Filosofia della natura e idealismo trascendentale nel giovane Schelling (1796-1801)
Testo
Indice degli aspetti principali della filosofia della natura del giovane Shelling:
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Conclusione
Bibliografia
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Abstract
La relazione prende in esame i primissimi scritti di filosofia della natura di Schelling, quelli che vanno dal 1796, anno dell'Ältestes Systemprogramm, al 1801 in cui Schelling scrive Über den wahren Begriff der Naturphilosophie. Si darà un quadro necessariamente sommario di alcune influenze scientifiche da parte di scienziati e naturalisti dell'epoca su Schelling, e si tenterà di analizzare alcune ragioni che hanno spinto Schelling a occuparsi dei saperi scientifici specialistici per realizzare il progetto di una Naturphilosophie. In altri termini, ciò che segna gli scopi di questa relazione è l'attenzione ai "perché" di una filosofia della natura romantico-idealistica diversi da quelli di una teorizzazione generale del mondo fisico o di una metafisica sistematica della natura.
Per questo si può parlare di ragioni 'esterne' e ragioni 'interne' alla Naturphilosophie schellinghiana. Tra le ragioni 'esterne' troviamo le influenze di scienziati e medici dell'epoca, da Berzelius a Haller, da Kielmeyer a Bonnet, da Brown a Blumenbach, che Schelling studiò con attenzione critica, approvando o disapprovando via via le loro teorie scientifiche e i loro presupposti teoretici, articolando sempre le critiche sullo sfondo di un orizzonte antimeccanicistico e antimaterialistico. Utile è anche uno sguardo alle influenze che alcuni naturalisti dell'epoca subirono dalla cosiddetta Populärphilosophie, che in alcuni casi fa da sfondo alle tendenze generali delle ricerche naturalistiche dell'epoca.
E' indubbio che per realizzare il progetto di una fisica dinamica e di una concezione della natura come organismo soggettivo, al supporto teorico-sperimentale furono più propri i contributi della Critica del Giudizio teleologico e alcune novità dell'Opus postumum di Kant (in particolare la concezione dell'organismo e l'immaginazione produttiva), della filosofia della natura di Goethe fondata sul sentimento dell'unità (esulla necessità di pensare il principio della vita in base alla categoria di "originario"), della disputa con Fichte sulla necessità di una riflessione filosofica sull'origine del non-Io (ossia sul superamento dell'esser-trovata della natura esterna e, conseguentemente, col superamento dell'opposizione filosofia trascendentale/filosofia della natura compiuta nell'ideal-realismo realmente oggettivo: l'arte).
Con ciò siamo già nell'ambito delle ragioni 'interne' della Naturphilosophie schellinghiana. Ragioni alle quali si può preporre una linea interpretativa che parta dalla domanda: perché la filosofia della natura di Schelling non sia una scienza della natura, nè abbia una vocazione sperimentale o metodologica (non essendo, così, neppure una filosofia della scienza). Tale domanda trova risposta nel seguire, comprendendola, la tensione schellinghiana verso la riconduzione della natura al principio della vita organica, principio che è da ricercarsi nella filosofia trascendentale di quegli anni prima ancora che nella filosofia della natura, e nient'affatto nelle teorie scientifico-sperimentali elaborate allora.
Le stesure del System des transzendentalen Idealismus (1800) e del successivo Über den wahren Begriff der Natuphilosophie (1801) risultano tappe decisive per comprendere il progetto complessivo della prima Naturphilosophie di Schelling. La costituzione di una filosofia trascendentale della natura pensa l'unità di uomo e mondo e, posta su uno dei due rami di questa unità, la filosofia della natura diventa propriamente una Weltweisheit, una <<saggezza mondana>>, piuttosto che un sapere più generale possibile del mondo reale determinato. Il compito di questa Weltweisheit sarebbe quello della riappropriazione della natura di un soggetto cheappartiene cooriginariamente ad essa non in base alla categoria del volere o dell'agire particolari, ma sul fondamento della libertà che fonda insieme la costruzione della natura e l'autocostruzione dell'Io. In tal senso vi sono motivi di ritenere la filosofia della natura schellinghiana di estrema attualità per il presente della riflessione filosofica e per l'uomo futuro.
