante arco della sua vita contro i tentativi di
modificarla, è il risultato di venti anni di riflessioni
sul ruolo della scuola nella formazione della coscienza
nazionale degli italiani. La sua prima opera pedagogica, L’insegnamento
della filosofia nei licei, risale al 1900, poco dopo
aver iniziato ad insegnare; argomento dell’opera, come
si evince dal titolo, è la filosofia e il suo
insegnamento nella scuola secondaria. Fin dai suoi esordi
pedagogici Gentile affida all’insegnamento della
filosofia un ruolo centrale perché questo permette una
formazione generale dello spirito che prepara a tutte le
facoltà universitarie. Il principio di una filosofia regina
delle scienze ha un’importanza cruciale per
comprendere lo sviluppo della pedagogia di Gentile e la
struttura che egli diede alla scuola italiana dopo la
riforma. Tredici anni dopo il primo saggio, la pedagogia
gentiliana viene sistematicamente esposta nel Sommario
di pedagogia come scienza filosofica. Esso si articola
seguendo due principi, cui sono rispettivamente dedicate
le due parti del testo: 1) il superamento della dualità
di educatore ed educando nella dialettica nell'atto
educativo e 2) il rifiuto di ogni contenuto particolare
dell'insegnamento e di ogni regola didattica. Gentile
critica nel saggio le comuni distinzioni
dualistico-pedagogiche ( tipiche dell’impostazione
positivista), e particolarmente quella fra contenuto e
forma dell'insegnamento, fra materia da far
apprendere e metodo con cui fare apprendere. Non
esiste un metodo che, nella sua astratta generalità,
valga per ogni materia : ogni materia, ogni argomento è
metodo a se stesso, non è cioè nozione astratta e
isolata da memorizzare, ma atto di ricerca attiva e
creativa; le indicazioni di metodo possono servire
all'insegnante solo nel delineare la fase di preparazione
all'atto di insegnare in cui, poi, l'insegnante stesso
supererà la dualità con l'allievo permettendo ad
entrambi, in questo modo, di pensare l'unica verità. La
pedagogia di Gentile, come tutta la sua opera, risente di
un impostazione morale ed etica di fondo che mira a
formare, prima che specialisti dell'insegnamento,
“persone moralmente degne di esserlo”; la
subordinazione delle materie scientifiche a vantaggio
delle materie cosiddette umanistiche rispondeva, a quei
tempi, alla precisa esigenza di formare quello spirito
nazionale e quell’unità che ancora, sia l’alto tasso
di analfabetismo, sia la confusione politica, non
aiutavano a cementare; secondo l’impostazione gentiliana,
la scuola doveva contribuire all’unità del popolo
italiano, ma non era, come oggi probabilmente diremo, di
massa: la formazione filosofica doveva restare un
privilegio per i pochi che l’ingegno, o il benessere
economico, destinavano agli studi più alti. La scuola
dopo la riforma Gentile divenne, seguendo questa esigenza,
molto selettiva (introdusse
l’esame di Stato) e per certi versi classista. Molti dei
tentativi che furono fatti per modificare la sua riforma,
quand’egli non era più ministro, partirono proprio
dalla piccola e media borghesia, desiderosa di diplomi per
i propri figli e poco incline ad una tale selettività.
Discorso a parte merita l’insegnamento obbligatorio
della religione cattolica nella scuola elementare per cui
Gentile si batté sempre. Nel sistema filosofico
gentiliano la religione ha un ruolo intermedio tra
l’arte e la filosofia; come tale il suo insegnamento è
da considerarsi propedeutico
alla filosofia perché offre al bambino le prime basi per
una visione complessiva del mondo. La religione insegnata
nelle scuole doveva essere la cattolica perché questa, a
suo giudizio, era la forma spirituale storica del popolo
italiano ma doveva, nel proseguo dell’iter degli
studi, essere inglobata e superata dallo studio della
filosofia.
