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a cura di
Alessandro
Raffi
Ruggero
Bacone nacque ad Ilchester, nella contea inglese di
Somerset, presumibilmente intorno al 1214/1220 e morì a
Oxford, si presume, nel 1294. Allo stato attuale degli
studi non si hanno ancora informazioni sicure circa le
date effettive di nascita e di morte. Dopo essere stato
allievo, a Oxford, di Roberto Grossatesta e Adamo di Marsh,
negli anni Trenta completò la sua formazione filosofica
presso la Facoltà delle Arti di Parigi, di cui assorbì
lo spirito pionieristico maturando una personalità libera
e spregiudicata. Nel 1241 a Parigi conseguì il titolo di
Maestro delle Arti, che lo abilitava all'insegnamento
delle sette discipline, raccolte appunto sotto la
denominazione di Arti liberali (grammatica, retorica,
dialettica, aritmetica, musica astronomia, geometria), che
costituivano la base del curriculum di studi universitario
nel Medioevo. A Parigi si distinse per esser stato uno dei
primi a
commentare estesamente i testi scientifici di Aristotele,
da poco tradotti in latino dall'arabo, in particolare la Fisica. Questa attività gli consentì di approfondire il pensiero
dei grandi commentatori arabi di Aristotele,
tra cui Averroè
e Avicenna.
Dopo il suo ritorno a Oxford, nel 1257 entrò nell'ordine
francescano, ma il suo interesse per
l'alchimia e l'astrologia cominciò a destare
sospetti e irritazione da parte dei suoi superiori.
Durante il pontificato di Clemente IV, dal 1265 al
1268, poté godere di una condizione di relativa
tranquillità, grazie alla protezione offertagli dal papa,
suo amico ed estimatore. I suoi tre scritti più famosi,
l'Opus maius, l'Opus
minus, e l'Opus tertium, concepiti come abbozzi di una enciclopedia che non sarà
mai realizzata, risalgono tutti a questo periodo. Negli
anni successivi egli scrisse
i Communia Mathematica e i Communia
naturalium e nel 1272 il Compendium
studii Philosophiae. Venuta meno la protezione di
Clemente IV, negli anni '70 si moltiplicarono le accuse di
eresia da parte dei confratelli, in quanto Bacone restava
uno strenuo difensore dell'astrologia. Approfittando della
condanna del 1277 emanata dal vescovo di Parigi Etienne
Tempier contro i maestri della locale Facoltà della Arti,
nel 1278 fu avviato un procedimento giudiziario nei suoi
confronti che si concluse con la detenzione, durata fino
al 1292. Contro la sua condanna Bacone scrisse lo Speculum astronomiae, ma la lettura delle sue opere fu interdetta.
Ormai in età avanzata e gravemente malato, Bacone dedicò
gli ultimi anni della sua vita alla stesura del Compendium
studii theologiae, che può essere considerato il suo
testamento spirituale. Dal 1294 non si hanno più notizie
su di lui.
La
dottrina filosofica
Complessa
figura di frate, mistico, alchimista, astrologo,
grammatico, costruttore di specchi ustori, naturalista e
forse scopritore della polvere da sparo, secondo una
tradizione non confermata, Ruggero Bacone è senz'altro la
personalità di maggiore spicco tra i discepoli di Roberto
Grossatesta, da cui trasse origine la grande scuola
filosofica di Oxford. Roberto Grossatesta, il vescovo di
Lincoln vissuto tra
il 1175 e il 1253, fu l'esponente principale di quel
filone della filosofia platonico - agostiniana che va
sotto il nome di "metafisica della Luce", un
modello sorto dalla volontà di coniugare la teologia
cristiana con la concezione neoplatonica della causalità
intesa come "irradiazione" di Dio nel mondo.
Sotto la guida di Grossatesta la scuola di Oxford si
caratterizzò per una particolare attenzione ai problemi
scientifici, in particolare l'ottica e l'astronomia, pur
senza cancellare i tratti tipici della religiosità
francescana, come l'attesa millenaristica per una
imminente renovatio dell'intera
cristianità che avrebbe dovuto inaugurare la futura epoca
dello spirito. Da questo punto di vista,
le apparenti contraddizioni presenti nell'opera di
Ruggero Bacone, si possono almeno in parte spiegare a
partire dal suo primo ambiente di formazione.
