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English
version
a cura
di
Jean-Paul
De Lucca
Università di Malta
Traduzione
di
Miriam Ronzoni
Cartesio
(René Descartes, 1596-1650) è generalmente
considerato il fondatore della filosofia moderna, poiché
prima di lui nessun filosofo aveva posto in discussione
l’edificio conoscitivo e l’eredità culturale del
passato in modo così convincente e radicale, cercando di
costruire un nuovo sistema della conoscenza attraverso la
ricerca di una nuova e più solida fondazione
dell’impresa filosofica.
Cartesio
nasce in un piccolo villaggio chiamato Le
Haye
nella regione della Touraine, in Francia, cui verrà in
seguito imposto in suo onore il nome di “Descartes”.
Compie i propri studi nel rinomato collegio gesuita di La
Flèche, dove riceve una tipica formazione di carattere
scolastico, prima di recarsi all’Università di
Poitiers. Dopo la laurea in legge interrompe gli studi
universitari per poter intraprendere un lungo viaggio in
Europa. In seguito scriverà, nel Discorso sul Metodo
(1637), di aver intenzionalmente abbandonato l’università
per poter imparare “dal grande libro della natura”.
Adrien Baillet, uno dei primi biografi di Cartesio, ci
rende noto (in La
vie de M. Descartes [1691]) un dettaglio
interessante di questi viaggi, che viene spesso
tralasciato. Nel freddo inverno tedesco del novembre 1619,
mentre prestava servizio nelle truppe di Massimiliano di
Baviera, Cartesio era solito trascorrere l’intera
giornata nella propria stanza, godendosi il tepore del
camino. In queste lunghe giornate sedentarie, riporta
Baillet, il filosofo ebbe l’opportunità di conversare
liberamente con se stesso a proposito dei propri pensieri
e delle proprie riflessioni. Questo quadro non può non
richiamare alla mente la famosa scena descritta da
Cartesio nelle Meditazioni (1641).
Cartesio
fu un uomo molto prudente, e cercò sempre, con molta
discrezione, di tenersi lontano dall’attenzione
generale. Dopo aver terminato di scrivere una delle sue più
importanti opere giovanili, Il Mondo, ne interruppe
la pubblicazione a causa dell’esito del processo contro Galileo.
In quell’opera, Cartesio difendeva la teoria
eliocentrica di Copernico
e rigettava la tradizionale tesi aristotelica secondo cui
il mondo celeste e il mondo terrestre andavano concepiti
come intrinsecamente diversi l’uno dall’altro in
sostanza e qualità. Non pubblicò l’opera per la
semplice ragione che desiderava vivere una vita
tranquilla, lontano dalle polemiche e dai problemi.
Tuttavia, come rivelò in confidenza all’amico Marsenne,
rimase sempre convinto della validità delle proprie
argomentazioni.
Accettato
l’invito della regina Cristina di Svezia a prestare
servizio come suo precettore personale, Cartesio si
trasferì a Stoccolma nel settembre del 1649. Al fine di
non tralasciare i propri doveri regali, la regina ordinò
al filosofo di darle lezioni ogni giorno alle cinque del
mattino. Fin dall’infanzia, Cartesio aveva avuto
l’abitudine di alzarsi tardi la mattina, per ragioni di
salute. Questo cambiamento repentino di abitudini,
ulteriormente aggravato dal durissimo inverno svedese, gli
causò una forte polmonite, che fu la ragione della sua
morte l’ 11 febbraio 1650, pochi mesi soltanto dopo il
suo arrivo presso la corte della regina Cristina.
La
genialità di Cartesio si espresse in primo luogo nel
campo della matematica. Il filosofo è tutt’ora
considerato l’inventore di quel ramo della matematica
che applica l’algebra alla geometria, vale a dire
appunto la geometria cartesiana. Anche la rappresentazione
grafica delle operazioni della geometria cartesiana è
opera del filosofo, e le ascisse e le ordinate sono
chiamate anche coordinate cartesiane. Cartesio nutriva una
profonda stima per la matematica sin dai tempi di La Flèche.