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Filosofia della natura e idealismo trascendentale nel giovane Schelling (1796-1801)
Spero di evidenziare alcuni degli elementi che ritengo i più interessanti della Naturphilosophie del giovane Schelling, in rapporto alla fondazione dell'idealismo trascendentale. Elementi che, seppur in qualche modo presenti nelle ricerche scientifiche dell'epoca, fanno riferimento alla costruzione di un sistema di filosofia della natura che ha come oggetto l'idea di una natura in generale , ossia una natura che deve essere conosciuta come un a priori . E' questo aspetto che, a mio giudizio, mostra l'intima coappartenenza secondo lo stesso principio, e della Naturphilosophie e della Transcendentalphilosophie [SW III,279 (1799)]. Le ragioni di fondo del progetto di filosofia della natura sono rintracciabili nel frammento del 1796: il cosiddetto Ältestes Systemprogramm. Scritto da Schelling in collaborazione con Hölderlin e con Hegel negli anni di Tübingen, il frammento è una vera e propria illustrazione di intenti. In esso si proclamava la necessità che fossero date risposte alle questioni sollevate dalla scienza fisica. Questioni, però, come si dice nel frammento, che dovevano essere affrontate a partire da un piano radicalmente etico, non epistemico.
La domanda che vi era posta è: <<come deve essere costituito un mondo per un ente morale?>>, ossia come può venire ad essere un mondo, esterno ed oggettivo, in grado di poter essere compreso da una scienza fisica che non si fermi al fenomeno, ma che ne interroghi la sfera della sua possibilità. L'anticipazione di una risposta la troviamo nel frammento: un mondo può esserci perché v'è un principio che lo fa essere: il principio della rappresentazione che, negli scritti schellinghiani di filosofia trascendentale, è l'Io incondizionato assolutamente libero, in grado di essere còlto nella intuizione di sé da una scienza non fisica.
La seconda esigenza era quella che, a partire dalla prima, "ridesse le ali alla fisica", che la facesse progredire sollevandola dal piano dello sperimentalismo che, a detta di Schelling, è filosoficamente limitato. L'augurio ivi inscritto era di costruire una fisica adatta ad un'epoca più matura, un'epoca in cui, in generale, fosse possibile dedurre da principî la possibilità della natura in quanto totalità del mondo dell'esperienza [SW II,11 (1797)]. Di lì a poco Schelling si metterà al lavoro per concretare tali progetti, studiando gli scienziati e i naturalisti contemporanei e indirizzando i suoi studi verso le scienze dell'organismo in vista della costruzione della fisica dinamica, ossia la fisica che si occupa delle condizioni dipossibilità originarie dei fenomeni dinamici -- che Schelling chiama il non-oggettivo -- di contro alla fisica empirico-meccanicistica dell'oggettivo.
Dai suoi scritti è possibile individuare alcuni tra gli studiosi che lo influenzarono. In breve, possiamo accennare a Karl Friedrich Kielmeyer (1765-1844), che insegnò a Stuttgart, dove nel febbraio1793 tenne una conferenza, alla quale Schelling partecipò, sui rapporti tra le forze organiche. In seguito nel 1796 tenne una lezione, proprio a Tübingen, in cui comunicò la sua teoria della unitaria composizione e trasformazione dell'organismo. Kielmeyer lavorò sugli studi di George Cuvier (1769-1832) sulla comparazione nel regno animale e sulle fasi dell'organizzazione dell'organismo, sui lavori di Albrecht von Haller (1708-77) sulla irritabilità e soprattutto su quelli di John Brown sull'eccitabilità e sul concetto di vita. Infine sulle ricerche proto-evoluzionistiche di Charles Bonnet (1720-93), del quale ritenne non solo la teoria della catena infinita degli esseri e la relazione di finalità tra esseri inorganici e esseri organici, ma anche l'orizzonte polemico nei confronti del materialismo meccanicista, che verrà ereditato da Schelling e da diversi ambienti della cultura tedesca dell'epoca . Il risultato raggiunto da Kielmeyer fu una complessa teoria dello sviluppo delle forme viventi, dalle inferiori verso quelle superiori, basata su una dialettica tra qualità primarie organiche (irritabilità, sensibilità, riproduzione) e circostanze esterne.
Per quel che riguarda i lavori di John Brown, questi erano considerati, in Germania, in due modi diametralmente opposti. Hegel lo criticò aspramente nella Fenomenologia, altri ne trassero conseguenze diverse appuntando le proprie critiche in particolare sulle pretese terapeutiche della medicina browniana (tra questi Lichtenberg e la Scuola di Göttingen). Ma c'era anche chi ne fece la base di partenza per un vero e proprio sistema speculativo della natura. Tra questi vi era Andreas Röschlaub che sviluppò la teoria di Brown intorno ad un punto che Schelling integrerà nella sua filosofia dellanatura: il concetto di vita basato sulla facoltà della eccitabilità (Erregbarkeit).
