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La prova come confessione. Meditazioni sulla natura offesa
di Giacomo FRANCINI*
In un articolo del 1975 Michel Foucault provava a sintetizzare quello che a suo avviso era stato il percorso della confessione nella pratica dei sistemi psichiatrici e penitenziari dell'età moderna. La confessione - scriveva - prima di diventare la <<miglior prova>> - la regina probationum come avrebbero detto i giuristi del Cinquecento (1) - sarebbe passata per tutta una serie di rituali, quali il supplizio, l'interrogatorio, la tortura. Fondamentale, in tutto questo, non era stata tanto la sua esattezza, quanto il suo attenersi alle regole di produzione della verità. Il passaggio dalla <<verità-provata>> alla <<verità- constatata>> sarebbe stato - secondo Foucault - uno degli avvenimenti più importanti nella storia della conoscenza. Di questo percorso l'autore coglieva tre momenti fondamentali: a) la comparsa dell'inchiesta nella pratiche politiche e giudiziarie del tardo medioevo; b) la rivoluzione tecnologica prodotta dai viaggi e dalla navigazione; c) le scoperte chimiche ed elettriche della fine del Settecento. In definitiva - secondo Foucault - si sarebbe passati da un modo <<rituale>> di suscitare la verità ad uno <<artificiale>> e questo grazie a delle tecniche ripetibili ed universali.(2) Questioni fidem non semper nec tamen numquam habendam constitutionibus declaratur: etenim res est fragilis et periculosa et quae veritatem fallat. nam plerique patientia sive duritia tormentorum ita tormenta contemnunt, ut exprimi eis veritas nullo modo possit: alii tanta sunt impatientia, ut quodvis mentiri quam pati tormenta velint: ita fit, ut etiam vario modo fateantur, ut non tantum se, verum etiam alios criminentur.(16) Dalle poche testimonianze che abbiamo è chiaro quindi che la tortura, in età classica, si applicava quasi esclusivamente agli schiavi.(17) Questi venivano tormentati al posto dei loro padroni,(18) i quali, in qualità di cittadini romani, non potevano essere sottoposti alla quaestio.(19) Che uno schiavo venisse torturato non destava alcuna emozione; quello che ci si chiedeva era piuttosto in quali circostanze questo diritto potesse essere applicato.(20) In una delle sue direttive, Augusto aveva ordinato di non cominciare mai i processi dalla tortura; questa doveva essere accompagnata da tutt'altro genere di prove (argomenta).(21) Poi, a partire dal III secolo d.C. le autorità cominciano ad applicarla anche sui cittadini romani. Nel 216 Caracalla l'autorizza su una donna libera accusata d'omicidio.(22) Constantino ne fa la prova delle prove e la estende a tutti i cittadini liberi.(23) è quella che chiude la bocca del reo allorché il giudice lo interroga sulla verità dell'accusa che si è contro di lui intentata. La confessione del delitto portandogli sicuramente la perdita o dell'esistenza, o di una parte della sua felicità, richiede o uno sforzo superiore al contrario impulso della natura, o una illusione che gli faccia vedere, nella perdita di tutte queste due cose, l'acquisto di un bene più grande.(43) Da queste riflessioni risulta chiaro come nel pensiero di Filangieri, l'imputato sia associato al colpevole, prima ancora che questi venga giudicato dal tribunale. E da questo assunto e da questa cultura del sospetto, procederà gran parte del pensiero scientifico moderno con evidenti ripercussioni sul piano economico e sociale. combien d'horreurs sont sorties du sein des lois mêmes. Alors on serai tenté de souhaiter que toute loi fût abolie, et qu'il n'y en eût d'autres que la conscience et le bon sens des magistrats. Mais qui nous répondra que cette conscience et ce bon sens ne s'égarent pas?