Nel Discorso sul metodo riconosce come la propria
educazione lo avesse lasciato senza nessuna conoscenza
vera e propria, con l’eccezione appunto della
matematica. Cartesio era affascinato dalla chiarezza e
dall’affidabilità delle certezze cui la matematica
conduce e il tentativo di applicare il metodo della
matematica ad altri campi della conoscenza rimase la sua
più grande ambizione per tutta la vita. Ciò che lo
colpiva era come le dimostrazioni matematiche, partendo
dalle più semplici e indubitabili premesse e compiendo
dei passaggi logici altrettanto semplici, per lo meno
all’inizio, potessero, grazie al metodo deduttivo,
spiegare le questioni più oscure ed intricate. Due erano,
secondo Cartesio, le caratteristiche salienti del metodo
matematico: la chiarezza e la distinzione. Tali
caratteristiche avevano lasciato un’impronta profonda in
tutti i campi della conoscenza, in particolar modo nella
scienza moderna dopo I radicali cambiamenti apportati
dalla rivoluzione scientifica. Per tali ragioni, come
alternativa alle vecchie e barcollanti fondamenta del
tradizionale sapere metafisico, Cartesio propose una nuova
fondazione della conoscenza basata sulle verità chiare e
distinte della matematica.
Il
passo successivo nel pensiero cartesiano fu quello di
chiedersi quale metodo potesse essere usato per la
conoscenza non-matematica. Le fondamenta dovevano essere
le stesse: quelle di una premessa assolutamente
indubitabile. La metafisica tradizionale aveva dato per
scontato troppe cose, giungendo così ad asserire tesi in
contraddizione le une con le altri sulla base di premesse
dubbie. Per queste ragioni, Cartesio giunse alla
conclusione che il metodo del dubbio iperbolico fosse lo
strumento adeguato per giungere a delle premesse
indubitabili. Alcuni filosofi precedenti a Cartesio (ad
esempio, Tommaso
Campanella nelle 14 dubitationes della
sua Metaphysica) avevano
suggerito l’idea che il dubbio potesse essere uno
strumento per avvicinarsi alla verità, ma nessuno aveva
ipotizzato che il dubbio potesse essere il metodo
per eccellenza dell’impresa filosofica. Una volta
raggiunta una premessa indubitabile, riteneva Cartesio, se
ne sarebbero potute dedurre logicamente conclusioni chiare
e distinte. La più nota applicazione di tale metodo viene
formita nell’argomentazione presentata nelle Meditazioni.
Utilizzando il metodo del dubbio esteso ad ogni cosa (de
omnibus dubitantium), inclusi i propri cinque sensi,
Cartesio giunge a quella che ritiene essere una verità
indubitabile, vale a dire la certezza della propria
esistenza. Nelle Meditazioni
egli presenta tale argomentazione nel modo seguente.
Seduto
su di una poltrona di fronte al camino, Cartesio inizia a
dubitare dei propri sensi. I sensi possono ingannare, come
dimostrano le illusioni ottiche. Tuttavia, continua
Cartesio, solo un pazzo dubiterebbe dell’esistenza delle
proprie braccia e delle proprie gambe. Ma se sognassimo?
Sognare di essere seduto in poltrona di fronte al camino
guardando le proprie mani sarebbe del tutto possible.
Pertanto, potremmo credere di vedere le nostre mani ma
essere in realtà immersi in un sogno. Pertanto, i sensi
non possono essere considerati affidabili.
Tuttavia,
prosegue Cartesio, anche se i sensi ingannano, e anche se
possiamo, per quanto ne sappiamo, illuderci costantemente
di vivere, vedere, toccare quello che in realtà solamente
sogniamo, le verità matematiche sono comunque sempre
vere. Due più
tre fa sempre cinque e un quadrato ha sempre quattro lati.
Tuttavia, applicando il metodo del dubbio iperbolico,
Cartesio giunge ad immaginare che il creatore
dell’Universo possa non essere il benevolente Dio
Cristiano, bensì un genio maligno il cui costante scopo
sia quello di ingannare il genere umano (O Cartesio
semplicemente, giacché, essendo i sensi ingannatori, non
è lecito fare affidamento sull’esistenza degli altri).
Per cui, anche il più semplice ragionamento matematico
potrebbe essere falso. Come possiamo, infatti, essere
sicuri che tale genio maligno non esista? L’intera realtà,
pertanto, potrebbe essere il sogno di tale genio maligno.