L'eccitabilità costituisce l'essenza dell'organismo vivente e apre la strada alla definizione di una capacità insieme attiva e passiva: l'organismo sarebbe affetto da impressioni esterne e insieme agirebbe compiendo l'azione propria dell'autoattività (Selbstwirksamkeit). Röschlaub intese muoversi in un orizzonte kantiano e considerò l'eccitabilità la condizione interna e necessaria per il sorgere e lo svilupparsi della vita, avvicinandola al principio della finalità interna dell'organismo. Che Röschlaub volesse essere kantiano non vuol dire che ci sia riuscito: Kant non intendeva la finalità della natura come qualcosa che fosse pertinente all'oggetto, ma come un principio trascendentale, e dunque soggettivo, della facoltà del giudizio che consente di riflettere sugli oggetti della natura al fine di ottenere un'esperienza in tutto coerente nel suo complesso.
Di fatto sarà Schelling che, in uno spirito più autenticamente kantiano, eviterà di considerare il principio della possibilità della vita un principio puramente oggettivo. Infatti nell'Entwurf del 1799 a proposito dell'essenza dell'organismo e del principio dell'eccitabilità [SW III,143ssgg.], egli scrive che solo in quanto l'organismo è oggetto a se stesso, cioè è contemporaneamente soggetto e oggetto, esso può autocostituirsi. Ribadendo quanto aveva scritto nelle Ideen [SW II, (1797)], Schelling pone a fondamento dell'organismo il suo essere per se stesso, cioè il concetto di una relazione necessaria tra il tutto e le parti il cui movimento è l'auto-organizzazione. Questa auto-costituzione dell'organismo è la manifestazione della necessità di irrompere (Andrang) in direzione di un mondo esterno formandolo in virtù della duplicità originaria (il vero e proprio principio trascendentale dell'organismo) che, da un lato, è identità con se stesso e indifferenza nei confronti dell'esterno, e dall'altro è passività nei confronti dell'esterno in quanto eccitabilità.
Dunque, l'organismo per Schelling è sempre soggetto e oggetto insieme, e il principio della sua finalità interna resta sempre un principio formale soggettivo in rapporto col tutto della natura. Il principio trascendentale della vita organica (la duplicità originaria), attraverso il gioco alternato di indifferenza e differenza determinata, soggettività producente e oggettività prodotta, fa dell'organismo il 'luogo' ove si manifestano i principi di una teoria generale della natura.In esso avviene la limitazione della produttività originaria, produttività che si limita da se stessa in quanto non v'è qualcosa di esterno che la limiti. L'auto-limitazione della produttività si concretizza nell'organismo che possiamo chiamare anche differenza interna alla produttività, che, attraverso il cammino di ri-produzione dell'organismo nella natura, tende a reificare l'identità originaria, cioè l'indifferenza da cui era partito il processo di produttività (la vita) [SW III, 322-326 (1799)].
Si comprende qui che capire cosa sia per il giovane Schelling 'filosofia della natura' e perché una filosofia della natura piuttosto che una pratica scientifico-sperimentale o una metodologia critica, vuol dire interrogarsi su che cosa è 'natura' e come è possibile un sistema della natura in generale. Il problema non è se e come esista fuori di noi un insieme di fenomeni e la serie di cause ed effetti, ma come esso divenga reale per noi nella rappresentazione. Ciò implica il superamento dei limiti della scienza sperimentale di una natura semplicemente data e puramente oggettiva, insomma di una scienza che si occupa del mondo, in nome di una scienza che si occupi di una totalità produttiva e prodotta, dei fenomeni nella loro totalità, insomma di una natura. [SW III,277 (1799)]. Poiché il principio della duplicità originaria sembra essere non solo il fondamento dell'organizzazione naturale, ma anche la proprietà dell'incondizionato nella sua attività assoluta, è necessario capire come filosofia della natura e idealismo trascendentale siano ricondotti ad unità in un principio superiore, principio dal quale si dipartono nelle loro rispettive direzioni. In questo senso, proponiamo qui una sintesi degli aspetti principali della filosofia della natura del giovane Schelling, secondo i suoi principi.
