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a cura
di
Alessandro
Raffi
Dante
nasce a Firenze nel 1265, probabilmente tra il 14 maggio e
il 13 giugno, secondo l’indicazione che egli stesso
fornisce in un passo del ventiduesimo canto del Paradiso,
dove afferma di essere nato quando il sole si trovava
nella costellazione dei Gemelli; non tutti gli interpreti
concordano tuttavia sull’interpretazione di quel passo.
Proveniente da una famiglia della piccola nobiltà
cittadina, svolge i primi studi sotto la guida di Brunetto
Latini, celebre poeta e maestro di retorica. Dopo aver
partecipato alla battaglia di Campaldino nel 1289
combattendo contro i ghibellini, si impegna attivamente
nella vita politica di Firenze, fino ad assumere la carica
di priore. La prima opera sicuramente firmata da Dante è
la Vita Nuova,
il romanzo d’amore per Beatrice scritto intorno al 1293.
Morta Beatrice, Dante racconta nel Convivio di aver cercato conforto nella filosofia, affiancando le
letture di Cicerone e
Boezio alla frequentazione delle
“scuole de li religiosi”, vale a dire i Domenicani di
Santa Maria Novella che esponevano la dottrina di Tommaso
d’Aquino e i Francescani di Santa Croce, seguaci di
Bonaventura da Bagnoregio. Nel 1300 prende parte a
un’ambasceria presso il papa Bonifacio VIII nel
tentativo di trovare una pacificazione tra le due fazioni
in lotta a Firenze: i guelfi di parte nera, capeggiati da
Corso Donati e sostenuti dal pontefice; e i guelfi
bianchi, lo schieramento di Gentile Cerchi cui Dante è
vicino. Alla fine del 1301, con un colpo di mano, i Neri
salgono al potere e Dante è condannato in contumacia
insieme ad altri commilitoni. Per non essere costretto a
confessare colpe non commesse, decide di non tornare più
a Firenze e a partire dal 1302 inizia il lungo esilio,
caratterizzato da una vita di
pellegrinaggi tante volte ricordati nelle sue
opere. Dopo avere vagato tra
Forlì, Treviso e la Lunigiana dei Malaspina, negli
anni tra il 1303 e il 1307 – il periodo cui
presumibilmente risale
la composizione del Convivio
e del De vulgari
eloquentia – si stabilisce a Verona presso Cangrande
della Scala, dove rimane fino al 1320. È qui
che porta a termine Commedia, i cui canti iniziali risalgono presumibilmente al 1307.
Dante muore a Ravenna il 14 settembre 1321.
Si
è spesso sollevata la
questione di se e quanto sia legittimo parlare di
un vero e proprio pensiero filosofico attribuibile a
Dante. Quando l’obiezione non viene posta presupponendo
l’astratta separazione tra poesia e pensiero razionale,
la storiografia ufficiale oscilla per lo più tra due
atteggiamenti. Il primo atteggiamento consiste nel
difendere l’idea di un Dante seguace ortodosso di
Tommaso d’Aquino, il grande filosofo e teologo medievale
vissuto tra il 1225 ca. e il 1274 che oltre a teorizzare
la netta distinzione tra ragione e fede assegnò alla
filosofia il compito di preparare l’intelletto umano
alla comprensione delle verità ricavabili unicamente
dalle Sacre Scritture. Il poeta sembrerebbe conformarsi al
modello tomista soprattutto in due aspetti: la concezione
della filosofia come preambolo alla teologia e la
convinzione che il desiderio naturale di conoscenza non
possa essere soddisfatto in questa vita. Entrambi gli
aspetti possono essere compresi a partire dai ruoli che
Dante assegna a Virgilio e Beatrice nella Commedia.