(57) Considerazioni simili percorrevano le pagine di alcuni fra i più noti giuristi dell'epoca, quali Gaetano Filangeri, Mario Pagano o Gian Domenico Romagnosi.(58) Il primo, in particolar modo, aveva sostenuto che un giudizio corretto, non può prescindere dalla certezza morale del giudice, la quale deve comunque essere accompagnata da un criterio legale. Se la certezza morale <<non è nella proposizione, ma nell'animo di colui ch'é certo; se questa dipende dalle disposizioni di colui che giudica; se quelle che basta per render certo uno della verità di un fatto, non basta per un altro, se una buona e cattiva digestione può rendere un uomo più o meno credulo, [allora è indispensabile che la] scienza della legislazione trovi un temperamento all'autorità del giudice>>.(59) Non ultimo, Cesare Beccaria, esprimeva non poche perplessità nei confronti della prova induttiva. Quando le prove di un fatto sono dipendenti l'una dall'altra - scriveva - cioè quando gl'indizi non si provano che tra di loro, quanto maggiori prove si adducono tanto è minore la probabilità del fatto, perché in casi che farebbero mancare le prove antecendenti fanno mancare le susseguenti. [Al contrario - aggiungeva - quando] le prove sono indipendenti l'una dall'altra, cioè quando gli indizi si provano d'altronde che da se stessi, quanto maggiori prove si adducono, tanto più cresce la probabilità del fatto, perchè la fallacia di una prova non influisce sull'altra.(60) Non era forse anche questo un modo di prendere le dovute distanze dal ragionamento induttivo vale a dire da quel ragionamento fondato sulle capacità retoriche dell'interprete? In realtà, una definitiva vittoria del ragionamento induttivo su quello deduttivo, non si avrà che nella prima metà dell'Ottocento quando numerosi giuristi di fama internazionale cancelleranno dai loro trattati ogni tipo di riferimento al sistema della prova legale. Così Jeremy Bentham non esiterà a definire la prova come <<any matter of fact, the effect, tendency, or design of which, when presented to the mind, is to produce a persuasion concerning the existence of some other matter of fact - a persuasion either affirmative or disaffermative of its existence>>.(61) La sua definizione riposa su un'idea di prova in quanto discorso inferenziale, retorico, persuasivo, il cui significato è molto spesso direttamente subordinato all'idea di fatto. Ora, che cosa sia un fatto, è una questione di lana caprina, che l'autore risolve definendolo quella cosa che <<concerning the existence or non-existence of which, at a certain point of time and place, a persuasion may come to be formed by a judge, for the prupose of grounding a decision thereupon>>.(62) quand un accusé est prévenu d'avoir commis un crime, personne ne peut être plus certain que lui s'il est coupable ou innocent du crime, & que par conséquent, de toutes les preuves nécessaires pour établir cette vérité, la plus certaine & la moins sujette à erreur, est celle qui résulte de la confession de l'accusé.(65) Alla confessione, l'autore aggiunge, in ordine d'importanza, la testimonianza di due o più persone che hanno visto commettere il reato ed infine, le prove più incerte, che sono quelle fondate su indizi, congetture e presunzioni.(66) La confessione dell'accusato, per rivestire il carattere di una prova piena, deve essere libera e spontanea, ad ogni modo non estorta come nel caso della tortura.(67) Tali considerazioni non differiscono di molto da quelle che furono già elaborate dai giuristi del Cinquecento. Per J. Damhouder sono delle prove piene la deposizione di due testimoni degni di fede, la confessione del reo, l'evidentia facti e la prova scritturale. A tale proposito, la confessione è equiparata ad una prova piena solo se è maior, sponte, sciens e contra se.(68) Per prova semipiena J. Menochio intende la deposizione di un testimone confermata da due confessioni extragiudiziali. P. Farinaccio la deduce dalla deposizione di un testimone, dalla comparazione di documenti scritti, dai documenti privati e dalle presunzioni.(69) * Dottore di ricerca in Storia Moderna all'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.