1) L'antimeccanicismo schellinghiano è dovuto, da un lato, alla priorità data all'unità organica della natura, e dall'altro, all'identità tra principio della natura e principio della sua sistematicità. Il meccanismo naturale è ricondotto alle leggi dello spirito produttivo le quali sono conciliate con le leggi oggettive della realtà empirica attraverso l'assoluta unità trascendentale dell'incondizionato. In questo senso, la duplicità dell'organismo è espressione della duplicità originaria della natura in generale nel suo essere insieme produttiva e prodotta. Questa, a sua volta, è l'oggettivazione della duplicità originaria del principio soggettivo assoluto: l'Io.
Dal canto suo, il meccanicismo osserverebbe la realtà naturale dall'esterno, per così dire, della natura, prendendo come oggetto una realtà data e non interrogata nella sua possibilità. Lo stesso principio della materia si presenta con le stesse caratteristiche. In un passo delle Abhandlungen (1796-97) Schelling osserva che <<la materia è lo spirito che intuisce sé nell'equilibrio permanente delle sue azioni, verso l'interno e verso l'esterno>> [SW I,380]; ciò vuol dire che la materia finita è il prodotto di un'azione che dà senso, forma e con ciò limita oggettivamente.
Contemporaneamente, la materia è anche ciò che limita lo spirito, che nell'intuizione, sente sé limitato partecipando così alla natura come finitezza permanente. In altre parole, a fondamento della materia sta la duplicità del legame che consente all'idea di riconciliarsi con la realtà effettiva [SW II,359-360 (1798)]; ma compito della filosofia della natura è di risalire alla possibilità della materia fuori di noi, cioè al limite dell'esperienza, al fatto che esista una natura [SW II,24 (1797)], attraverso una riflessione sull'inseparabilità di forma e materia, di necessità e contingenza, esemplarmente manifesta nell'organismo [SW II,43 (1797)].
2) La copresenza di interno ed esterno nell'organismo corrisponde, nella filosofia trascendentale, al principio dell'idealismo della duplicità originaria dell'Io. L'incondizionato, il non-oggettivo, agisce liberamente conferendo al suo agire la sua sfera, cioè ritorna in se stesso attraverso un'intuizione di sé mentre agisce. L'agire dell'Io è sintesi, cioè formazione del prodotto. A sua volta l'Io può intuirsi in questo agire, ed in tal modo riconoscere che la sintesi è produttiva, solo se il prodotto è effettivamente realizzato. La natura diventa così espressione visibile dello spirito umano, il concreto della sintesi, il determinato nella sua totalità che costituisce la materia dell'esperienza in vista della sua intuizione sensibile e della sua concettualizzazione. Per questo Schelling può asserire in chiusura della Einleitung zu den Ideen (1797) che <<la natura deve essere lo spirito visibile, lo spirito la natura invisibile.>> [SW II,56].
3) Stando così le cose, la filosofia della natura persegue perfettamente il compito assegnatogli dal frammento del '96: essa non si rivolge ad un mondo semplicemente trovato e modellato secondo teorie scientifico-naturali, ma lo interroga nella sua possibilità; essa risponde alla domanda: come la natura arrivi all'intelligenza o come possa sorgere la coscienza nella natura, cioè come la totalità reale possa divenire oggetto-di-rappresentazione. Questa domanda, che riconosce realtà al non-Io, all'alterità, e comprende in sé l'avvio di un sistema di filosofia della natura, deve essere risolta tenendo presente contemporaneamente la domanda che parte dalla assoluta posizione dell'Io, che comprende in sé l'avvio di un sistema dell'idealismo trascendentale. Questa seconda domanda, uguale ed opposta alla prima, si interroga su come la coscienza intellettiva e sensibile giunga alla natura, ossia come il soggetto trascendentale arrivi all'oggetto fuori di sé concordando nella rappresentazione (il problema della kantiana <<deduzione>>).