Virgilio è l’emblema della “ragione naturale”: in
quanto autore dell’Eneide,
il poema latino che più di ogni altro anticipa il
messaggio cristiano, secondo l’opinione corrente nel
Medioevo, egli
incarna il sapere dell’umanità precristiana. Per
Tommaso come per
Dante l’espressione più alta della scienza dei Gentili
è la filosofia aristotelica, di cui Virgilio diviene
l’emblema. Nel viaggio attraverso inferno e purgatorio
Dante riesce a risolvere i problemi dottrinali accessibili
alla ragione umana grazie alla guida di Virgilio, ovvero
in virtù delle capacità naturali che Dio stesso ha
voluto infondere nel nostro intelletto. Ma il compito del
vate latino si esaurisce alle soglie del Paradiso: per
l’ultimo viaggio nel regno dei beati fino alla
contemplazione di Dio, sarà Beatrice a subentrare nel
ruolo di guida. Beatrice rappresenta la teologia come
dottrina rivelata, unica risorsa da cui attingere le
risposte a quelle domande dinanzi alle quali il
pensiero umano si arresta, quando non si smarrisce
nell’eresia. Da questo punto di vista
sarebbe l’intera struttura della Commedia
ad essere debitrice di Tommaso. L’altro atteggiamento
invece, è proprio di quegli studiosi che avendo
constatato l’impossibilità di ridurre ad una sola fonte
il pensiero dantesco nella sua totalità - a partire dallo
sperimentalismo della Vita
Nuova fino alle possenti costruzioni speculative del Paradiso
-, propende
per l’immagine di un Dante eclettico, capace di eseguire
anche complesse manovre compilative, ma senza mai
distinguersi come autore con un propria proposta teorica,
originale e sistematica, e un’individualità che
permetta di inserirlo a pieno titolo all’interno di una
storia della filosofia. Gli studi di Bruno Nardi e
di Etienne Gilson, tra gli altri, hanno mostrato da tempo
il debito che Dante ha nei confronti di molti pensatori:
Alberto Magno, in primo luogo, Averroè ed
Avicenna, i cui
commenti ad Aristotele erano diffusi e spesso citati dallo
stesso Alberto
Magno, ma anche Bonaventura da Bagnoregio e
i mistici. Il problema dei rapporti di Dante con Averroè
e la tradizione averroistica in genere è uno dei più
complessi tra quelli affrontati dalla critica. È fuori di
dubbio la grande ammirazione che Dante nutre nei confronti
di Averroè
e di Avicenna, come
testimonia il fatto di aver collocato le loro anime
nel castello degli “spiriti magni” del Limbo, il primo
cerchio dell’inferno destinato a coloro che non poterono
salvarsi in quanto vissero prima o fuori del cristianesimo
pur distinguendosi per
eccellenza di ingegno. Spesso si è sostenuto che il
trattato che più di ogni altro risente dell’influsso
averroistico è il De
monarchia, il manifesto politico in cui Dante teorizza
la pari dignità e l’indipendenza reciproca della Chiesa
e dell’Impero, le massime istituzioni universalistiche
del Medioevo. Oltre a rivendicare la piena autonomia della
ricerca filosofica, Dante dichiara che l’Impero è la
“monarchia universale” voluta da Dio e necessaria al
buon ordinamento politico del mondo. In questo contesto
egli cita espressamente Averroè, propugnando una delle
tesi più combattute dalla chiesa cristiana: il fine di
ogni società consiste nella attuazione piena delle virtù
proprie dell’intelletto umano, un intelletto collettivo
che appartiene a tutta la specie umana ed
è sufficiente a garantirci la felicità in questa
vita, in preparazione alla beatitudine che ci attende dopo
la morte. La citazione del commento di Averroè
al De
anima di Aristotele con cui Dante sostiene la sua
argomentazione, ha fatto pensare che egli aderisca anche
alla tesi secondo cui l’“intelletto possibile” di
cui parla Aristotele
sia unico per tutta la specie umana e
separato dall’anima individuale, che quindi sarebbe
privata del requisito dell’immortalità. Questa tesi,
tuttavia, viene apertamente contestata nel canto
venticinquesimo del Purgatorio, mentre nel decimo dell’Inferno Dante sembra
fare i conti con il suo passato prendendo le distanze
dagli ardori giovanili condivisi per un certo periodo con
l’amico Guido Cavalcanti. Se per i filosofi cristiani e per Dante Aristotele
rimane il pensatore che più di ogni altro ha
colto in Dio la causa finale dell’universo e il termine
verso il quale tende ogni cosa nel suo anelito alla
perfezione, per
Averroè
e i suoi seguaci, compreso Cavalcanti, Aristotele
rappresenta piuttosto l’emblema della filosofia vista
come l’unica via verso la verità per i sapienti,
distinti dal volgo ignorante a cui sono destinate
le “favole” e i miti della religione. Questa idea, che
si è soliti definire come dottrina della “doppia verità”,
è senz’altro estranea a Dante. Ciò non toglie che la
sua concezione del valore della filosofia sia altrettanto
irriducibile alla concezione tomistica che la intende come
“preambolo” alle verità di fede, e tanto meno
all’idea tradizionale che la vorrebbe ridotta a mera
ancella della teologia. D’altro canto, la celebrazione
della speculazione filosofica come strumento attraverso
cui la mente umana si avvicina alla contemplazione di Dio,
è il segnale di una concezione misticheggiante che Dante
ricava da Alberto Magno e da
Bonaventura. Il misticismo
dantesco lungi dal contraddire la visione razionalista
della filosofia, è consequenziale alla convinzione che lo
studio della metafisica, inteso aristotelicamente come
studio delle cause prime degli esseri, sospinge
l’intelletto umano a una comprensione sempre più alta
dell’origine di tutte le cose da Dio, causa
assolutamente prima e “motore immobile”
dell’universo. Questa
interpretazione dell’aristotelismo è un elemento che
contraddistingue la filosofia di Alberto Magno, più
sensibile agli influssi neoplatonici di quanto non lo sia
il suo discepolo Tommaso d’Aquino, poco incline
all’entusiasmo misticheggiante. L’aspetto forse più
originale del pensiero dantesco consiste proprio nella sua
capacità di fondere in un unico crogiolo speculativo, non
sempre senza contraddizioni, il
razionalismo aristotelico e il misticismo della
scuola neoplatonica. Ed è proprio da sintesi che trae
alimento l’impianto poetico – dottrinale della Commedia.