(1) Cfr. P. Marchetti, Testis contra se. L'imputato come fonte di prova nel processo penale dell'età moderna, Milano, Giuffré, 1994, pp.27-28. (2) M. Foucault, <<La maison des fous>>, in Les criminels de paix. Recherches sur les intellectuels et leurs techniques comme préposés à l'oppression, publié sous la direction de F. Basaglia et Franca Basaglia Ongaro, PUF, 1980, pp.146-149 [prima edizione italiana: Torino, Einaudi, 1975]. (3) M. Foucault, <<La volonté de savoir>>, in Histoire de la sexualité, vol.1, Paris, Gallimard, 1976. (4) Aristotle, The "Art" of Rhetoric, by John Henry Freese, Cambridge, Massachusetts, Harvard University Press, 1959, I, 1355 b 2, p.14: <<Ton de pisteon ai men atechnoi eisin ai d' entechnoi. Atechna de lego osa me di emon peporistai alla proiperchen, oion martires basanoi siggraphai kai osa toiaita, entechna de osa dia tes methodon kai di emon kataskeiasthenai dynaton>>. Sullo stesso argomento v. C. Ginzburg, <<Aristotele, la storia, la prova>>, in Quaderni Storici, <<La prova>>, 85, 29, 1, 1994, pp.5-17. Sul rapporto fra prova e immagine giuridica v. P. Butti di Lima, L'inchiesta e la prova. Immagine storiografica, pratica giuridica e retorica nella Grecia classica, Torino, Einaudi, 1996. (5) Aristotle, The "Art" of Rhetoric, cit., I, 1356a 8, p.18: <<Ton de dia ton deikninai e phainesthai deikninai, kathaper kai en tois dialektikois to men epagoge esti to de sillogismos to de phainomenos sillogismos, kai entaitha omoios echei. esti gar to men paradeigma epagoge, to d' enthimema sillogismos, to de phainomenon enthimema phainomenos sillogismos. Kalo d' enthimema men retorikon sillogismon, paradeigma de epagogen retoriken. Aristotele si sofferma a lungo sulle due forme; cfr. The "Art" of Rhetoric, cit., II, 20, p.272 e sgg. Sull'induzione e il sillogismo v. Aristotele, Topici, 1.1. e 1.12. (6) Aristotle, The "Art" of Rhetoric, cit., I, 1375a, pp.151-152: <<Eisi de pente ton aritheon, nomoi martires sunthekai basanoi orkos>>. (7) Cfr. M-M. Mactoux, <<Les pratiques discursives comme stratégie de reconnaissance>>, in L'aveu. Antiquité et Moyen-Age. Acts de la table ronde organisée par l'École française de Rome avec le concours du CNRS et de l'Université de Trieste. Rome 28-30 mars 1984, École française de Rome, 1986, p.27. (8) Cfr. G. Kennedy, The Art of Persuasion in Greece, London, 1963, pp.113-114. (9) Aristotle, Rhetorica ad Alexandrum, by H. Rackham, cit., 1442b 37, p.420: <<Thattein de dei ton men pisteon protas tas martirias kai ta ek ton basanon emin omologethenta, an yparche>>: First among the proofs must be placed the evidence of witness and confessions that we have obtained by torture, if any be available. (10) Cfr. Dig., 42, 2, 1. Il principio è ribadito anche nelle costituzioni di Caracalla <<confessos in iure pro iudicatis haberi placet>> (C., 7, 59, 1), in un frammento d'Ulpiano <<nullae partes sunt iudicandi in confitentes>> (Dig., 9.2, 25, 2) e nella stessa Lex Rubria; cfr. P. Fiorelli, voce <<Confessione>>, in Enciclopedia del diritto, vol.8, Milano, 1961, pp.864-870. (11) Cfr. L.4.C.VI.31. Sulla questione v. G. Pantano, <<Della confessio nel diritto romano>>, in Archivio giuridico, 1870, 113-123. (12) Sulla