
a
cura di
Vincenzo
Costa
Univeristà
Cattolica di Piacenza
Jacques
Derrida nasce il 15 luglio 1930 a El Biar, presso
Algeri, da una famiglia ebraica. Proprio per questo,
durante gli anni della Seconda guerra mondiale conoscerà
le discriminazioni derivanti dalle leggi razziali emanate
dal regime di Pétain. In gioventù entra in contatto con
le correnti più vive della cultura francese e con le
esperienze politiche dell’estrema sinistra non
comunista. L’impegno politico resterà una costante
della sua personalità, e lo porterà negli anni seguenti
a impegnarsi a favore del dissenso nella ex Cecoslovacchia
comunista o a favore del movimento antirazzista in
Sudafrica.
Derrida
prende senza dubbio le mosse dalla fenomenologia
trascendentale di Husserl,
riflettendo sulla quale fa emergere la propria originale
posizione.
Tuttavia, che il suo pensiero possa ancora essere
inquadrato anche solo in senso lato all’interno della
fenomenologia non è per niente ovvio. Derrida, infatti,
ha costantemente cercato di mostrare come la ragione sia
il risultato di un insieme di forze e come essa sia
radicata in certi idiomi, in certe strutture segniche
determinate e circoscritte, poiché a suo parere non vi è
alcun significato puro, cioè indipendente dal
significante attraverso cui noi ci possiamo rapportare ad
esso. L’idea di un significato puro, che esiste prima e
fuori del tempo, dunque di una verità stabile, è
un’idea caratteristica della metafisica occidentale che
Derrida, seguendo Heidegger,
determina come una metafisica della presenza. Proprio
perché crede in una struttura pura del significato e
dunque della ragione, la filosofia appartiene a ciò che
Derrida chiama “logocentrismo”, il cui carattere
consisterebbe appunto nel rivendicare il privilegio del logos
rispetto ad altre forme di produzione del senso, invece di
interrogarsi sulle origini “non logiche” della stessa
logica, e dunque della razionalità.
Opponendosi
a questa metafisica, che ha sempre considerato il segno
come qualcosa che sopraggiunge ai significati, Derrida,
utilizzando la lezione dello strutturalismo, ha messo in
luce che il
significato non può darsi senza segni, e che dunque non
vi sono significati in sé, ma solo tracce di tracce.
Per questo, questa metafisica deve essere decostruita.
Occorre cioè fare emergere ciò che essa ha dovuto
emarginare e occultare per poter fare stabilire l’idea
di un puro significato che esiste indipendentemente dal
segno. Ed in questa direzione emerge che il logocentrismo
è solidale con il fonocentrismo. La metafisica ha
cioè pensato che dapprima vi è un significato puro, poi
una sua espressione con la voce, che viene considerata un
segno naturale, e poi una sua trascrizione attraverso la
scrittura, che viene considerata dalla tradizione
metafisica un segno innaturale, perché mentre nella voce
il significato non si allontana da chi parla, con la
scrittura il segno può essere iterato in nuovi contesti,
esponendosi così al fraintendimento e alla perdita.
L’idea della metafisica è in altri termini che vi sia
un significato puro, e che l’incomprensione, lo
slittamento di significato sia colpa del significante, ed
in particolare del significante scritto. Al contrario,
Derrida intende mostrare che il segno scritto non è
qualcosa in cui viene depositato un significato che esiste
già, ma è proprio ciò che costituisce il significato,
il quale dipende dunque da un certo di scrittura. E
questo significa che non vi è una ragione universale,
perché la ragione è legata al grafema e alle differenze
che strutturano le catene grafiche.
Liberarsi
dal logocentrismo significa però anche abbandonare
l’idea che la storia sia una teleologia, un percorso
attraverso cui ci avviciniamo alla verità. Al contrario,
la nozione di teleologia deve essere sostituito da quello
di disseminazione. Non vi è un avvicinamento alla
verità perché non c’è niente da raggiungere. Esistono
solo contesti circoscritti determinati da certi tipi di
scrittura, dunque universi di discorso. E noi viviamo in
un contesto determinato dalla scrittura alfabetica, che ha
prodotto quelle idee che sono caratteristiche
dell’Occidente: l’idea di verità, la sua logica
basata sulle leggi di conseguenza tra premessa e
conseguenza, che si basano sulla linearità di questa
scrittura etc. In questo modo, la decostruzione avvia una
critica che mira a dissolvere l’eurocentrismo, e cioè
l’idea secondo la quale la cultura occidentale è
superiore alle altre, perché è depositaria dell’idea
di ragione. Di questo modo di pensare Derrida ha poi
denunciato le implicazioni filosofiche e politiche,
segnalando quella confusione che fa si che l'occidente
rappresenti se stesso come la punta avanzata, il modello
guida di un’umanità autentica.
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su Della grammatologia
a cura di Roberto Terzi
Cfr. in
particolare J. Derrida, Il problema della genesi nella
filosofia di Husserl, tr. it. di V. Costa, Jjaca Book,
Milano 1992, Introduzione a “L’origine della
geometria” di Husserl, tr. it. di C. Di Martino,
Jaca Book, Milano 1987, La voce e il fenomeno.
Introduzione al problema del segno nella fenomenologia di
Husserl, tr. it. di G. Dalmasso, Jaca Book, Milano
1997. Per un’analisi più ampia dei rapporti che
Derrida intrattiene con la fenomenologia trascendentale d
Husserl si veda V. Costa, La generazione della forma.
La fenomenologia e il problema della genesi in Husserl e
in Derrida, Jaca Book, Milano 1996.
Cfr. su ciò
J. Derrida, Della grammatologia, tr. it. di G.
Dalmasso e altri, Jaca Book, Milano 1998.
J. Derrida, Oggi
l'Europa, trad. it. di M. Ferraris, Garzanti 1991, p.
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