- Il saggio di Michèle MADONNA DESBAZEILLE (Università di Lille - École des Hautes Études en
Sciences Sociales di Parigi): Biographie,
autobiographie et esprit de l'utopie dans l'oeuvre de Léonard de
Vinci, affronta la
questione dei modi di autorappresentazione della persona
del grande umanista in rapporto alla sua attività di uomo
di scienza (teoria) e di cristiano «sanza lettere»,
impegnato coscientemente nel compito di «avvantaggiare» il
progressivo miglioramento delle condizioni materiali di vita della civitas
mondana (prassi). Le macchine al servizio della civitas
generano le condizioni per l'invenzione di una nuova forma
di rappresentazione di sé che l'uomo moderno si costruisce nella
veste letteraria, poetica, fantastica, dell'autobiografia. Entra
così in scena il «soggetto» moderno.
- 
Nelle complesse vicende della costituzione del pensiero moderno, un ruolo di grande importanza gioca - come già vide E. Cassirer - la filosofia di Niccolo' Cusano (1400-1464) e le riflessioni da questi svolte sul tema della «contingenza» degli esseri. Il saggio di W. CALIGIURI (Università della Calabria) L’idea di contingenza e il destino della filosofia, affronta, in chiave sia storica che teorica, un grande tema filosofico che percorre la storia del pensiero moderno, passando per Leibniz e giungendo fino a Kant. La nozione di «contingenza» - riletta con la cura di tenerne distinto il senso indeterministico affermatosi dopo Kant e nel Novecento - è ritenuta dall'autore la chiave di volta per comprendere il senso della novità della filosofia leibniziana la quale legittima ontologicamente - ma anzitutto dal punto di vista logico - la contingenza quale fondamento dell'essere necessario (e della stessa divinità). In tale prospettiva, l'idea di contingenza puo' rivelarsi un'utile risorsa per una rifondazione possibile della metafisica su nuove basi, etiche ed epistemologiche, che riattivi il senso originario della Philo-sophia come saggezza, lontana tanto dagli esiti acritici delle metafisiche teologiche, quanto dalle derive «pirronistiche» o nichilistiche di certa parte del pensiero relativistico contemporaneo.
- Su un'analoga linea di ricerca, rispetto al saggio della Desbazeille, nell'indagine delle nature del sé e del loro vario sviluppo, s'inscrive il saggio di Carlo CAPPA
(Università di Roma «Tor Vergata») : Michel de Montaigne. Un uomo, un viaggio. Sotto la divisa ciceroniana del Quærite !
quos agitat mundi labor («Cercate! o voi che l'inquietudine
del mondo travaglia»), lo scetticismo di Montaigne nei Saggi
(1580) inaugura la «modernità» intesa come apertura
prospettica dell'io - inafferrabile e inaggirabile - sulla
complessità del reale. Di fronte alla realtà en
mouvement, colta con l'occhio del moralista, il pensiero umano si
plasma sul modello stesso della transitorietà delle cose finite.
«Io non dipingo l'essere; dipingo il passaggio»,
osservò Montaigne rispondendo alle pretese della metafisica
scolastica di attingere ad una verità incondizionata oltre
l'ordine delle apparenze. Tutto è apparenza, è
divenire e trascorrere in altro. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo,
dall'osservazione di popoli stranieri e lontani, dei loro costumi e
abitudini, dagli stessi dissonanti concerti di fedi in conflitto nei
popoli «civilizzati» si può senz'altro concludere
che gli uomini sono mutevoli, «vani, vari ed ondeggianti:
è difficile farsene un giudizio costante ed uniforme». Il
filosofo ricava dalla riconosciuta «instrutturatezza» del
mondo una lezione nuova, ai fini della formazione dell'uomo libero.
Mutare luoghi, tempi, spazi sia fisici che mentali, secondo un tragitto
scelto in base alle regole di una saggezza mondana che insegni a
conoscere l'uomo tale quale è. Il viaggio -
secondo la duplice accezione (interno/esterno) che l'autore analizza
nei dettagli - è una metafora e insieme una nozione-chiave per
la comprensione di questa filosofia (e antropologia) della
transitorietà. I presupposti filosofici dell' atteggiamento
conoscitivo-formativo viaggiante verranno fatti propri, più
tardi, da buona parte della cultura dell'Illuminismo europero, come
illustra il saggio di Nicole Hafid-Martin.