procedura in iure cfr. G. Pugliese, Istituzioni di diritto Romano, terza edizione, Torino, G. Giappichelli, 1991, pp.306-327. (13) ivi, pp.322-323. Che la confessio apud iudicem non sia altro che la tortura ci viene confermato da tutta una serie di frammenti del Digesto nel capitolo dedicato alla tortura (D. 48.18 De Quaestionibus). Ulpiano, riferendosi alla tortura, parla esplicitamente di confessio apud iudicem: cfr. D.48.18.1.19: <<Si servi quasi sceleris participes in se torqueantur deque domino aliquid fuerint confessi apud iudicem>>. Altri frammenti usano il termine confessio: così ai capoversi 1.1, 1.17, 1.19, 1.27, 16.1, 18.5. (14) Che la tortura, presso i romani, fosse esercitata solo su degli stranieri e su degli schiavi sembra trovare conferma nelle pagine stesse di Valerio Massimo il quale riferisce solo di questi casi; cfr. Valerio Massimo, Exempla, 8, 4. (15) Aristotle, The "Art" of Rhetoric, cit., 1377a, p.162: <<dei de legein os oik eisin aletheis ai basanoi. Polloi men gar paxiphrones, kai lithodereoi kai tais psichais ontes dinatoi gennaios egkarteroisi tais anagkais, oi de deiloi kai eilabeis pro toi tas anagkas idein aiton katatharroisin, oste oiden esti piston en basanois>>. Vedi anche Retorica ad Alexandro, cit., 1432a, p.346. (16) D.48.18.1.23. Tali considerazioni verranno riprese, in epoca moderna, da F. Bruni, <<Tractatus de indiciis et tortura>>, in Tractatus universi iuris, XI.1, Venetiis, 1584, p.II, quae. 6, n.1, (cit. in I. Rosoni, Quae singula, cit., p.76), dove si lamenta che alcuni accusati <<sunt duri, ut millies torti, nihil dicant, de eo, de quo interrogantur, et plerique obdormiunt in ea>>. Altri invece <<sunt ita timidi, et fragiles, et dolori impatientes, ut omnia confitentur et falsa, et quae nunquam commiserunt>>. (17) Quest'ipotesi ci viene confermata da alcuni esempi tratti da Valère Maxime, Faits et dits mémorables, établi par R. Combès, Paris, Belles Lettres, 1995, livre 8, chapitre IV, dove gli unici personaggi sottoposti alla tortura sono degli schiavi. (18) Cfr. D. 48.18.1.: <<Ad tormenta servorum ita demum veniri oportet, cum suspectus est reus et aliis argumentis ita probationi admovetur, ut sola confessio servorum deesse videatur>>; D. 48.18.8.: <<Quaestiones neque semper in omni causa et persona desiderari debere arbitror, et, cum capitalia et atrociora maleficia non aliter explorari et investigari possunt quam per servorum quaestiones, efficacissimas eas esse ad requirendam veritatem existimo et habendas censeo>>. (19) D. 48.6.7 <<Idem libro octavo de officio proconsulis. Lege Iulia de vi publica tenetur, qui, cum imperium potestatemue haberet, civem Romanum adversus provocationem necaverit verberaverit iussertue quid fieri aut quid in collum iniecerit, ut torqueatur. (20) Cfr. D. 48.18.1. : <<Divi fratres Leliano Longino rescripserunt de servo heredum non esse habendam quaestionem in res hereditarias, quamvis suspectum fuisset, quod imaginario venditione dominium in eo quaesisse heres videretur>>. (21) Cfr. D. 48.18.1.: <<et non esse a tormentis incipiendum et divus Augustus constituit neque adeo fidem quaestioni adhibendam, sed et epistula divi Hadriani ad Sennium Sabinum continetur. [...] Idem Cornelio Proculo rescripserunt non utique in servi unius quaestione fidem rei constituendam, sed argumentis causam examinandam>>. (22) Cfr. P.A. Brunt, <<Evidence given under Torture in the Principate>>, in Zeitschrift der Savigny- Stiftung für Rechtsgeschicte, Romanistische Abteilung, 1980, pp.256-265. (23) Cfr. Code Théodosien 9, 40, 1, cit. in Y. Thomas, <<Confessus pro iudicato. L'aveu civil et l'aveu pénal à Rome>>, in L'aveu. Antiquité et Moyen-Age, p.97: <<qui