Dobbiamo
dunque, si interroga a questo punto Cartesio, giungere
alla conclusione che non vi è nulla di indubitabile? No,
dal momento che vi è in effetti qualcosa di indubitabile,
vale a dire la certezza della propria esistenza: chi
dubita, sta riflettendo, e chi riflette, o pensa, esiste (cogito,
ergo sum). Questo sarebbe vero, e necessariamente
vero, anche se i sensi e un genio maligno ci ingannassero
in continuazione. Tale verità non può essere negata e
posta in discussione senza cadere in contraddizione (se
dico “dubito di esistere”, sto in realtà dimostrando
la mia esistenza). E’ importante notare, già a questo
punto, come Cartesio punti sul fatto che sia la coscienza
(l’attività mentale, il cogito) ad essere
indubitabile, e non la certezza dell’esistenza del
proprio corpo. Questa è la base del cosiddetto dualismo
cartesiano.
L’argomentazione
a partire dal cogito è legata al nome stesso di Cartesio.
L’affermazione “Penso, dunque sono” è pertanto,
secondo Cartesio, l’unica certezza indubitabile. Egli
parte dunque da tale premessa indubitabile per dimostrare
l’esistenza di Dio (che può essere considerate una
riformulazione della prova ontologica a priori) e del
mondo. In sintesi, le due dimostrazioni procedono come
segue. L’unica cosa la cui esistenza è indubitabile,
vale a dire la propria mente, contiene delle idee
innate (una nozione essenzialmente platonica).
Tra queste, l’idea di “sé”, di “Dio” e di
“sostanza”. L’esistenza di Dio può essere
dimostrata a partire da tali idee innate con una prova
ontologica a priori (come in Anselmo
d’Aosta, tale prova non fa affidamento
sul mondo esterno, dato che a questo stadio l’esistenza
del mondo esterno è ancora sotto l’ipoteca del dubbio).
L’idea innata di “Dio”, infatti, essendo l’idea di
qualcosa di perfetto ed infinito, non puo’ essere stata
creata dalla mente stessa, e pertanto deve essere stato
Dio stesso a imprimere tale idea di se stesso nella mente
umana. Una volta dimostrata l’esistenza di Dio, il genio
maligno non può più essere considerato come il possible
creatore dell’universo, e pertanto si può
tranquillamente fare affidamento sulle verità
matematiche, dal momento che l’ipotesi del genio maligno
era l’unica obiezione che si potesse avanzare contro di
esse. Pertanto, se la matematica può essere accettata con
certezza come insieme di verità chiare e distinte, allora
possiamo anche legittimamente credere che la
rappresentazione della realtà attraverso l’uso di verità
matematiche fornita dalla fisica sia corretta (e pertanto,
verità scientifiche come quelle avanzate da Galileo
non sono da considerarsi incompatibili con la fede
cristiana). Così, dal momento che le verità della fisica
sono affidabili, secondo Cartesio può considerarsi
dimostrata l’esistenza del mondo esterno.
Pertanto,
possiamo concludere, Cartesio usa il metodo scettico del
dubbio proprio per confutare lo scetticismo stesso, dal
momento che il dubbio ci conduce in ultima analisi a verità
chiare e distinte, e quindi indubitabili.
Un
altro aspetto della filosofia cartesiana, criticato quasi
immediatamente da Spinoza,
è il suo dualismo. Memore della distinzione platonica tra
il corpo e la mente, Cartesio ritiene che la mente sia una
sostanza puramente pensante (res cogitans) e che il
corpo sia una sostanza puramente materiale (res extensa),
una mera estensione materiale all’interno della quale la
mente opera. Questa assunzione di partenza induce Cartesio
ad una concezione meccanicistica del corpo, a tal punto
che Cartesio considera gli animali come delle pure e
semplici macchine. Nonostante la convincente critica di
Spinoza, il dualismo cartesiano esercitò una notevola
influenza all’interno della filosofia occidentale fino
al ventesimo secolo, e anche oggi alcuni filosofi sposano
una forma di dualismo di cartesiana memoria.
L’argomentazione di Cartesio può essere riassunta nel
modo seguente: la dimostrazione a partire dal cogito ha
dimostrato la certezza della propria esistenza in quanto
attività mentale, ma non la certezza dell’esistenza del
proprio corpo. Pertanto, l’esistenza della mente è
indipendente dall’esistenza del corpo, e non è nemmeno
possible essere certi di esistere quando non si sta
pensando. Ciò significa che la nostra esistenza dipende
dal fatto che pensiamo. Pertanto, gli esseri umani sono
essenzialmente esseri pensanti (res cogitans), vale
a dire sono essenzialmente mente, anima. Il nostro corpo
non è nient’altro che una macchina, materia estesa (res
extensa) che serve come veicolo e strumento della
mente.