L'ontologia montaignana del finito si rivela essere la prima, grande
ontologia della libertà dei tempi moderni.
- In campo giuridico, il saggio di
Giacomo FRANCINI (dottore di ricerca in Storia Moderna all'École
des Hautes Études en Sciences Sociales): La prova come confessione.
Meditazioni sulla natura offesa, analizza i significativi
mutamenti di statuto della prova testimoniale in campo giuridico,
considerati nel passaggio dal mondo antico al mondo moderno,
attraverso le teorizzazioni del diritto medievale. L'autore mette a
fuoco le differenze di senso attribuite all'atto del «provare un
fatto» dinanzi al Tribunale giudiziario, connesse alla suddetta
frattura introdotta dalla Rivelazione. Le violenze inquisitorie, che
solo oggi possono apparire tali, sono legate ad una visione della
natura umana fondata sul postulato personalistico dell'anima
immortale (S. Agostino) e, in seguito, sul dualismo delle
sostanze, anima e corpo (Descartes). Solo concependo che l'anima e il
corpo non sono lo stesso, è possibile insieme
concepire che facendo violenza al corpo (confessione della colpa,
interrogatorio, supplizio, tortura), si possa non solo non fare
violenza anche all'«anima», ma addirittura redimerla,
purificarla, negando le pulsioni fisiche o la corporeità tout
court. Parafrasando l'adagio adorniano dei Minima Moralia,
le «Meditazioni della natura offesa» si
indirizzano alla comprensione del senso attuale di quegli eventi,
coglibili, in prospettiva, dallo sguardo critico dello storico
dell'età moderna.
- Tra Sei e Settecento si dipana la stagione del
Cartesianesimo europeo, che vede la filosofia del Discours de la
méthode (1637) e delle Meditationes (1641)
diffondersi e lentamente affermarsi atutti i livelli, nelle scuole,
nelle università come nelle Accademie, di recente istituzione
sul finire del secolo XVII. Il saggio di Takako TANIGAWA
(Università di Tsukuba, Ibaraki-Tokyo) La verità di Descartes: la catena
delle certezze. Vico avversario del razionalismo cartesiano, qui tradotto per la prima volta in italiano, descrive
i capisaldi della filosofia cartesiana, la fondazione del "principio
primo" del cogito ergo sum, il progetto di una nuova
enciclopedia delle scienze, infine le aporie legate all'affermazione
del dualismo delle sostanze (corpo/res extensa-anima/res
cogitans), in vista di una riformulazione dei concetti base della
metafisica e dell'antropologia occidentali, affrontandoli nell'ottica
della critica che ne propone Giambattista Vico (1668-1744) circa un
secolo dopo. L'indagine copre un arco cronologico assai vasto e, come
afferma l'autrice, «con questo contributo, basandoci sulle
critiche di Vico a Descartes, intendiamo trovare degli indizi per una
riesamina complessiva del razionalismo cartesiano». Il proposito
va a sfociare in una proposta di approfondimento di quegli aspetti
della filosofia cartesiana ritenuti, alla luce della critica vichiana,
il weak point del cartesianesimo : la svalutazione della
storia, le scienze del probabile, la morale (non provvisoria) e la
politica. La filosofia stessa di Vico è riconsiderata in
un'ottica originale che ne fa, sotto molti aspetti, «un
anti-cartesiano dai principi cartesiani». Il punto di vista
dell'autrice sulla questione del cogito soggettivo, infine,
è interessante, in particolare, in quanto prende le mosse dal
patrimonio intellettuale di una cultura e di uno sguardo (orientali)
che non hanno conosciuto la fioritura del pensiero filosofico moderno
(occidentale) fondato sull'atto fondatore dell'Ego e su una
metafisica dualistica della sostanza.
- Un altro capitolo della storia della
modernità, nella strada dell'uomo verso l'acquisizione di una
coscienza critica del proprio essere e di un agire conseguente, nella
memoria del proprio passato, è rappresentato dalla complessa
vicenda della filosofia spinoziana. Si tratta di una nuova metafisica
ontologica della sostanza, sorta anch'essa in seno ai dibattiti sulla
filosofia di Descartes, che con maggiore determinazione rispetto ad
altre filosofie alle quali pure s'ispira nell'epoca del
"cartesianesimo" , rompe radicalmente con le religioni rivelate,
tentando di risanare "geometricamente", in ambito etico, la frattura
storica originaria tra spirito e natura, in seno all'Europa cristiana.