sententiam laturus est, temperamentum hoc teneat, ut non prius captalem in quempiam severamque sententiam, quam in adulterii vel homicidii vel maleficii crimen aut sua confessione aut certe omnium, qui tormentis vel interrogationibus fuerint dediti, in unum conspirantem concordantemque rei finem convictus sit et sic in obiecto flagito deprehensus, ut vix ipse ea quae commiserit negare sufficiat>>. (24) Tracce di questo compromesso sono da ricercare, in età moderna, nell'istituto della transazione, la quale avveniva sulla base dell'interesse del reo e della pubblica accusa; cfr. P. Marchetti, Testis contra se, cit., pp.121-125 e 197-198. V. anche M. Pagano, Principi del codice penale, in Opere, vol.3, Lugano, Tipografia Ruggia, 1832, p.43. (25) Cfr. A. Maffi, <<La confessione giudiziaria nel diritto greco>>, in L'aveu, cit., p.7. (26) Gaius, Institutionum commentarii quattuor, 4, 13. Nella <<legis actio sacramento>>, l'attore doveva portare in giudizio la cosa o la persona contestata sulla quale pronunciava, usando una bacchetta, la propria <<vindicatio>> e alla quale seguiva la <<controvindicatio>> del convenuto. Poi l'attore sfidava l'avversario al sacramentum, ossia a giurare in nome di Giove che la propria <<vindicatio>> era conforme allo <<ius>>. Colui che perdeva la scommessa doveva pagare all'erario o cinquanta o cinquecento assi a seconda del valore della cosa contestata. (27) Cfr. Sant'Agostino, Confessioni, introduzione di Jacques Fontaine, traduzione di Gioacchino Chirarini, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 1992. (28) Cfr. Saint Patrick, Confession et lettre à Coroticus, introduction, texte critique, traduction et notes par Richard P.C. Hanson, Paris, Éditions du Cerf, 1978. (29) Cfr. Gerolamo, Gli uomini illustri, a cura di Aldo Ceresa-Gastaldo, Firenze, Nardini Editore, 1988. (30) Cfr. Sant'Agostino, Confessioni, cit., vol.1, p.6. (31) Cfr. Sant'Agostino, Confessioni, cit., vol.4, p.8. (33) Cfr. A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996. (34) Cfr. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, dir. H. Jedin, Herder KG Freiburg im Breisgau, 1962, pp.213-215: <<Ex quibus auctoritatibus manifeste comprobatur, quod non solum cum subditus verum etiam cum praelatus excedit, si per clamorem et famam ad aures superioris pervenerit, non quidem a malevolis et maledicis sed a providis et honestis, nec semel tantum, sed saepe (quod clamor innuit et diffamatio manifestat), debet coram ecclesiae senioribus veritatem diligentius perscrutari>>. (35) Ivi: <<Verum ita voluerunt providere praelatis ne criminarentur iniuste, ut tamen caverent ne delinquerent insolenter, contra morbum utrumque invenientes congruam medicinam, videlicet ut criminalis accusatio, quae ad diminutionem capitis, id est degradationem, intenditur, nisi legitima praecedat inscriptio, nullatenus admittatur>>. (36) Ivi: <<Debet igitur esse praesens is, contra quem facienda est inquisitio, nisi se per contumaciam absentaverit, et exponenda sunt ei illa capitula, de quibus ferit inquirendum, ut facultatem habeat defendendi seipsum, et non solum dicta sed etiam nomina ipsa testium sunt ei, ut quid et a quo sit dictum appareat, publicanda, necnon exceptiones et replicationenes legitimae admittendae, ne per suppressionem nominum infamandi, per exceptionum vero exclusionem deponendi falsum audacia praebeatur>>. (37) Cfr. