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Oltre lo studio della musica
d'arte occidentale
di Tullia Magrini
Le discipline che hanno varcato la soglia della
musica d'arte occidentale per esplorare una più vasta realtà
sonora sono state storicamente più d'una e sono state precedute
da un repertorio significativo di osservazioni e riflessioni dedicate ad
altre musiche distribuito nei secoli e particolarmente ricco nel periodo
del colonialismo.
Nel corso dell'Ottocento prende vita lo studio
del folclore musicale, con analoghi oggetti e finalità rispetto
alla più vasta area degli studi di folclore. L'area geografica esaminata
dal folclore musicale è quella europea e l'oggetto di studio viene
individuato in base al principio della stratificazione sociale: la musica
composta ed eseguita per l'aristocrazia, la Chiesa e la borghesia è
"arte", indipendentemente dall'intrinseco valore estetico, e viene studiata
dalla musicologia storica; la musica composta ed eseguita da e per le altre
classi sociali è folclore musicale e si differenzia dalla musica
d'arte anche per il ruolo predominante dell'oralità nella sua trasmissione.
I principali obiettivi degli studi di folclore musicale sono la documentazione,
la trascrizione e la conservazione dei repertori (facilitata sul finire
del secolo dall'invenzione del fonografo), insieme allo studio filologico
(con particolare attenzione ai canti). Al folclore musicale è stato
rimproverato un eccesso di purismo - per aver privilegiato i repertori
contadini "incontaminati" rispetto ai repertori urbani - e aspetti di nazionalismo.
Fra i più significativi esponenti degli studi di folclore musicale
nel Novecento vanno ricordati Béla Bartók, Zoltán
Kodály, Constantin Brailoiou, Cecil Sharp e Maud Karpeles, fondatrice
dell'International Folk Music Council.
Negli ultimi decenni del sec. XIX nasce una nuova
disciplina denominata musicologia comparata, che ha i suoi centri maggiori
a Berlino e a Vienna. La figura che più contribuisce all’istituzionalizzazione
della musicologia comparata è Carl Stumpf (1841-1936), psicologo
e filosofo, allievo di Brentano e Lotze, che dà impulso al nuovo
campo di studi cercando esempi provenienti da culture non europee che possano
confermare i risultati delle ricerche che egli va conducendo sulla psicologia
del suono. E' dunque all’interno della psicologia di impostazione fenomenologica
di Stumpf che maturano gli interessi che saranno portati avanti all’interno
dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Berlino, per incarico
dello stesso Stumpf, da Otto Abraham e da Erich von Hornbostel (1877-1935),
con la costituzione nel 1901 del Phonogramm-Archiv. L'ambito di interesse
della musicologia comparata è essenzialmente la musica extraeuropea
e fra i suoi fini principali vanno ricordati l'individuazione di aspetti
universali della musica attraverso il metodo comparativo e la costituzione
di archivi sonori. Una delle caratteristiche metodologiche della disciplina
è la separazione fra il lavoro di documentazione sul campo, compiuto
spesso da non specialisti, e quello al tavolino (trascrizione, analisi,
comparazione) compiuto dallo studioso. In questo aspetto risiede anche
una delle principali debolezze della disciplina, a causa della netta cesura
operata fra il suono e il suo contesto di riferimento. Nonostante questo
limite, gli studiosi di Berlino e Vienna hanno prodotto opere notevoli
(va ricordata fra l'altro la classificazione degli strumenti musicali elaborata
da Hornbostel e Sachs), destinate ad influenzare gli studi successivi.
L'esperienza della musicologia comparata termina precocemente nel 1933,
in seguito alla promulgazione delle leggi razziali in Germania e al forzato
esilio (presto seguito dalla morte) di Hornbostel.
Gli anni del nazismo e della seconda guerra mondiale
sono segnati dall'emigrazione di molti esponenti della musicologia comparata
e del folclore musicale negli Stati Uniti, dove operano studiosi come Helen
Roberts, Frances Densmore, George Herzog, nel cui lavoro appare la tendenza
a fondere gli apporti della Scuola di Berlino con una nuova sensibilità
per il lavoro sul campo - destinato a diventare uno dei momenti canonici
della ricerca - e con lo sviluppo di nuovi interessi teorici. L'evoluzione
degli studi conduce negli anni ‘50 alla nascita negli Stati Uniti di una
nuova disciplina, l'etnomusicologia (sanzionata inizialmente da una newsletter
e in seguito dalla fondazione della Society for Ethnomusicology), la cui
denominazione sottolinea la relazione simbiotica fra etnologia e musicologia
e il distacco dalle precedenti discipline europee. Gli studiosi che fondano
l'etnomusicologia, Alan P. Merriam, Willard Rhodes, Charles Seeger e David
McAllester, rappresentano l’ala più innovativa dell’ambiente etnomusicologico
americano, con forti interessi di natura antropologica. Mentre la nuova
denominazione dagli anni ‘50 in poi guadagna progressivamente popolarità
in tutto il mondo e sostituisce i termini via via obsoleti di musicologia
comparata e di folclore musicale, la disciplina, forse proprio a causa
della fortuna del suo nome, fatica comunque a trovare una configurazione
unitaria e a conseguire una visione unanime del suo oggetto di studio,
dei suoi scopi, dei suoi metodi. Negli stessi Stati Uniti si apre presto
un dibattito destinato a durare decenni che contrappone i sostenitori di
un approccio marcatamente antropologico, che fanno capo alla figura carismatica
di Alan P. Merriam (1923-80), ai fautori di un orientamento più
tradizionalmente musicologico. In questo senso l'etnomusicologia nella
sua totalità (si tratta di una disciplina oggi coltivata in tutto
il mondo secondo una molteplicità di approcci) stenta a trovare
una configurazione unitaria e a conseguire una visione unanime del suo
oggetto di studio, dei suoi scopi, dei suoi metodi, mentre frequentemente
viene definita unicamente in rapporto ai repertori considerati - come lo
studio delle musiche extraeuropee e della musica popolare europea - in
base ad un criterio misto, insieme di carattere geografico e sociale.
Si rivela pertanto opportuno ricorrere al termine
antropologia della musica (che Merriam adotta nel fondamentale volume del
1964) per fare riferimento al progetto originario di Merriam, per identificare
cioè una disciplina che si caratterizza non a livello geografico,
ma metodologico, come lo studio della musica "in quanto cultura", che si
rivolge al rapporto dinamico fra concetti, comportamenti e suoni musicali
e che si applica potenzialmente a qualsiasi repertorio musicale. L'approccio
antropologico trova fautori non solo negli Stati Uniti, dove dà
luogo ad esperienze di studio di grande rilievo, ma negli stessi anni e
in maniera autonoma rispetto alla vicenda americana matura anche in Gran
Bretagna, dove spicca la figura di John Blacking (1928-90) che parlerà
della disciplina come studio del suono umanamente organizzato, e in Italia,
dove Ernesto De Martino (1908-1965) realizza lavori pionieristici già
negli anni '50. Se negli Stati Uniti etnomusicologia e antropologia della
musica sono oggi spesso strettamente intrecciate, a un livello più
globale l'antropologia della musica si distacca da molte espressioni dell'etnomusicologia
e affida la propria identità al particolare tipo di ricerca che
la caratterizza e che riguarda essenzialmente l'indagine sui contenuti
che i singoli gruppi sociali esprimono e i processi che mettono in opera
attraverso l'attività musicale, colti nella loro diversità
e specificità culturale, e sulle rappresentazioni che essi elaborano
del proprio e dell'altrui mondo sonoro.
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