Spinoza è il pensatore che propone una filosofia della natura
legata saldamente ad un'ontologia della libertà che, affrancando
l'uomo dai «falsi timori religiosi» (Lucrezio), riduce il
senso storico del Cristianesimo al suo nucleo essenziale, racchiudibile
nel messaggio dell'amor dei dell'uomo in communitas. Per
far ciò, teorizzando una democrazia radicale e un'etica della
liberazione degli affetti, era preliminarmente necessario che la
filosofia riconducesse l'opera della natura alla ratio
esplicativa del pensiero, uno dei due modi della sostanza, senza tenere
fuori da essa nulla che ledesse la sua pienezza ontologica, pienezza
d'essere e, ad un tempo, libertà umana conquistata
allontanando la superstizione. Ecco che al cuore della critica
spinoziana delle religioni rivelate troviamo l'interpretazione
razionalistica dei miracoli, fenomeni che non possono non essere
ricondotti in seno alla Déesse Nature. Questo processo
è illustrato dal saggio di Ruggero TARADEL: La
critica di Spinoza al concetto di miracolo: caratteristiche e
implicazioni (VERSIONE .pdf), che
traccia un quadro completo della dottrina cristiana dei miracoli, dalla
Patristica a S. Tommaso, mostrando in quest'ultimo l'interlocutore
principale di Spinoza. Contro la temibile e radicale critica di
Spinoza, permarrà dura la condanna della Chiesa cattolica
fino ai giorni nostri.
- Ancora di
un'ontologia materialistica della libertà, di una filosofia
della natura «fattizia» (Bacon) ovvero forgiata dall'uomo,
e di un' utopia politica come forma di immanentizzazione
teorico-pratica dell'escatologia cristiana - in un approccio,
perciò, metodologicamente "anticristiano" - , si tratta nel
saggio dello scrivente: Arti meccaniche: utopia e
idea della natura nel Settecento francese. La relazione, presentata al Convegno «Le
filosofie della natura dal Rinascimento al secolo XX» (Roma,
«La Sapienza», 22-24 ottobre 1994), prende in
considerazione la dimensione della «tecnoutopia»
settecentesca legata alla grande impresa del Dictionnaire
Raisonné des Sciences des Arts et des Métiers, l'Enciclopedia
di Diderot e D'Alembert (1751-1772) e le sue premesse storiche. Che
rapporto hanno le Descriptions delle arti e dei mestieri
prodotte dagli enciclopedisti con l'utopia di una liberazione piena
dell'uomo dalla schiavitù del lavoro pònos (al
di là delle bibliche condanne), nell'età della
prima industrializzazione moderna? Lo studio si spinge fino agli anni
della Rivoluzione francese, quando i discepoli degli enciclopedisti (A.
Deleyre) daranno forma istituzionale al bisogno sotteso alla
tecnoutopia: la fondazione delle Grandes Écoles,
istituti di formazione istituzionale dei quadri dirigenti, prima
palestra europea di formazione di un sapere tecnico-scientifico
sganciato dai vincoli dell'Accademia.
- Le trasformazioni del senso
della legge, che interessano la prassi, anzitutto, e la coscienza
dell'uomo moderno, passano attraverso la grande sintesi
settecentesca dell'Esprit des Lois di Montesquieu. La
percezione sensibile, il «senso comune» del valore delle
leggi che fonda la giustizia è trasposta dal terreno della
sua dipendenza metafisica (Dio, Morale, Colpa), a quello
concreto di una dipendenza materiale, ossia geografica (natura,
clima) e storica (condizioni spazio-temporali, costumi). Le leggi sono
determinate dal luogo, dal tempo, dal carattere storico
dei popoli. Questo processo di spostamento dell'asse valutativo che
interessa il contenuto concreto del diritto ha delle
ripercussioni sul terreno formale, nel modo nuovo di concepire la
libertà politica. Il pregio del saggio di Nicole
HAFID-MARTIN (La Chapelle St. Mesmin - Francia): Evolution
et critique de la théorie des climats à travers le XVIIIe
siècle en France. Du déterminisme géographique
à la liberté politique è di farci assistere, con dovizia di
particolari, a questo lungo processo in corso nella Francia
pre-rivoluzionaria dell'età di Montesquieu. Come
l'uomo moderno inizia a riconsiderare la forma delle proprie
libertà essenziali (opinioni, scelte, cultura) secondo un
senso nuovo?
