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Jankélévitch
e la musica
di Carlo Migliaccio
Filosofo della morale e della metafisica, Vladimir
Jankélévitch (1903-1985) ha dedicato una parte consistente
della sua produzione alla musicologia, con saggi su Debussy, Ravel, Fauré,
Satie, Chopin, Rimski-Korsakov, Liszt, e altri. Il suo campo di interesse
è volutamente limitato alla musica francese, russo-slava e spagnola,
in un arco di tempo che va dal 1800 al 1940 circa. Il collegamento tra
l’ambito etico-filosofico e la musicologia è costituito in particolare
dalla riflessione sul problema del tempo.
Coerentemente con la sua impostazione filosofica,
basata prevalentemente sull’insegnamento di Bergson, Jankélévitch
innanzitutto concepisce il tempo nelle sue caratteristiche di assolutezza,
di realtà irriducibile allo spazio e di irreversibilità.Tuttavia
egli intende dare al problema un ulteriore spessore qualitativo. Eludendo
l’alternativa tra una visione ontologica e una nichilistica, il filosofo
russo-francese attribuisce al tempo il valore di quasi-niente, punto liminale
posto tra l’intenzione della coscienza e ogni possibile esperienza vitale.
Invece di risolversi nella semplice continuità di un divenire fluente
e nella ferrea logica della dialettica, ovvero nell’irrazionalità
della sua indeterminazione, il quasi-niente ha la caratteristica dell’intermittenza,
della frattura e della scintilla. Non lo splendore dell’Essere, quindi,
né il buio del Nulla, bensì l’istantaneo bagliore che, come
il fuoco d’artificio o la bolla di sapone, ha il suo senso e il suo charme
proprio nella sua fragilità e nella sua effimera presenza.
Non a caso il termine presque-rien è preso
a prestito dalla pratica musicale e ha come paradigma l’esecuzione concertistica,
in quanto evento unico e irripetibile. La musica, come arte essenzialmente
temporale, diviene così per Jankélévitch esplicitazione
più diretta e immediata di quell’idea-limite, paradossale ed enigmatica,
che il tempo mette continuamente in gioco; essa inoltre condivide con il
tempo alcune delle sue principali caratteristiche: il suo essere teso tra
il nulla dell’inizio e il nulla della fine (il mistero della morte), l’impossibilità
della sua definizione ed esplicitazione logico-discorsiva, pur permeando
in modo imprescindibile l’esistenza umana (l’ineffabile), l’oscillazione
tra la puntualità dell’istante e la continuità dell’intervallo
nel divenire, il suo dinamismo interno (la verve), come estrema e drastica
riproposizione della propria unicità e del proprio valore.
In tal senso, i musicisti scelti da Jankélévitch
rappresentano in modo effettivo, e non meramente analogico, i cardini della
sua concezione filosofica: staticità, istantaneismo e presenza incombente
dell’idea della morte nella musica di Debussy, mentre Gabriel Fauré
è il musicista del divenire fluente, dell’ottimismo e di una superiore
saggezza morale (equanimità). Erik Satie è il Socrate della
musica, che con ironia e pervicace spirito di trasgressione destabilizza
l’accademismo stantìo e le convenzioni borghesi, mentre Ravel, accentuando
tecnicismo e formalismo, rappresenta colui che con pudore e litote si sottrae
sagacemente alla volgare ostentazione dei sentimenti e della soggettività.
Per converso lo spirito del Notturno e della Confusione
di Chopin è un modo di eludere le pretese razionaliste e cartesiane
di chiarezza e distinzione. Albeniz e Liszt, infine, riaffermano in modo
generoso e vitalistico il valore autonomo e intrinseco del fare artistico,
attraverso la tecnica della libera variazione e la pratica dell’improvvisazione.
In generale, la musica di questi compositori, e di altri minori considerati
da Jankélévitch, come Joaquin Nin, Déodat de Séverac,
Federico Mompou, viene contrapposta sia alla magniloquenza del tardo-romanticismo
sia alle astrazioni delle avanguardie musicali.
Fa specie la pressoché completa esclusione
dal campo di indagine jankélévitchiano della musica e della
filosofia tedesche; ciò può essere giustificato solo dalla
presa di posizione storica ed esistenziale di un filosofo di origine ebraica,
che sente in modo lacerante e con spirito di solidarietà intellettuale
la tragedia di un popolo e che inoltre si rifiuta di escludere evasivamente
il pensiero filosofico dalle conseguenze di questa sofferenza. In ogni
caso, Jankélévitch proietta tale esperienza a livello universale
e oggettivo, rendendo così anche la sua filosofia della musica un
modello di profonda analisi etica e teoretica del reale.
Piccola bibliografia in italiano:
V. Jankélévitch, La musica e
l’ineffabile, a cura di Enrica Lisciani-Petrini, Tempi Moderni, Napoli
1986
V. Jankélévitch, Debussy e il
mistero, a cura di Enrica Lisciani-Petrini, trad. di Carlo Migliaccio,
Il Mulino, Bologna 1991
Piccola bibliografia critica:
Enrica Lisciani-Petrini, L’apparenza e le forme.
Filosofia e musica in Jankélévitch, Nuove ed. Tempi Moderni,
Napoli
1991
AA.VV. Seminario. Letture e discussioni intorno
a Lévinas, Jankélévitch, Ricoeur, a cura di Laura
Boella, Unicopli,
Milano 1988
Aut-aut, numero interamente dedicato a
Jankélévitch, a cura di Enrica Lisciani-Petrini, 270, novembre-dicembre
1995
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