La
filosofia politica
Nella
filosofia giuridica e politica Gentile, seguendo Hegel,
identifica lo Stato, il soggetto universale, con
l’incarnazione della moralità ( Stato fu sempre
per lui sinonimo di Stato etico). Nell’opera I
Fondamenti della filosofia del diritto del 1916,
come nell'ultimo suo scritto Genesi e struttura della
società pubblicato postumo 1946 (in cui riprende e
approfondisce i temi già trattati nella prima opera), nonché
in altri scritti minori ( alcuni dei quali sono inseriti
nella sezione della bibliografia sotto il titolo "
Scritti politici") Gentile delineò il suo
modello di Stato che, come la società, la morale, il
diritto e la politica, egli risolse nell'atto di pensiero:
società e Stato, e quindi diritto e politica, non sono,
per Gentile, inter
homines, ma in interiore homine e, per
definirne la natura introduce nel saggio la dialettica di volontà
volente e volontà voluta, che è
identica a quella di pensante e pensato,
data l’identità tra pensiero e volontà: il pensiero,
essendo attività creatrice e infinita, è allo stesso
tempo volontà creatrice e infinita. Il diritto è il voluto,
cioè non più volontà in atto ma volontà passata,
risultato dell'atto di volere, momento astratto della
dialettica e come tale fissato nella sua oggettività, di
contro alla moralità, che è volontà del bene, cioè
creazione del bene nell'atto di volerlo e quindi momento
concreto della dialettica. Diritto e morale, lo Stato e
l'individuo si identificano nell'atto del volere volente o
del soggetto pensante in cui consiste la loro verità. La
struttura dello Stato
che Gentile tracciò nei suoi saggi, rappresenta il
momento della sintesi che risolve in sé l’individualità
dei suoi componenti e come tale elimina la distinzione tra
pubblico e privato, nella direzione di un
totalitarismo che paradossalmente garantisce la libertà,
la “vera libertà”, per tutti i cittadini.
L’adesione al partito fascista sembrò a Gentile la
scelta eticamente e filosoficamente più coerente. Ma
l’episodio cruciale che gli diede la possibilità di
definire la sua posizione in politica fu la prima guerra
mondiale: Gentile condannò l’attendismo di coloro che,
come Croce, temevano che una guerra pur se vittoriosa
sarebbe risultata un disastro per il giovane Stato
italiano, promuovendo con numerosi articoli la tesi che il
conflitto rappresentasse un esame necessario da superare,
che avrebbe unito il popolo italiano e gli avrebbe
permesso di guadagnare credito internazionale. Scontento
della burocrazia e della politica parlamentare (che bollò
con disprezzo col termine giolittismo) vide, nel
nuovo partito prima, e nel regime dopo, lo sviluppo e il
compimento di quel moto storico-ideologico che, dopo aver
animato tutto il Risorgimento italiano, si compiva
finalmente nell'avvento di uno Stato etico forte, garante
della libertà dei cittadini e essenza ed inveramento di
questa stessa libertà. Gentile che si definì sempre un
liberale (non un liberale di tipo
anglosassone, ma di un liberalismo sui generis
di derivazione hegeliana e risorgimentale) cercò, durante
la sua militanza nel partito e nello Stato fascista, di
mantenere una posizione chiara, per gli altri e per sé
stesso, di fronte all'inarrestabile conformismo dogmatico
del regime, pur difendendone le ragioni e i metodi anche
violenti. Per la sua fedeltà ai valori liberali e
risorgimentali dovette subire attacchi da molte correnti
intransigenti del movimento che lo guardarono con sospetto
sin dalla sua adesione al partito. Problematiche furono
anche le sue relazioni con il Vaticano, prima e dopo il
Concordato del 1929, dovute all’avversione di Gentile
verso quella che giudicò una concessione di potere dello
Stato alla Chiesa. Se la produzione culturale di Gentile e
la sua attività contribuirono all’immagine del regime,
sia in Italia che all’estero, è anche vero che
l’appoggio di Mussolini non gli mancò mai e spesso
alcuni suoi interventi lo tirarono fuori dalle polemiche
che i suoi scritti e le sue iniziative di volta in volta
provocarono all’interno del partito; la scelta di
seguirlo a Salò fu una dimostrazione di coerenza, oltre
che stima verso la persona che lo aveva voluto come faro
del regime, e che gli aveva permesso di recitare un ruolo
importante nella cultura italiana, ma non solo, per più
di un ventennio.