La stessaHafid-Martin
tenta di dare una risposta al quesito da una particolare prospettiva
della storia della cultura europea, nel saggio Les
relations de voyage dans la culture des Lumières, presentato al nono Congresso internazionale
sull'Illuminismo (Münster, luglio 1995). A proposito della storia
della costituzione del sapere nell' Occidente moderno non si potrebbe
dubitare dell'influsso che hanno avuto le scoperte geografiche e i
resoconti letterari dei viaggi, in ordine all'evoluzione generale delle
mentalità, delle teorie e delle pratiche di vita, secondo la
lezione sempre viva di Montaigne. Il motivo
conduttore del «progresso», l'evoluzione verso il
«meglio» ossia verso sempre nuovi spazi di libertà
positiva nel dispiegamento delle capacità naturali proprie degli
individui, è strettamente connesso alla crescente
spazializzazione della nozione di «genere umano», come
anche alla visualizzazione, sotto forma di segni topografici, di
orizzonti materiali terrestri un tempo ignoti. Come osserva l'autrice:
«il resoconto di viaggio, nonostante le forme eterogenee che
assume, è il luogo stesso in cui questa metafora dello sviluppo
delle facoltà e del divenire umano trova uno dei suoi
significati più precisi». Il progressivo estendersi del
territorio giuridico delle libertà procede così di pari
passo con la conquista di nuovi spazi «ontologici», anzi geografici
di esercizio della propria azione di soggetti liberi, nel dominio
dell'immaginazione, del racconto, al limite del sogno di movimento in
spazi nuovi e nuovi luoghi.
- Nel contesto delle scienze
applicate, ai loro primordi, l'affermazione necessaria di un sapere
analitico, tecnico, fondato sulla metafisica metodologica della
chiarezza cartesiana prima e newtoniana poi, provoca energiche
voci di protesta che s'elevano sul finire del secolo XVIII nel
senso della domanda di restituzione, ai nuovi saperi, di una dimensione
«sintetica», persa nelle sistematizzazioni dei newtoniani.
Il saggio di Colas DUFLO (Università di Besançon): Bernardin
de Saint-Pierre, la scienza e i dotti, presentato al Convegno romano sulle filosofie della
natura, analizza il tentativo di Bernardin de Saint-Pierre
(1737-1814) - Professore di Morale all' École Normale
(1795) e autore del celebre romanzo sentimentale Paul et Virginie
(1787) - di fondare una filosofia della natura interamente finalizzata
sulla base della quale, durante la Rivoluzione, propose di
riformare le pratiche accademiche di ricerca, in auge nelle nuove
scuole, contro lo sterile isolamento dei «dotti». L'autore
analizza l'opera teoretica fondamentale di Bernardin, le Harmonies
de la nature (postumo, 1815), con il suo complesso sistema di
«corrispondenze» che rimette in gioco una sistematica dei
legami qualitativi tra gli esseri nel cuore delle scienze della natura.
- A quali interlocutori si rivolge,
polemicamente, il moralista rivoluzionario nelle sue Harmonies?
L'elenco è lungo e dovrebbe includere, in primo luogo, gli
scienziati fondatori delle nuove scienze della vita di matrice
newtoniana e non. E' l'argomento del saggio di Amor CHERNI
(Università di Tunisi I): Embryologie et
métaphysique. La nature transparente presentato al Convegno romano sulle filosofie della
natura. L'autore individua nella categoria metodologica della
«trasparenza» - già impiegata da J. Starobinski per
spiegare il senso (e la tendenza portante) della morale rousseauiana -
una chiave di lettura per interpretare la grande avventura della biologia
moderna (il termine nascerà più tardi,
nell'Ottocento, con Lamarck). Lo studio affronta la questione della
critica della natura vivente, i modi di afferrarne lo status
originario in continua trasformazione, partendo da Leibniz attraverso
Buffon et Haller, fino a Diderot, primo filosofo della scienza
biologica, in ciò «nostro contemporaneo».