La
trilogia baconiana che comprende l'Opus
maius, l'Opus
minus e l'Opus tertium fu redatta tra il 1265 e il 1268, e venne inviata al
papa Clemente IV unitamente ad una lunga epistola in cui
l'autore delinea le linee guida del grandioso progetto
enciclopedico che sarebbe rimasto incompiuto. Bacone muove
da due esigenze tra loro strettamente correlate. In primo
luogo, la necessità di realizzare una profonda riforma
del sapere che superi la frammentazione e il
particolarismo in cui tendono a cadere le singole
discipline, e confluisca in una visione unitaria
saldamente ancorata ai precetti della verità rivelata. In
secondo luogo, l'idea che tutti i contenuti
del sapere sono incorporati, in maniera esplicita o
implicita, nelle Sacre Scritture. Come il pugno chiuso
raccoglie tutto ciò che la mano aperta dispiega, afferma
Bacone, allo stesso modo la sapienza necessaria al genere
umano è contenuta interamente nelle Scritture. Dio ha
creato un unico mondo, un unico genere umano, per un solo
fine di salvezza: unica dev'essere pertanto la Sapienza
che compendia in sé ogni singolo contenuto della
conoscenza. Ne consegue che al vertice della gerarchia
delle discipline bisogna collocare la teologia, raggio
dell'infinita Luce di Sapienza che promana da Dio.
L'ideale baconiano di reformatio e la concezione teocentrica del sapere sono pertanto i
due lati di un medesimo atteggiamento epistemologico.
Sotto questo profilo, la posizione di Bacone può apparire
molto vicina al conservatorismo e all'epistemologia "riduzionistica"
che Bonaventura
da Bagnoregio aveva già fissato nel suo
trattato De reductione artium ad theologiam. In quest'opera il maggiore
esponente della scuola parigina francescana, vissuto tra
il 1221 e il 1274, aveva decisamente negato l'autonomia
del sapere filosofico, considerando la subordinazione
della filosofia alla teologia come l'unico mezzo per
arginare il diffondersi delle eresie. Questa
preoccupazione non è certo assente in Bacone, ma contiene
parecchi elementi di novità se confrontata con la rigida
impostazione di Bonaventura.
Partendo dal presupposto che la Scrittura contiene in sé
la somma di ogni verità, Bacone sostiene che è compito
del teologo approfondire il significato letterale del
testo sacro senza sovrapporvi le proprie compiaciute
"divagazioni", che nel caso di alcuni esegeti
finiscono per degenerare in una vana moda letteraria. La
presunzione di coloro che
nel commento all pagina sacra trovano l'occasione
per fare sfoggio del proprio ingegno di eruditi, è
l'aspetto più deleterio della cultura teologica del
proprio tempo che Bacone condanna senza mezzi termini,
richiamandosi a un ideale di umile simplicitas in cui sono evidenti le matrici francescane. D'altro
canto, se la teologia ha da essere una scienza rigorosa,
il commentatore delle Scritture dovrà munirsi degli
strumenti idonei: egli deve attingere in primo luogo alla
conoscenza delle lingue in cui sono scritti i testi
originari, e quindi l'ebraico e il greco; e inoltre, dovrà
raccogliere tutti i documenti necessari per restituire la
pagina sacra alla sua corretta lezione, nell'intento di
isolare il testo dai commenti che con l'andar del tempo si
sono sovrapposti ad esso dando origine a luoghi comuni e
incrostazioni intellettuali. In tal modo Bacone fa valere
l'ideale di una ricerca filologica applicata al testo
sacro che anticipa in maniera sorprendente alcune
acquisizioni che il pensiero filosofico farà proprie
soltanto in epoca umanistica.