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Concilium Lateranense IV, 21, <<De confessione facienda et non revelanda a sacerdote et salterm in pascha communicando>>, p.221: <<Omnis utriusque sexus fidelis, postquam ad annos discretionis pervenerit, omnia sua solus peccata confiteatur fideliter, saltem semel in anno proprio sacerdoti, et iniunctam sibi poenitentiam studeat pro viribus adimplere, suscipiens reverenter ad minus in pascha eucharistiae sacramentum, nisi forte de consilio proprii sacerdotis ob aliquam rationabilem causam ad tempus ab eius perceptione duxerit abstinendum; alioquin et vivens ab ingressu ecclesiae arceatru et moriens christiana careat sepultura>>. (38) Ivi: <<Sacerdos autem sit discretus et cautus, ut more periti medici superinfundat vinum et oleum vulneribus sauciati, diligenter inquirens et peccatoris circumstantias et peccati, per quas prudenter intelligat, quale illi consilium debeat exhibere et cuismodi remedium adhibere, diversis experimentis utendo ad sanandum aegrotum>>. (39) Cfr. Lutero, De captivitate babylonica ecclesiae, in Oeuvres, t.II, Labor et Fides, Genève, pp226 e sgg. V. anche An den christlichen Adel deutscher Nation, in Oeuvres, cit., p.126. (40) Erasmo, <<Exomologesis, sive modus confitendi>>, in Opera, t.V, Lugduni Batavorum, 1704, col. 147: <<Ab his qui docent illam arbitrariam, plane dissentio. His qui contendunt ab hominibus meris institutam, in hoc libello nec consentio nec repugno, propensior tamen in eam partem quae credit, a Christo institutam, libenterque sententiam hanc propugnaturus, ubi fuero justa Scripturarum & argumentorum armatura instructus, ne causam faciam deteriorem, si conanti non successerit>>. (41) Erasmo, <<Exomologesis>>, cit., col.150: <<Secunda utilitas est, quod lerique sunt, qui vel per aetatem, vel per imperitiam non intelligunt morbum suum, per errorem judicantes, nullum esse delictum, quod crimen est capitale: contra putantes hoc esse crimen, quod crimen non est. Aut si morbum intelligunt, sic involuti sunt, ut nesciant semet ipsos explicare. [...] Ad haec, quemadmodum sunt in corporibus hominum febres quaedam fallentes, sed hoc ipso periculosiores: ita sunt frequenter & in animis hominum occulta vitia, vel non animadversa, vel pietatis imagine fallentia. Succurit hic Sacerdos, veluti peritus medicus, ac morbum ignoratum ex indiciis colligens, revocat ab errore>>. (42) Cfr. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, <<Concilium Tridentinum>>, Sessio XIV, cap.V, De confessione, cit., p.682: <<Ex his colligitur, oportere a peonitentiabus omnia peccata mortalia, quorum post diligentem sui discussionem sint et tantum adversus duo ultima decalogi praecepta commissa, quae in manifesto admittuntur. Nam venialia, quibus a gratia Dei non excludimur et in quae frequentius labimur, quanquam recte et utiliter citraque omnem praesumptionem in confessione dicantur (quod piorum hominum usus demonstrat), taceri tamen citra culpam multisque aliis remediis expiari possunt>>. (43) G. Filangieri, La scienza della legislazione, a cura di V. Frosini, III, I, X, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1984, p.434. (44) Cfr. F. Bacon, Neues Organon, (Hg.) W. Krohn, Hamburg, Band 1, Aphorismus XIX, Felix Meiner Verlag, 1990, p.88: <<Duae viae sunt, atque esse possunt, ad inquirendam et inveniendam veritatem. Altera a sensu et particularibus advolat ad axiomata maxime generalia, atque ex iis principiis eorumque immota veritate judicat et invenit axiomata media; atque haec via in usu est: altera a sensu et particularibus excitat axiomata, ascendendo continenter et gradatim, ut ultimo loco perveniatur ad maxime generalia; quae via vera est, sed intentata>>. (45) F. Bacon, Neues Organon, Aphorismus CIV, cit., p.222. V. anche Distributio operis, p.44: <<At secundum nos, axiomata continenter et gradatim excitantur, ut nonnsi postremo loco ad generalissima veniatur: ea vero generalissima evadunt non notionalia, sed bene terminata, et talia quae