4) Su questo piano, Natur-philosophie e Tranzscendental-philosophie sono ricondotte ad uno stesso principio e rese complementari nei loro compiti. Quando nelle pagine iniziali delle Abhandlungen Schelling propone gli intenti programmatici di una nuova filosofia che dia ragione della totalità dell'uomo, osserva che questa filosofia deve possedere due qualità straordinarie: <<una originaria tendenza verso il reale, che impedisca di restare impigliati in vacue speculazioni ideali, e la capacità diinnalzarsi al di sopra del reale effettivo, pena il rischio di smarrirne il senso, esaurendo la ricerca sul terreno degli oggetti determinati, cioè sul piano della sensibilità del molteplice in generale>> [SW I,353]. Schelling si richiama esplicitamente a Kant e a Fichte come a coloro che hanno eliminato il dualismo pernicioso tra filosofia e esperienza, gettandole basi per una filosofia che pensi finalmente l'identità e l'alterità secondo un comune principio interno. Qui Schelling sembra addirittura più vicino all'ultimo Kant che al suo diretto maestro Fichte. Quest'ultimo non ha mai riconosciuto un valore 'positivo' alla natura, sempre subordinata al principio trascendentale in quanto assolutamente posta e quindi non autonoma. Sembra, invece, che Schelling respiri l'aria degli ultimi scritti kantiani: forse negli anni tra il '96 e il '99 egli non aveva diretta conoscenza degli ultimi sviluppi dell'idealismo critico, ma nello scritto commemorativo del 1804 troviamo un esplicito riferimento all'Übergang kantiano. In effetti i Convoluti dell'Opus Postumum dedicati alla costruzione dell'oggetto per una scienza fisica (in particolare il teorema del Convoluto XI.4, che culmina con l'immaginazione come principio della produzione-formazione dei fenomeni per l'esperienza, ossia la tesi: la fisica è possibile perché il soggetto costruisce esso stesso l'oggetto), e quelli dedicati all'io penso (cioè il Convoluto VII.8 che deduce l'esistenza del mondo dall'unità sintetica assoluta, cioè dal principio dell'idealità dell'intuizione per una conoscenza possibile del mondo esterno, il principio del soggetto che pensa e quindi fa se stesso). Ebbene, questi Convoluti appaiono aderenti al progetto filosofico di Schelling della riconduzione allo stesso principio di filosofia della natura e di idealismo trascendentale, che è quello della duplicità originaria di una soggettività incondizionata, producente nella sua limitazione e prodotta nel divenire infinito del finito. Principio che, ripetiamo, si oggettiva nella natura attraverso l'organismo.
5) Avviandoci a concludere, sembra si possa mttere a fuoco il perché di una filosofia della natura nel pieno dell'elaborazione di un idealismo trascendentale. Filosofia della natura che, pur influenzata contingentemente dalle ricerche naturali dell'epoca, risponde a esigenze filosofiche diverse da quelle di una scienza empirica o di una Weltanschauung scientifica del mondo. La filosofia della natura schellinghiana si costituisce non partendo dall'esistenza di oggetti determinati in funzione di una loro sistemazione secondo questo o quel modello teorico-sperimentale (cioè da un mondo), ma dall'assunzione di una totalità come produttività nella quale il principio di tutta la realtà trova oggettivazione nell'organismo. In altre parole, nella natura si trova uno dei modi fondamentali nei quali la natura stessa diventa soggetto-oggetto determinato: l'organismo, appunto, il cui principio della duplicità originaria di interno ed esterno, corrisponde al principio stesso della natura nella sua totalità, cioè l'incondizionato in quanto produttività originaria [SW III,284 (1799)].
Conclusione
La filosofia della natura esce essa stessa da questo processo di autoformazione e il suo possesso non equivale all'avere a che fare con una particolare visione teorica del dato fenomenico, quanto più ad una sorta di Weltweisheit, una saggezza del mondo il cui compito sarebbe quello di tradurre il concetto di un tutto in un'immagine originaria e di fare dell'uomo il possessore di una saggezza che comprenda l'identità e l'alterità, in una natura quale finitezza organizzata e organizzante.
Come lo Humboldt della fisiognomica della natura che si prefigge di congiungere in una visione complessiva il pensare progettuale e il vedere sensibile, allo scopo di raggiungere quello sguardo complessivo in cui il dualismo tra mondo sensibile e mondo intelligibile scompare nell'unità di un unico mondo, così il progetto giovanile schellinghiano di una filosofia della natura si inquadra, all'interno di un rigoroso disegno trascendentale, sul piano di una ricomprensione generale del rapporto fondamentale tra uomo e natura entro il quale la sfera delle scienze empiriche rappresentano un incompleto, seppur decisivo, primo passo.
Bibliografia:
Friedrich Wilhelm Joseph SCHELLING, Sämmtliche Werke (SW), XIV voll., hrsg. von K.F.A. Schelling, Stuttgart, Cotta, 1856-61.
* Dottore di ricerca in Estetica, Università di Roma "La Sapienza". Testo presentato al Convegno "Le filosofie della natura dal Rinascimento al secolo XX" (Università di Roma "La Sapienza", 22-24 ottobre 1994) .

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