Una
volta assicurati questi punti di riferimento, Bacone
procede a delineare la struttura del suo progetto
enciclopedico secondo un disegno che viene efficacemente
riassunto e motivato nella lettera a Clemente IV, una
sorta di "discorso sul metodo". Se la dottrina
rivelata rappresenta la fonte indiscussa da cui scaturisce
ogni verità degna di questo nome, tre sono le strade che
l'uomo può praticare per arrivare alla conoscenza. La
prima è l'Auctoritas, il rimando alle Scritture
attraverso la citazione del testo assunta allo scopo di
dirimere una questione controversa. Questa strada è
l'unica umanamente percorribile quando sono in gioco i
dogmi della fede e i principi della religione, ma Bacone
mette in guardia contro un uso indiscriminato delle
"autorità" in filosofia, perché spesso il
ricorso ad esse è segno della malafede dell'interlocutore
che vuole sottrarsi a una discussione razionale o
nascondere la sua incapacità di rispondere alle obiezioni
col trincerarsi dietro una citazione, magari nemmeno
pertinente. Ovviamente il rischio è tanto maggiore quando
l'autorità in questione sia quella di Aristotele
o di un altro "sapiente" elevato al medesimo
rango. Nella prospettiva di Bacone, in altri termini, il
richiamo all'autorità non può e non deve mai degenerare
in oscurantismo. Il campo dell'argomentazione scientifica,
da questo punto di vista, ci spiana la seconda via verso
la verità, quella che può essere acquisita attraverso il
ragionamento. Quest'ultimo, tuttavia, non va
inteso nel senso della logica aristotelica, come
deduzione sillogistica di verità particolari a partire da
premesse universali di per sé note o dimostrate
precedentemente, bensì come dimostrazione matematica
all'interno di un sistema assiomatico come quello della
geometria euclidea. La dimostrazione matematica assume per
Bacone un valore epistemologico fondamentale destinato a
rendere sempre più marginale il ruolo della logica
aristotelica, che egli spesso accusa di non essere
sufficientemente rigorosa. Seguendo le tracce di
Grossatesta, Bacone attribuisce alla matematica il valore
di scienza in grado svelarci l'ordine razionale
dell'universo, a sua volta manifestazione dell'infinita
Sapienza divina, in quanto la legalità ontologica del
mondo fisico è costituita da rapporti di causalità
comprensibili solo in termini di leggi matematiche. Come
è stato più volte osservato, in questo passaggio Bacone
contribuisce a fissare il principio secondo cui l'oggetto
della ricerca scientifica non sono le essenze
al di là dei fenomeni,
o le forme
sostanziali classificabili attraverso la tradizionale
nomenclatura dei generi e delle specie, bensì le leggi
attraverso cui comprendiamo i rapporti di
interdipendenza che legano tra di loro i fenomeni in una
catena di cause ed effetti. Ed è a questo punto che
scaturisce, come per una intrinseca necessità, la terza
via della conoscenza, quella della "scienza
sperimentale" (scientia experimentalis): ogni dimostrazione matematica infatti deve
ricevere conferma dall'esperienza, ovvero dal contatto
diretto con la realtà nel suo diretto manifestarsi. Non
bisogna tuttavia incorrere nell'errore di considerare
l'affermazione baconiana come una anticipazione del metodo
sperimentale moderno inteso nel senso della scienza
seicentesca. Gli "esperimenti" di cui parla
Bacone non sono altro che la semplice constatazione
fattuale di una conclusione a cui si è giunti per via di
ragionamento, e nulla hanno a che vedere con le esperienze
di laboratorio della scienza "esatta". È
assente in Bacone, come in tutta la scienza medievale,
l'idea del metodo come insieme di strumenti attraverso cui
un'ipotesi viene pubblicamente controllata e messa alla
prova in base alle condizioni della sua riproducibilità
universale.
Alla
distinzione fra le tre vie della conoscenza subentra la
dottrina delle cinque discipline più "nobili"
che dovranno costituire l'ossatura del progetto
enciclopedico del sapere. Al primo posto Bacone colloca la
morale, quella che Aristotele
chiama "scienza civile". In questa disciplina si
raccolgono i principi della dottrina cristiana, l'etica, e
la teoria dello Stato, a dimostrazione del fatto che le
conquiste del sapere pagano dell'antichità trovano il
loro compimento nei dettami della Rivelazione cristiana.
Il primato della morale ci illumina su un altro aspetto
importante che contraddistingue l'intera opera di Bacone.