Gentile
organizzatore culturale
Lo
studio della produzione filosofica di Gentile non può
prescindere dalla considerazione
della sua incessante attività di organizzatore culturale
in cui si distinse, prima insieme
a Benedetto Croce, e poi, senza di lui, a partire
dal 1924. Con Croce, oltre a curare alcune collane
editoriali, crearono la Critica nel 1903, la
rivista che divenne l’organo di diffusione
dell’idealismo italiano e un importante punto di
riferimento della cultura europea. Dalle pagine della Critica
Gentile ebbe modo di partecipare al dibattito filosofico
italiano e di rispondere alle critiche che venivano mosse
alla sua filosofia. Nel 1907, qualche mese prima del VI
Congresso della Federazione degli insegnati delle scuole
medie, al quale partecipò come relatore, Gentile fondò,
insieme a Giuseppe Lombardo Radice, una rivista pedagogica
dal titolo Nuovi Doveri che si fece portavoce
dell’esigenza di cambiamento che Gentile avvertiva per
la scuola italiana e che culminò con la riforma del
1923-24. Mentre sviluppava il suo attualismo, Gentile
avvertì il bisogno di creare una rivista propria che
fosse l’organo di diffusione della sua filosofia e della
sua scuola filosofica: nel 1920 nacque il Giornale
Critico della Filosofia Italiana che riuniva tutti
coloro che al sistema gentiliano si ispiravano o che si
erano formati nella sua scuola e a quali la rivista
offriva la possibilità di pubblicare testi che sarebbero
loro risultati utili per carriere e concorsi. Durante la
prima guerra mondiale Gentile iniziò a collaborazione con
diversi giornali, tra cui il Resto del Carlino e il
Nuovo Giornale di Firenze, per promuovere, durante
la guerra, la sua battaglia contro l’attendismo ( gli
articoli saranno poi pubblicati nei due volumi Guerra e
Fede del 1919 e
Dopo la vittoria del 1920) e dopo il conflitto per
tentare di dirigere la ricostruzione culturale e politica
della nazione. Nello stesso periodo Gentile iniziò a
definire meglio i caratteri del proprio impegno politico:
vide nel nascente partito fascista, la forza nuova in
grado di traghettare l’Italia nel delicato periodo del
dopoguerra e l’unico in grado di assicurarle un governo
e uno Stato forte e stabile. Nel 1923 venne nominato dal
governo Mussolini ministro della Pubblica Istruzione e
nello stesso anno si iscrisse al partito; benché si
dimise dal governo nel 1924, dopo l’assassinio di
Matteotti, più per difendere l’operato di Mussolini che
per dissociarsi dall’accaduto, esercitò sempre un
controllo sulla politica del governo, controllo che gli
permise di combattere, ma non sempre di vincere,
i tentativi di modifica della riforma della
scuola promossi dai ministri che gli succedettero.
Durante la sua militanza nel partito, Gentile, oltre che
direttore di numerose riviste e collane, e curatore di
varie opere, fu, tra l'altro: nel 1924 Presidente della
Commissione dei Quindici,1925 Presidente della Commissione
dei Diciotto, dal 1925 al 1937 Presidente dell'Istituto
Nazionale Fascista di Cultura, ideatore e dal 1925
Direttore Scientifico della Enciclopedia italiana, dal
1926 al 1928 Presidente del Consiglio Superiore della
Pubblica Istruzione, dal 1928 R. Commissario della Scuola
Normale Superiore di Pisa e dal 1932 Direttore della
stessa, dal 1932 Presidente dell'Istituto Italiano di
Studi Germanici, dal 1933 Presidente dell'Istituto
Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, dal 1941
Presidente della Domus Galileana di cui fu
promotore, dal 1943 Presidente dell'Accademia d'Italia.
Senza dubbio l’Enciclopedia Italiana rimane la
sua iniziativa più importante: essa fu realizzata da
Gentile nel 1925 grazie all’aiuto finanziario e
organizzativo dell’industriale Treccani. Il manifesto
che annunciava a grandi linee l’opera, uscì il 26
giugno 1925 ed era seguito da un elenco di 1410
collaboratori. Il primo volume dell’Enciclopedia
apparve nel 1929, dopo quattro anni di gestazione;
all’opera avrebbero dovuto contribuire tutti gli
intellettuali italiani, perché essa, nei programmi di
Gentile, doveva rappresentare una sorta di monumento alla
unità della cultura italiana. Ma poche settimane prima
dell’uscita del manifesto dell’Enciclopedia, era stato
pubblicato da Gentile Il Manifesto degli intellettuali
fascisti a cui Croce aveva risposto col Manifesto
degli intellettuali antifascisti: gli intellettuali
italiani dovettero scegliere da che parte stare, e
malgrado le ripetute rassicurazioni dello stesso Gentile
sull’imparzialità dell’opera, alcuni abbandonarono la
redazione per la censura che le loro voci subirono sulle
pressioni esercitate in particolar modo dal Vaticano
(esemplari furono le polemiche tra Gentile e padre
Gemelli, rettore dell’Università Cattolica, e tra
Gentile e padre Tacchi Venturi, rappresentante delle
autorità ecclesiastiche all’interno della redazione).
Sebbene queste defezioni influirono sullo sviluppo
dell’opera, l’Enciclopedia ebbe comunque una
considerevole base di collaboratori, anche tra gli
intellettuali antifascisti ed ebrei; e questo le consentì
un certo prestigio e imparzialità, frutto della regia di
Gentile e della diplomazia che il filosofo spesso usò per
controbattere agli attacchi che arrivavano dai fascisti
radicali e dall’area cattolica (in particolar modo dopo
il Concordato).
Negli ultimi anni del regime, Gentile, che era ormai
diventato un personaggio scomodo per molti fascisti (tanto
da far circolare, dopo la morte, la voce che erano stati
gli stessi fascisti ad ucciderlo), venne destinato a ruoli
culturalmente importanti (fu presidente dell’Accademia
d’Italia), ma politicamente poco rilevanti.
Vedi
Bibliografia delle opere
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