-
Ancora sul versante delle scienze naturali, il saggio di Ann THOMSON
(Università di Paris VIII) indaga le implicazioni teoriche e
pratiche, taciute o inconsapevoli, nell'attività di uno
degli scienziati che più ha contribuito alla nascita della
chimica moderna: Le matérialisme de Joseph Priestley. La
preoccupazione di Priestley (1733-1804) filosofo della natura
è quella di fondare un «Cristianesimo razionale» che
resti in accordo con i risultati delle scienze sperimentali, i quali
mostravano l'irriducibile eterogeneità e complessità
della materia e, per via indiretta, avallavano l'ipotesi averroistica
della mortalità (e dunque materialità) dell'anima.
La virulenza degli attacchi di Priestley - come di altri Freethinkers
e Dissenters inglesi - contro la religione istituzionale e il
suo inconfessato materialismo, si spiegano, da un lato, con la
necessità di tener fermo il valore di verità proprio
dell'attività scientifica e, dall'altro, con una sincera
fede eretica nell'antica dottrina cristiana della
Resurrezione dei corpi.
- Al termine del lento percorso di
ridefinizione formale delle libertà umane nel diritto, che non
è certo solo teorico ma si dipana attraverso l'essenziale
vicenda pratico-politica della Rivoluzione del 1789, sta la
costruzione sistematica del criticismo kantiano. Questa
dottrina formale del diritto fondata su una Metafisica dei costumi (1795)
che obbedisce a propri principi a priori, pone tuttavia, praticamente,
al di sopra del «diritto delle genti», ossia il
diritto dei popoli, il cui limite pratico s'incontravba nello ius
belli (Grozio, Pufendorf), il diritto universale
dell'Umanità (Weltbürgerlich) vòlto al
regolativo mantenimento di una «pace perpetua"»(Zum
ewigen Frieden) . La finalità universalistica del
diritto kantiano rompe con il trascendentalismo formale su questo punto
della preliminarità del diritto dell'umanita su quello ad es. di
proprietà o di interesse nazionale. In ciò Kant
farà tesoro della lezione francese dei giuristi
«materialisti» alla Montesquieu. Giuliano MARINI
(Università di Pisa), nel saggio: Kant e il diritto
cosmopolitico (dal notebook SWIF di "Filosofia Politica"), presentato al convegno sul tema «Kant e
l'ordine mondiale duecento anni dopo» (Università di
Firenze, 3 novembre 1995), ci mostra le tappe di elaborazione
della dottrina kantiana del diritto e della
«virtù», le aporie sollevate, il carattere
rivoluzionario e attuale delle sue implicanze teoriche, ai fini
di una filosofia critica della Freiheit intesa nell'ottica di
un'efficacia giuridica veramente universale. Il Kant rivoluzionario, in quest'ottica, è ben
poco «kantiano» alla Rawls e compagni.
- Chiude l'epoca dei grandi
rivolgimenti culturali e politici dell'età moderna, la stagione
del primo idealismo tedesco che produce i nuovi, grandi affreschi
speculativi di una Naturphilosophie, quella schellinghiana,
nutritasi delle conquiste filosofiche del Kant della terza Critica
e di gran numero di scritti scientifici minori, non estranei allo
spirito di un Bernardin de Saint-Pierre o dello stesso Priestley.
Il lavoro di Leonardo DISTASO (Dottore di ricerca in Estetica,
Università di Roma «La Sapienza») , presentato al
Convegno romano: Filosofia della natura e idealismo
trascendentale nel giovane Schelling (1796-1801) mostra all'opera la medesima esigenza di conservare
alla natura una sua dimensione finalistica e, diremmo oggi, olistica,
indispensabile per concepirvi l'uomo, al suo interno, come qualcosa di
coessenziale al tutto, storico e naturale, non riducibile alla pura
calcolabilità analitica. Sono maturi, all'alba del secolo XIX, i
tempi della crisi della razionalità
«geometrica» moderna dinanzi alle sfide della nuova
complessità, nel mondo capitalistico contemporaneo.