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La filosofia della musica
nel Medioevo
di Ernesto Mainoldi
La speculazione teoretica sulla musica occupò
un posto di grande rilievo nel panorama delle discipline filosofiche e
scientifiche medievali. L’insegnamento stesso dell’ars musica si
proponeva ben altri scopi che quello di essere una mera propedeutica all’attività
pratica del canto, e introduceva piuttosto ad una dimensione problematica
volta in tutti i sensi ai fini della conoscenza: conoscenza metafisica,
teologica, cosmologica e fisica. La musica, insieme ad aritmetica, geometria
e astronomia, rientrava infatti nel quadrivium, cioè il corso
di studi in cui era posta la base della conoscenza scientifica e filosofica.
Tale conoscenza, completata dalle scienze della parola, cioè dal
trivium
(grammatica, retorica e logica), costituiva il ciclo delle sette "arti
liberali" (ricordiamo che nel Medioevo ars e scientia sono
di fatto sinonimi). Nell'ambito del quadrivium, poi, l’aritmetica
costituiva il fondamento della conoscenza scientifica, ma la musica ne
era considerato il compimento, perché comprendeva nei suoi
ambiti problematici tanto la scienza dei numeri, quanto la scienza del
moto degli astri, quanto le regole dei metri verbali desunti dalla retorica.
Oltre a essere una conoscenza finalizzata alla comprensione della realtà,
era inoltre considerata come una scienza applicata, mediante la quale l’ordine
insito nelle relazioni tra i numeri poteva essere reso manifesto
e dunque trasmesso all’anima - aspetto questo che viene sottolineato da
tutti i teorici medievali a partire da Boezio e dal suo De institutione
musica (scritto intorno al 500 d.C.) che fu il trattato di riferimento
per lo studio dell’ars musica durante gli otto secoli successivi.
La conoscenza musicale medievale, al pari delle
altre arti liberali, si innestò nella tradizione filosofica e scientifica
pitagorico-platonica, e ne corroborò il punto di vista metafisico
e i fini di perfezionamento morale e spirituale sia attraverso i
ritmi e le melodie della musica practica, sia attraverso i riferimenti
allegorici e mistici alle Sacre scritture e alle dottrine dei Padri della
Chiesa. Non bisogna d'altra parte dimenticare che la teoria e la filosofia
della musica furono fino al XIII secolo oggetto di studio esclusivamente
da parte di monaci ed ecclesiastici.
Agli occhi del dotto medievale la musica rappresentava
un incontro tra filosofia, teologia e pratica liturgica, l’una riflesso
dell’altra su piani differenti. Seguendo la lezione del Timeo platonico,
la teoria musicale veniva vista come applicazione dell’ordine numerico
su
cui l’intero cosmo era fondato. Il canto era invece eco dei cori angelici
in sempiterna lode del Creatore. In questa prospettiva, il concetto di
harmonia
veniva
letto in chiave esemplaristica, ossia come processo di manifestazione
dell’ordine archetipico nella gerarchia dell’Essere universale. La musica
strumentale era qui imitazione della musica vocale. Questa era a sua volta
l’immagine nel tempo e nello spazio del canto angelico, superiore alla
dimensione temporale e udibile solo attraverso l’"orecchio del cuore" (simbolicamente,
la conoscenza interioritatis hominis). I cori angelici ("Trisagio",
"Alleluia") costituivano infine lode e manifestazione nel suono metafisico
della Perfezione divina, assimilata apofaticamente al silenzio.
La teoria aritmetica delle proporzioni numeriche,
in cui si descrivono vuoi le relazioni tra note musicali vuoi i ritmi,
era a sua volta concepita esemplaristicamente come copia dell’ordine noumenico
insito nella "mente di Dio".
Si comprenderà di conseguenza come i giudizi
dei teorici medievali sull’importanza della musica non fossero improntati
da mera retorica, bensì determinati da precise ragioni. Ad esempio
Isidoro di Siviglia dice: "Senza la musica nessuna disciplina può
considerarsi perfetta, non vi è infatti nulla che sia senza di essa"
(Etymologiae III, 16).
Nella sua connessione con la teologia e l’angelologia
la disciplina musicale era detta musica divina. Nel suo rapporto
con l’armonia del macrocosmo (moto degli astri, unione degli elementi fisici,
successione delle stagioni ecc.) era detta musica mundana. Nel suo
riflettersi nell’armonia microcosmica (ossia nella compagine psicofisica
umana) musica humana. E infine, manifestandosi nell’arte dei suoni,
era detta musica instrumentalis o, in riferimento ai suoni prodotti
dalla natura, musica naturalis.
La speculazione filosofica sulla musica, muovendo
da questi presupposti metafisici e simbolici, influì di conseguenza
tanto sulla teoria musicale, quanto sulla pratica del canto sacro e della
musica profana, mantenendo tuttavia una netta separazione tra gli ambiti
della practica
e della theoria, in quanto distinti - ma non
separati - piani di manifestazione della harmonia archetipica. A
ragion veduta si dirà che il principale fine della filosofia della
musica nel Medioevo fu da una parte quello di elevare la mente alla contemplazione
degli archetipi manifesti nell’armonia sonora, e dall’altra quello di assicurare
che la
practica fosse sempre ispirata da un ethos (ossia
da un "carattere") consono alla sobrietà intellettuale e all’acquietamento
delle passioni dell’anima piuttosto che ad agire sulla sfera dei sentimenti.
Contrariamente a quanto avvenne in Occidente dal
Rinascimento in poi, fino al Trecento colui che conosceva la musica nei
suoi principi filosofici e teorici era considerato del tutto superiore
all’artista: il musicus
era infatti il filosofo e non il compositore
né tanto meno l’esecutore.
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