natura ur revera sibi notiora agnoscat, quaeque rebus haereant in medullis>>. (46) Bacon si riferisce in particolar modo a quattro tipi di idoli: <<Quatuor sunt genera Idolorum quae mentes humanas osident. Iis (docendi gratia) nomina imposuimus; ut primum genus, Idola Tribus; secundum, Idola Specus; tertium, Idola Fori; quartum, Idola Theatri vocentur>>; v. F. Bacon, Neues Organon, Aphorismus XXXIX, cit., p.100 e sgg. (47) Cfr. F. Bacon, Neues Organon, Aphorismus LVIII, cit., p.120: <<Generaliter autem pro suspecto habendum unicuique rerum naturam contemplanti, quicquid intellectum suum potissimum capit et detinet; tantoque major adhibenda in hujusmodi placitis est cautio, ut intellectus servetur aequus et parus>>. (48) Cfr. F. Bacon, <<Distributio Operis>>, cit., p.46: <<Quod vero attinet ad notiones primas intellectus; nihil est eorum quae intellectus sibi permissus congessit, quin nobis pro suspect sit, nec ullo modo ratum, nisi novo judicio se stiterit et secundum illud pronuntiatum fuerit>>. (49) Cfr. F. Bacon, Neues Organon, Aphorismus II, cit., p.81: <<Nec manus nuda nec intellectus sibi permissus multum valet; instrumentis et auxiliis res perficitur; quibus opus est non minus ad intellectum quam ad manum. Atque ut instrumenta manus motum aut cient aut regunt, ita et instrumenta mentis intellectui aut suggerunt aut cavent>>. (50) Cfr. F. Bacon, Neues Organon, Aphorismus XII, cit., p.84: <<Logica quae in usu est ad errores (qui in notionibus vulgaribus fundantur) stabiliendos et figendos valet, potius quam ad inquisitionem veritatis; ut magis damnosa sit quam utilis>>. (51) Fra i precetti della logica formale Cartesio ne elenca particolarmente quattro. Cfr. R. Descartes, Discours de la méthode, traduzione di E. Garin, introduzione di T. Gregory, Bari, Laterza, 1998, pp.24-27: <<Le premier était de ne recevoir jamais aucune chose pour vraie, que je ne la connusse évidemment être telle: [...] Le second, de diviser chacune des difficultés que j'examinerais, en autant de parcelles qu'il se pourrait, et qu'il serait requis pour les mieux résoudre. Le troisième, de conduire par ordre mes pensées, en commençant par les objets les plus simples et les plus aisés à connaître, pour monter peu à peu, comme par degrés, jusques à la connaissance des plus composés; et supposant même de l'ordre entre ceux qui ne se précèdent point naturellement les uns les autres. Et le dernier, de faire partout des dénombrements si entiers, et des revues si générales, que je fusse assuré de ne rien omettre>>. (52) Cfr. Luther, <<De la captivité babylonienne de l'Eglise>>, in Oeuvres, 2, Labor et Fides, Genève, 1966, 222-230. (54) Cfr. I. Rosoni, Quae singula non prosunt collecta iuvant La teoria della prova indiziaria nell'età medievale e moderna, Milano, Giuffré, 1995, p.51. (55) Cfr. I. Rosoni, cit., p.58. (56) In realtà, il principio esisteva già prima della Rivoluzione, ma questa ha il pregio di farne un articolo di legge. A tale proposito, v. Code d'instruction criminelle, 1808, art. 342, in I. Rosoni, cit., p.27: <<La loi ne demande pas compte aux jurés des moyens par lesquels ils se sont convaincus; elle ne leur prescrit point de règles desquelles ils devraient faire particulièrement dépendre la plénitude et la suffisance d'une preuve; elle leur prescrit de s'interroger eux-mêmes dans le silence et le recueillement, et de chercher, dans la sincérité de leur conscience, quelle impression ont faite sur leur raison les preuves rapportées contre l'accusé, et les moyens de sa défense>>. Su tale principio v. M. Nobili, Il principio del libero convincimento del giudice, Milano, 1974. (57) Cit. in P. Marchetti, Testis contra se, cit., p.187. Le