Per il dottore francescano, il
progetto enciclopedico di riforma del sapere deve
essere funzionale a un rinnovamento etico di tutta la
società, la "repubblica cristiana" come egli la
chiama abitualmente. E si tratta di un processo che deve
investire prima di tutto le istituzioni della Chiesa,
sempre minacciate dal rilassamento o dalla corruzione dei
costumi. Il primato attribuito alla morale, in questo
senso, salda in maniera significativa l'aspirazione tutta
baconiana a un sapere di tipo pragmatico - operativo con
la tradizione mistica e riformatrice che è caratteristica
dell'intero movimento francescano fin dalle sue origini.
Il progetto enciclopedico costituisce una riforma
complessiva del sapere del tempo che a sua volta anticipa
la renovatio globale
della Cristianità. Ed è proprio il primato attribuito
alla scienza morale che ci permette di delineare le
caratteristiche della "scienza
sperimentale", che occupa il secondo posto nello
schema assiologico. Questa scienza è maestra di tutte
quelle che seguono, e il suo scopo, a sua volta, è quello
di porsi al servizio della morale. In questa accezione
larga la scienza sperimentale include l'ottica, la
matematica e la conoscenza della lingue, con le quali si
completa l'ossatura epistemologica su cui si articola il
progetto enciclopedico. Ricollegandosi a scienziati arabi
come Avicenna
e Al-Hazen,
Bacone interpreta il ruolo dell'ottica nel quadro della
metafisica della luce di Grossatesta. Bacone è convinto
che attraverso questa disciplina ancora giovane, almeno
per ciò che concerne il mondo cristiano, l'uomo possa
arrivare alla conoscenza della struttura geometrico
- matematica del cosmo. Infatti, le leggi che governano il
diffondersi della luce sono analoghe alle leggi causali
che governano tutti gli altri processi della natura. Ne
consegue che il fondamento dell'ottica rimanda alla quarta
scienza, la matematica, vera chiave di volta di un
universo che fu creato da Dio - come è attestato dal
libro della Sapienza
11, 21 - "secondo
numero, peso e misura". Bacone insiste sulla vastità
delle applicazioni della matematica, dalla musica
all'astrologia. Sebbene quest'ultimo termine all'epoca di
Bacone fosse l'equivalente di quella scienza che sarà
ribattezzata come "astronomia", l'autore include
esplicitamente nel suo spettro semantico anche la
cosiddetta "astrologia politica", ovvero lo
studio scientifico degli astri necessario a chi governa al
fine di deliberare ciò che è meglio per la repubblica
dei fedeli. I sapienti che sono i naturali consiglieri di
principi e papi devono mettere al servizio della
cristianità tutti gli strumenti utili ad anticipare
l'avvento del regno di Dio, senza escludere
pregiudizialmente nemmeno i prodigi dell'alchimia e della
magia. Questo tema viene approfondito nel suo aspetto
tecnico - operativo in un trattato dal titolo Epistula
de secretis operibus naturae, dove l'autore, fra le
altre cose, invita a distinguere la magia falsa dei
necromanti dalla magia autentica, che può efficacemente
contrastare gli inganni orditi dal Maligno. Anzi, queste
conoscenze sono indispensabili, perché quando i tempi
saranno maturi l'Anticristo si presenterà egli stesso
come "mago" e "negromante", e la
padronanza della arti magiche ci permetterà di leggere in
anticipo i segni dell'avvento imminente consentendoci
altresì di combatterlo con le sue stesse armi in nome del
trionfo finale di Dio. Nella figura del Doctor
Mirabilis, come Bacone fu soprannominato per la sua
abilità di alchimista versato nella conoscenza dei
segreti della natura, tornano ancora una volta a convivere
il mistico e lo scienziato, il profeta visionario e il
pragmatico, l'uomo di chiesa imbevuto del profetismo
francescano e il razionalista che attinge a piene mani
dalle opere degli "astrologi" arabi.
