
a
cura di
Marco
Ivaldo
Università
di Napoli Federico II
Johann
Gottlieb Fichte
(Rammenau 1764-Berlino 1814), è stato dal 1794 al 1799
professore nell’Università di Jena
e poi dal 1809 al 1814 nell’Università di Berlino.
Di questa Università – eretta proprio in quegli anni -
fu anche rettore (1811-1812). Nell’intermezzo fra gli
insegnamenti di Jena e Berlino ricoprì incarichi di
docenza a Erlangen (1805) e a Königsberg (1807), ma si
impegnò soprattutto nella elaborazione della sua
filosofia, che designava come “dottrina della scienza”
e che espose per lo più in conferenze a un pubblico misto
o in lezioni private. Al tempo della sconfitta della
Prussia contro Napoleone (Jena 1806) Fichte lavorò
attivamente a preparare una rinascita della nazione
tedesca, che doveva essenzialmente muovere dal piano della
cultura e della educazione.
La
dottrina della scienza è la comprensione sistematica
degli atti originari che rendono possibile il nostro
sapere o esperienza. Fichte intende con ciò prolungare il
programma trascendentale che era stato inaugurato
da Descartes
(cogito) e poi sviluppato da Kant,
per il quale la filosofia trascendentale deve occuparsi
del nostro modo di conoscenza a priori di oggetti (cfr.
“Critica della ragion pura”). Fichte enuclea tre
principi trascendentali, o atti originari: posizione,
opposizione e limitazione. Non si dà sapere, o
esperienza, senza un agire originario dello spirito
(“io”), ovvero senza il suo “porsi”. Ma
l’esperienza viene in essere soltanto se questo agire
originario incontra, si “oppone”, una alterità
(“non-io”). Infine l’esperienza è sempre il
concreto risultato di una “limitazione” reciproca
fra l’agire dell’io e l’urto che il non-io
esprime nei suoi confronti (cfr. “Fondamento
dell’intera dottrina della scienza”).
Parlando
di agire dell’io si intende che la costituzione
dell’esperienza non è solamente un processo teoretico,
ma ha primariamente una radice e una struttura pratica.
L’io agente “si sforza” di configurare
l’esperienza secondo un telos di armonia, armonia fra le
diverse facoltà e capacità dell’uomo, ma soprattutto
armonia intersoggettiva e sociale (cfr. “Lezioni sulla
missione del dotto”).
La centralità della dimensione intersoggettiva in
Fichte si coglie anche dal fatto che per la dottrina della
scienza la coscienza dell’io viene a sé soltanto in
grazia di un appello alla libertà che proviene da
un’altra coscienza: non l’incontro con un oggetto, ma
l’incontro con un (altro) soggetto è l’esperienza
originaria per la costituzione dell’autocoscienza (cfr.
“Fondamento del diritto naturale”).
Se
il “porsi” dello spirito è l’atto costituente della
esperienza, o sapere, esso non è però ancora il
principio assolutamente primo. Se l’io “si pone”, ciò
avviene perché esso esprime, o manifesta, una vita, o
meglio un “vivere” (verbo!) originario e fondante.
L’io è pertanto manifestazione, immagine, schema
dell’assoluto, o Dio. La dottrina della scienza è perciò,
in definitiva, teoria del sapere o coscienza come
manifestazione (“Erscheinung”) dell’assoluto.
Questa prospettiva di svolgimento sistematico della
dottrina della scienza si profila in maniera decisa
durante gli anni di soggiorno e poi di insegnamento di
Fichte a Berlino.
L’intera
dottrina della scienza non comprende però soltanto questa
elaborazione di carattere fondamentale sull’io come
manifestazione dell’assoluto, ma anche quattro
discipline particolari, che prendono in considerazione i
modi originari attraverso i quali l’io stesso è in
relazione con il “mondo”: si tratta della dottrina
della natura, della teoria del diritto, dell’etica,
della filosofia della religione.
Inoltre
non deve essere sottaciuto l’impulso di Fichte a unire
strettamente teoria e prassi e a incidere sulla cultura e
la vita sociale della sua epoca. Nasce da qui il suo
impegno a chiarire il compito dell’uomo di cultura nel
quadro di una tematizzazione della “destinazione
dell’uomo”, la quale ha un duplice profilo: temporale
e etico-spirituale. Inoltre Fichte elabora una filosofia
della storia e una caratterizzazione della propria epoca,
allo scopo di orientare la prassi. Storia è per lui la
edificazione delle relazioni fra gli esseri umani sulla
base della ragione e mediante la libertà. Contro la
piattezza ‘empiristica’ che giudicava carattere
fondamentale della sua epoca Fichte si è pronunciato per
un programma di rinnovazione della cultura, che doveva
realizzare una sintesi aperta e dinamica di spirituale e
fattuale, nel quadro però di un primato dello spirituale
e della libertà. La dimensione delle istituzioni
politiche e dello Stato doveva perciò venire concepita al
servizio della sintesi della cultura. Lo Stato è
funzionale alla creazione di relazioni fra gli esseri
umani che incrementino via via il contenuto di valore
(estetico, sociale, morale, religioso, scientifico)
presente nella sfera della manifestazione, ovvero nella
vita storica. Quella di Fichte vuole essere in definitiva,
sia sul piano speculativo che pratico, una filosofia
della libertà.
Bibliografia
secondaria minima in lingua italiana:
Luigi Pareyson, Fichte. Il sistema della libertà,
Mursia. Milano 1976 (II ed.);
Francesco Moiso, Natura e cultura nel primo Fichte,
Mursia, Milano 1979;
Marco Ivaldo, Fichte. L’assoluto e l’immagine,
Studium, Roma 1983;
Aldo Masullo, Fichte. L’intersoggettività e
l’originario, Guida, Napoli 1986;
Claudio Cesa, Introduzione a Fichte, Laterza,
Roma-Bari 1994;
Autori Vari, Filosofia
trascendentale e destinazione etica. Indagini su Fichte a
cura di A. Masullo e M. Ivaldo, Guerini e associati, 1995;
Gaetano Rametta, Le strutture speculative della
dottrina della scienza. Il pensiero di J. G. Fichte negli
anni 1801-1807, Pantograf, Genova 1995;
Reinhard
Lauth, Il pensiero trascendentale della libertà.
Interpretazioni di Fichte, a cura di M. Ivaldo,
Guerini e associati, Milano 1996;
Faustino Fabbianelli, Antropologia
trascendentale e visione morale del mondo. Il primo Fichte
e il suo contesto,
Guerini e associati,
Milano 2000;
Carla de Pascale, Vivere in società, agire nella
storia. Libertà, diritto, storia in Fichte, Guerini e
associati, Milano 2001. |