L’aspetto
problematico di questa argomentazione consiste nel fatto
che non è detto che, semplicemente per il fatto che non
possiamo dubitare del fatto che stiamo pensando mentre
possiamo dubitare di avere un corpo, ciò significa che
possiamo esistere indipendentemente dal nostro corpo.
Cartesio sembra sostenere che, semplicemente per il fatto
che possiamo dubitare di qualcosa, questo qualcosa abbia
uno statuto d’esistenza inferiore a ciò di cui non
possiamo dubitare. Sarebbe come dire che dal momento che
possiamo dubitare che ci sia vita su altri pianeti (poiché
non ne abbiamo la certezza), allora è probabilmente falso
- invece che semplicemente non certo – dire che
ci deve essere vita da qualche altra parte
nell’universo. Cartesio sembra commettere l’errore di
usare il dubbio come una qualche forma di verifica
definitive non solo della verità, bensì anche della
falsità di una tesi.
La
distinzione radicale tra corpo e mente conduce Cartesio
alla questione del rapporto e del punto di incontro tra
l’una e l’altro nella persona umana. La risposta di
Cartesio, che radicalizza ulteriormente il proprio
dualismo, consiste nel sostenere che il punto di contatto
tra mente e corpo ha luogo nella ghiandola pineale. Anche
se ciò fosse vero, si potrebbe tuttavia sostenere che collocando
la res cogitans nella ghiandola pineale, Cartesio
confuta la propria tesi secondo cui la collocazione nello
spazio sarebbe una proprietà della res extensa e
non del pensiero. Cartesio, tuttavia, non si preoccupò
granché di difendere ulteriormente la propria tesi
dualista, che fu del resto ben presto rifiutata da altri
grandi filosofi, anche da quanti si definirono, in
seguito, “cartesiani” o “razionalisti”.
La
filosofia di Cartesio è interessante anche dal punto di
vista letterario, non solo per il suo stile tipicamenbte
chiaro e comprensibile ma anche per il suo splendido uso
del Francese e, soprattutto, per il suo stile
autobiografico. Ciò riflette non solo il suo intento di
fare della filosofia una disciplina applicata piuttosto
che un mero dibattito accademico, bensì segna anche un
importante evoluzione nella scittura filosofica fino a
quell momento caratterizzata dalla forma del dialogo e del
trattatto. Da una prospettiva contemporanea, all’interno
della quale un lavoro è apprezzato tanto per il suo
contenuto quanto per il suo stile, questo mutamento
risulta particolarmente significativo.
Le principali opere di
Cartesio:
 |
Regole
per la guida dell'intelligenza (1625-28) |
 |
Il
mondo o Trattato sulla luce
(1629-1633) |
 |
Diottrica,
Meteora e
Geometria (1637) |
 |
Discorso
sul metodo (1637) |
 |
Meditazioni
metafisiche (1641) |
 |
I
principi della
filosofia (1644) |
 |
Le
passioni dell'anima (1649) |
Queste opere, come le
Lettere filosofiche, sono state pubblicate in italiano da
Laterza in quattro volumi
col titolo Cartesio: Opere Filosofiche.
Le opere sono state inoltre pubblicate da altre case
editirici, quale
Bompiani - che ha pubblicato
le opere non come collezione
ma in volumi singoli.
Alcune opere su Cartesio:
 |
Geneviève
Rodis-Lewis, Cartesio: Una biografia
(Calmann-Lévy, 1995), Editori
Riuniti (1997) |
 |
Brianese,
G., Il «Discorso sul metodo» di Cartesio e il
problema del metodo
nel XVII secolo; Paravia (1988) |
 |
Cottingham,
J., Cartesio; Il mulino (1991) |
 |
Crapulli,
G., Introduzione a Descartes; Laterza (1988) |
 |
Di
Bella, S., Le meditazioni metafisiche di Cartesio.
Introduzione alla lettura;
Carocci, (1997) |
 |
Garin,
E., Vita e opere di Cartesio (1967); Laterza (1986) |
 |
Gori,
G.B., Cartesio; Isedi (1977) |
 |
Scribano,
E., Guida alle lettura delle Meditazioni metafisiche
di Descartes; Lateza
(1997) |
 |
Verga,
L., L'etica di Cartesio; Celuc (1974) |
|