posizioni di Voltaire, in materia penale, non vanno tuttavia interpretate come una semplice conservazione dell'esistente. Criticando l'operato dei magistrati di Tolosa egli afferma: <<Le parlement de Touluse a un usage bien singulier dans les peuves par témoins, On admet adilleurs des demi-preuves, qui au fond ne sont que des doutes; car on sait qu'il n'y a point de demi-vérités; mais à Toulouse on admet des quarts et des huitièmes de preuves. On y peut regarder, par exemple, un ouï-dire comme un quart, un autre ouï-dire plus vague comme un huitième; de sorte que huit rumeurs qui ne sont qu'un écho d'un bruit mal fondé, peuvent devenir une preuve complète>>; cit. in I. Rosoni, Quae singula, cit., p.91. (58) Cfr. P. Marchetti, Testis contra se, cit., p.188. (59) G. Filangieri, La scienza della legislazione, a cura di V. Frosini, III, I, XIV, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, p.459 (60) C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, XIV <<Indizi, e forme di giudizi>>, cit. p.51. (61) J. Bentham, <<Rationale of Judicial Evidence, Specially Applied to English Practice>>, in Works, vol.6, Book I, ch. I, New York, Russel & Russel.Inc, 1962, p.208. (62) J. Bentham, Rationale of Judicial Evidence, Book I, ch. III, cit., p.215. (63) Jousse, Traité de la justice criminelle, tome 1, Paris, Debure père, 1771, p.657: <<Il résulte de tout ceci, qu'il a deux sortes de preuves pour constater la vérité des faits: l'une que j'appelle preuve directe, qui se fait par la confession de l'accusé, ou par la déposition de deux témoins, ou par le rapport de deux experts qui déposent immédiatement du fait; & l'autre que j'appelle preuve indirecte, qui consiste à démontrer l'existence d'un fait, en conséquence du rapport qu'il y a avec d'autres faits prouvés; de maniere que l'on puisse conclure par un argument nécessaire, ou du moins raisonnable, la vérité & l'existence de ce fait principal par la liaison immédiate & prochaine qu'il a avec ceux dont on a la preuve>>. (64) Jousse, Traité de la justice criminelle, cit., pp.659-660: <<La preuve pleine ou entiere, est celle qui établit une entière conviction dans l'esprit du juge, & qui suffit par conséquent pour condamner l'accusé. [...] Telle est la preuve qui résulte de la déposition de deux témoins; ou de pieces reconnues par l'accusé; ou de la confession pure et simple. La preuve semi-pleine, qu'on appelle aussi demi-preuve, est celle qui forme, à la vérité, une présomption dans l'esprit du juge; mais qui n'est pas suffisante pour juger l'accusé définitivement. [...] Telle est la preuve qui naît de la déposition d'un témoin; de la confession extrajudiciaire de l'accusé; de la ressemblance d'écritures, ec.>>. (65) Jousse, Traité de la justice criminelle, <<Des peurves en général>>, tome 1, 1771, p.655. (66) Jousse, Traité, cit., pp.662-663: <<Après cette premiere espece de preuve, celle que l'on regarde comme la plus certaine, est celle qui résulte du témoignage de deux ou de plusieurs personnes qui ont vu commettre le crime. Enfin, la preuve lamoins certaine, est celle qui n'est fondée que sur des indices, & sur des conjectures qui forment les présomptions>>. (67) Jousse, Traité, cit., p.663: <<La confession de l'accusé ne fait pas toujours par elle-même une preuve complette; à moins qu'elle ne soit pure & simple, & qu'elle ne soit faite en jugement, & dans un état libre [...] Car si elle est faite hors justice, ou au milieu des tourments, ou qu'elle ne soit pas pure & simple, elle ne forme qu'un indice considérable>>. (68) V. I. Rosoni, Quae singula, cit., p.75. (69) Cfr. I. Rosoni, Quae singula, cit., pp.82-86.
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