La consapevolezza che l'apprendimento delle arti
magiche si colloca all'interno di un quadro escatologico
che comunque rimanda al mistero della Provvidenza divina,
fa sì che sia piuttosto difficile considerare la passione
di Bacone per la magia e l'alchimia come una anticipazione
del motivo rinascimentale dell'Homo Faber. Un accenno in
questa direzione, lo si può eventualmente rintracciare nel celebre passo della Epistula
de secretis operibus naturae in cui egli immagina
future realizzazione tecniche di navi senza rematori,
macchine volanti e apparecchi per camminare "sul
fondo dei fiumi e dei mari senza pericolo alcuno".
Resta tuttavia il fatto che il suo entusiasmo per i
"prodigi" della scienza sperimentale, unito alla
convinzione che con l'alchimia l'uomo si assicura il
dominio sulla natura, non poté non destare sospetto in un
momento storico in cui l'impatto della scienza proveniente
dal mondo arabo nella Cristianità europea doveva mettere
in discussione equilibri fino ad allora consolidati.
La
sequenza delle cinque dottrine più nobili che comprende
morale, scienza sperimentale, ottica e
matematica, si conclude con la "conoscenza
delle lingue". Non si tratta semplicemente dell'idea
di ampliare i compiti della tradizionale grammatica,
intesa come prima arte liberale del curriculum
universitario, ma di una commistione di filologia e
semiotica in cui ancora una volta le proposte filosofiche
di Bacone si distinguono per la grande forza innovativa.
Egli sostiene che un intellettuale cristiano non deve
limitarsi alla conoscenza del latino ma deve ampliare
l'orizzonte al greco, all'ebraico e anche all'arabo.
Importante, per quanto riguarda quest'ultimo, non soltanto
al fine di impadronirsi dell'imponente patrimonio della
cultura islamica, ma anche per ricondurre alla Cristianità
i seguaci di Maometto utilizzando gli strumenti
dell'apologetica, anziché ricorrere all'imposizione di
dogmi per loro incomprensibili o, ancora peggio, alla
violenza e alla guerra. Gli interessi linguistici di
Bacone si inseriscono inoltre all'interno di una vera e
propria riflessione semiologica, approfondita soprattutto
nel tardo Compendium
studii theologiae. Partendo da Sant'Agostino, egli
riprende la distinzione tra segni naturali, come il fumo
che segnala la presenza del fuoco, e i segni artificiali,
istituiti ad
placitum, per convenzione,
attraverso un atto di imposizione. Bacone ribadisce
che il significato di una parola non ha alcuna connessione
con la natura o l'essenza delle cose designate, tant'è
vero che il significato delle parole muta profondamente
nel corso del tempo. Dalla libertà con cui i
parlanti si appropriano del codice e del lessico
nasce una spinta decisiva destinata a tradursi in una
sorta di creazione continua della lingue, instabili e
soggette al divenire come ogni altra istituzione umana. La
significazione non si esaurisce nella referenza, ovvero il
rapporto tra la parola e la cosa, ma include anche la
relazione tra il segno, il suo utente, e l'interprete cui
è destinato l'atto di comunicazione linguistica. Si
tratta di quella dimensione che nel linguaggio della
semiotica attuale afferisce al livello della
"pragmatica", e Bacone è stato il primo ad
averla individuata e tematizzata coerentemente.
Bibliografia
primaria e secondaria
Opere
di Ruggero Bacone
-
The
Opus maius of Roger Bacon, ed. J.H. Bridges, 3
voll. Clarendon Press, Oxford 1897 - 1900
-
Opera
hactenus inedita Rogeri Bacon, ed. R. Steele, 16
fascic. Clarendon Press, Oxford, 1905 - 1941
-
Compendium
of the study of Theology, ed. E.J. Brill, Leiden
- New York 1988
Studi
su Ruggero Bacone
-
Alessio
F. Introduzione
a Ruggero Bacone, Laterza, Roma - Bari, 1985
-
Crombie
A.C. Robert
Grosseteste and the Origins of Experimental Science:
1100 - 1700, Clarendon Press, Oxford, 1953
-
Easton,
S. C. Roger
Bacon and his Search for a Universal Science,
Russell and Russell, New York 1971
-
Maloney
Th.S. The semiotics of Roger Bacon, in Mediaeval Studies 45 (1983) pagg. 120 - 154
|