La
lettura del Convivio e del De vulgari
eloquentia ci fornisce elementi determinanti per
rispondere alla domanda circa l’esistenza e la natura di
una filosofia dantesca. I due trattati, composti nei primi
anni del Trecento, costituiscono i momenti complementari
di un medesimo laboratorio speculativo al crocevia tra
Medioevo e Umanesimo. Il Convivio
procede dall’elaborazione di un modello
antropologico dove la nobiltà dell’uomo e della
speculazione filosofica vengono fondate sulla concezione
metafisica della mente umana come “raggio”
dell’infinita Sapienza divina. Il De
vulgari eloquentia traduce questi presupposti in una
teoria del segno linguistico finalizzata a rivendicare la
nobiltà di
quelle attività espressive che costituiscono il
“proprio” della specie umana:
linguaggio e poesia. Il tema della dignità
dell’uomo, che darà origine a un vero e proprio genere
letterario nell’ambito dell’umanesimo e del
Rinascimento, è quindi già nettamente prefigurato in
entrambi i trattati.
L’aspetto più propriamente medievale della
scrittura dantesca si evidenzia nell’adozione di due
tecniche letterarie tipiche della filosofia scolastica. Da
un lato, Dante si appropria dei metodi della quaestio, la disputa su un dato tema articolato in più punti, ciascuno
dei quali viene poi confutato partendo dalla citazione di
una autorità, in
genere un passo biblico, o da una proposizione che
raccoglie il consenso unanime; dall'altro, adotta come habitus
mentale il commento, un genere letterario che nasce dalla
lettura esplicativa di un testo e dall’analisi critica
dei problemi interpretativi che esso pone. Sono entrambe
tecniche di scrittura che riflettono i metodi di
insegnamento tipici delle università medievali: la
disputa, in cui gli studenti si dividono in due gruppi
contrapposti ciascuno dei quali elabora argomenti a favore
della propria tesi; e la “lezione”, la lettura del
testo da parte del docente che ne commenta i singoli
passaggi. Muovendosi su questo doppio registro tipicamente
medievale, Dante
adotta una strategia che in parte fa sua la logica del
principio di autorità, appunto il ricorso al testo sacro
o alla parola di autori comunque consacrati
dall’ortodossia, ma
che poi si sbilancia verso posizioni eterodosse talora
vicine alle tesi dei cosiddetti “averroisti latini”, i
maestri della Facoltà delle arti di Parigi colpiti dalla
condanna del vescovo Etienne Tempier nel 1277. Su due di
loro in particolare, Sigieri di Brabante e Boezio di
Dacia, si sono soffermate le ricerche più recenti. Dal
primo Dante ricaverebbe l’identificazione tra Dio e
l’intelletto agente, Luce che irradia sulla mente umana
le forme universali dell’essere conoscibili attraverso
“l’amoroso uso di sapienza”, formula coniata dal Convivio per indicare lo studio della metafisica. Dal secondo
deriverebbe l’idea di una grammatica universale
soggiacente alla struttura di tutti gli idiomi umani, una
teoria fondamentale nell’ambito della “grammatica
speculativa”, di cui Boezio di Dacia fu forse il
principale esponente, e che sarà alla base della
“semiologia” del De
vulgari eloquentia. Ma ciò che sembra costituire la
cifra caratteristica del pensiero di Dante è la sua
capacità di far coesistere nella propria opera posizioni
filosofiche provenienti da pensatori che spesso si sono
combattuti. Le lodi a Sigieri di Brabante e a Gioacchino
da Fiore (l’abate calabrese che nel XII secolo aveva
profetizzato l’avvento di una imminente “Era dello
Spirito” partendo da una lettura millenaristica dell’Apocalisse)
che nei canti X e XII del Paradiso
vengono innalzate dai rispettivi “nemici” di vita
mortale – Tommaso d’Aquino e
Bonaventura da Bagnoregio
– vanno considerate come il segnale di un atteggiamento
che in Dante assurge fin dai tempi del Convivio a paradigma ideale e metodologico: la filosofia come
dialogo che trascende sia le divisioni di scuola che le
differenze di confessione religiosa.
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